Il fantastico di Abraham Merritt

Gabriele Sabetta
Dino Buzzati – Nostro fantastico quotidiano n. 13/2018
Il fantastico di Abraham Merritt

Segnaliamo la recente riedizione, per Il Palindromo, de Il vascello di Ishtar, una delle fiabe più vivaci e fantasiose di Abraham Merritt. Uscita nel 1924 sulle colonne di «Argosy», viene riproposta nella nuova traduzione di Giuseppe Aguanno e con l’introduzione di Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco all’edizione Fanucci del 1978. In appendice, le splendide illustrazioni di Virgil Finlay, un saggio di Andrea Scarabelli, un’approfondita biografia dell’autore a cura di Maria Ceraso e un glossario mitologico. La narrazione è incentrata sulle avventure fantastiche di John Kenton, un archeologo americano appena rientrato dalla Grande Guerra. Nel suo appartamento newyorkese osserva, con un misto di ammirazione e inquietudine, uno strano oggetto inviatogli da un collega: si tratta di un blocco di pietra ricoperto di caratteri cuneiformi, rinvenuto negli scavi presso le rovine dell’antica Babilonia. Il protagonista non ha difficoltà a decifrare quei segni, a lui così familiari, appurando che il messaggio è indirizzato alla dea Ishtar. Poco dopo, la roccia si sbriciola, rivelando il modellino di un vascello splendidamente ornato di gemme intagliate; e Kenton viene trascinato di colpo su un vascello “reale”, del quale il cimelio altro non è che un emblema.

Quel vascello si agita in mari lontani, percorrendo nuove dimensioni, presidiato dai malvagi discepoli di Nergal, dio babilonese dei morti, e dalle sacerdotesse della dea della fertilità, Ishtar. Il ponte è rivestito per metà di avorio e per metà di ebano, simboleggiando una lotta infinita tra i due poli: una barriera invisibile impedisce che le due parti entrino in contatto tra loro. Quel vascello solca gli abissi da tempo immemore, in un mondo parallelo “congelato” da millenni.

Parecchi secoli addietro, scopriamo nel corso della narrazione, un sacerdote di Nergal e una sacerdotessa di Ishtar avevano peccato, innamorandosi, ed erano riusciti a fuggire dal vascello grazie al potere immortalante dell’amore; quell’eterna crociera, dunque, è una punizione inflitta dagli dèi. Gli altri sacerdoti, sacerdotesse e servitori dei numi, guidati da Sharane e Klaneth, proseguirono il conflitto.

Kenton si ritrova coinvolto in questa incredibile lotta; avvertito da Sharane, scopre che è in suo potere rompere l’equilibrio, perché a differenza degli altri può attraversare il confine mediano. Non essendo un uomo di quel tempo e di quel luogo, non è soggetto alla maledizione degli dèi e può muoversi liberamente tra i due lati della nave. Innamorato della bella Sharane, si offre di andare da Klaneth, sacerdote di Nergal, tentando di porre fine alle ostilità. Temporaneamente schiavo nella metà oscura della nave, Kenton lascia dietro di sé dubbi e paure, decidendo di conquistare il grande vascello e il cuore di Sharane.

John Kenton simboleggia il modo in cui l’uomo moderno, la sua natura primordiale soffocata dagli imperativi della civilizzazione, può trovare appagamento attraverso la piena soddisfazione degli ancestrali istinti di sensualità e conflitto. Un uomo soffocato e svalutato, che prova sempre meno interesse per le sue normali attività e scopre gioia e realizzazione in una dimensione fantasy meno “tecnologica” e “civilizzata”, dove le sue virtù possono essere integralmente dispiegate.

Abraham Merritt, Il vascello di Ishtar, tr. di Giuseppe Aguanno, Il Palindromo, Palermo 2018, pp. 472, € 26,00.

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