Il Decreto dei Tartari

Francesco Grasso
Dino Buzzati – Nostro fantastico quotidiano n. 13/2018
Il Decreto dei Tartari

Nominato funzionario, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre per raggiungere il Dipartimento dei Commi Dispari, sua prima assegnazione. Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la giacca e la cravatta d’ordinanza, rispettivamente grigio irrilevanza e giallo sopore, come stabilito dal regolamento ministeriale. Prese la metro B, scese a Piazzale Fermi, s’incamminò alla ricerca dell’autobus che avrebbe dovuto condurlo a destinazione. Chiese a un primo conducente, poi a un secondo. Gli autisti si produssero in annoiati gesti di diniego. «Dove ha detto?» s’informò un terzo. «Ministero dell’Inconcludenza» ripeté Drogo, infastidito. «Direzione Istanze Pretestuose, Dipartimento dei Commi Dispari.»

L’uomo negò risolutamente che da quelle parti sorgessero sedi di enti pubblici. Evidentemente non è informato, pensò Drogo. Decise che avrebbe proseguito a piedi. Percorse desolati quartieri dormitorio, ampi stradoni riarsi fiancheggiati da dirupate catene di pizzettari al taglio e negozi cinesi. Tutto ristagnava in un torpore misterioso, e a Drogo parve di avanzare, senza muoversi, per un tempo infinito.

Ma ecco, all’improvviso, comparire le tetre mura di un immenso edificio. La vasta facciata, i cancelli, le bianche muffe sui pilastri sembravano svettare sui nudi prati circostanti da immemorabili eoni. Drogo si fece riconoscere alla guardiola d’ingresso. Gli fu detto di aspettare, che presto lo avrebbero condotto all’ufficio del Personale. Dopo quattro ore, apparve un commesso claudicante che si presentò come “Morel” e accettò di scortarlo per i meandri dei piani superiori.

S’incamminarono. Lungo gli interminabili corridoi Drogo udì, filtrate dai muri, lontane voci umane d’indeterminabile origine; ogni tanto cessavano lasciando un vuoto, poco dopo riaffioravano, andavano e venivano come lento respiro. Tutto ristagnava nell’odore di polvere, cicche di sigaretta, cialde di caffè da poco prezzo e toner per stampanti. Un inesplicabile orgasmo gli entrò nel cuore.

«Lei è un giovane fortunato!» l’apostrofò il responsabile delle assunzioni, tale ragionier Ortiz.

«Fortunato?» ripeté Drogo, confuso.

«Certo. A giorni sarà emanato il Decreto di Riorganizzazione Amministrativa. Al nostro dicastero sarà assegnato il compito di riformare l’intero comparto pubblico. Un’impresa eroica, quasi una guerra. Il decreto ci investirà del potere e dei fondi necessari. I funzionari come lei compiranno una fulgida carriera, mi creda. Chiunque scalpiterebbe per l’opportunità di trovarsi al posto suo.»

Drogo avvertì nel tono di Ortiz un sentore d’insidiose blandizie. Pure, si sentì contagiare dalle caparbie speranze dell’altro, che, come ben sapeva, in quei contesti servivano a incoraggiare la vita. Così, nonostante avesse pensato di chiedere il trasferimento verso una sede meno isolata, si lasciò convincere a firmare un incarico per quattro mesi.

Il cubicolo che gli venne assegnato era nudo, squadrato e severo come una ridotta militare. Una scrivania essenziale, una cassettiera, una lampada da tavolo, un computer rotto sul cui schermo spento qualcuno aveva vergato con l’Uniposca Un fottilione di euro speso per digitalizzare la pubblica amministrazione. Harg, harg!. Sedette e girò i pollici fino al termine del suo primo giorno di lavoro.

Ma ecco che, già l’indomani, fu convocato a una Riunione d’Area. Vi trovò tutti i colleghi intravisti il giorno prima. Argomento dell’incontro, lesse, era l’arrivo di una comunicazione ufficiale dalla Presidenza del Consiglio. Il megadirigente del Dipartimento, cavalier-ducaconte Matti, esordì suggerendo si trattasse, finalmente, della notizia che tutti aspettavano, vale a dire il varo del Decreto di Riorganizzazione. Poi prese a cincischiare con la busta segnata dai sigilli del Protocollo, che egli ancora non aveva violato.

Drogo fissò i colleghi. Intorno al tavolo, sopra la macchia grigia delle cravatte, splendevano di pallore facce singolari; giovani o avvizzite, gli dicevano tutte la stessa cosa; con gli occhi accesi di febbre chiedevano avidamente il formale annuncio del rilascio del Decreto. Tutti pendevano dalle labbra di Matti, con la pretesa di non essere defraudati.

Ma il dirigente non aprì la busta. Al contrario, ingiunse ai presenti di dichiarare cosa ne pensassero.

Il ragionier Ortiz si affrettò a professarsi d’accordo col suo superiore. Senz’altro, asserì, il comunicato della Presidenza avrebbe stanziato i fondi per irrobustire l’organico del Dipartimento in vista dei compiti previsti dal Decreto. In tal caso, assicurò Ortiz, egli aveva già pronte le determine per assumere sino a trecento novelli impiegati. I nuovi ranghi, precisò, ovviamente non avrebbero accolto i precari che al momento sgobbavano negli uffici con contratti da fame di tre-sei settimane non rinnovabili («Questi sfigati devono continuare a morire gonfi» specificò) bensì le usuali liste di fancazzisti cognati, nipoti, amanti di politici e caporioni sindacali, secondo la ben consolidata prassi dell’amministrazione.

Poi prese la parola il geometra Angustina, responsabile degli approvvigionamenti. Stizzito dall’ardire di Ortiz, sottolineò di essere molto più d’accordo con Matti. Di certo, argomentò, gli stanziamenti in vista del Decreto dovevano essere destinati alla logistica e all’ammodernamento degli uffici. In tal caso, egli aveva già pronti i necessari bandi di gara, naturalmente redatti in modo da favorire le ditte legate a politici e caporioni sindacali, anche questo secondo la prassi consolidata. Le sue parole, in superficie cordialissime, avevano un vago sapore di rampogna, quasi che lui solo facesse il proprio dovere fino all’ultimo, lui solo provvedesse a rimediare agli infiniti guai che altrimenti avrebbero mandato tutto a remengo.

Poi fu il turno dell’ingegner Tronk, della Sicurezza. Indi degli altri presenti. Tutti si sperticarono in apprezzamenti per le mirabili doti da manager di Matti, e formularono la loro personale ipotesi sul contenuto della lettera della Presidenza.

Senza peraltro accennare minimamente ad aprirla.

Allorché giunse il turno di Drogo, il giovane tossicchiò nella vastità del silenzio, non sapendo cosa dire, giacché tutte le opzioni erano state sviscerate nei più minuti dettagli.

«Perché non apriamo i sigilli e leggiamo la lettera?» propose.

I colleghi lo squadrarono inorriditi.

«Che sciocchezza, caro Drogo» lo redarguì Ortiz. «Se facessimo quanto suggerisci, che senso avrebbe la nostra rimarchevole discussione?»

«Me lo stavo chiedendo, difatti» ammise il giovane.

Ortiz sorrise bonariamente in direzione di Matti, a testimoniare la superiore condiscendenza verso l’inesperto collega.

Il megadirigente annuì con affettazione: «Prendere atto della realtà piuttosto che discettare fino allo stremo su opinioni campate in aria? Un’idea bislacca, senza dubbio alcuno. Un approccio del genere vanificherebbe la stessa natura delle Riunioni di Direzione. Esse non servono, è universalmente noto, ad affrontare le contingenze concrete, bensì a riverire i superiori in gerarchia e ad accoltellare alla schiena i pari-grado».

Ortiz, raggiante per l’approvazione ricevuta, infierì: «Caro Drogo, quanto proponi significherebbe tarpare le ali della fantasia e minare le fondamenta della speranza. Soprattutto, svuoterebbe la piaggeria e l’arte di spaccare il capello in quattro, che sono i nostri più affinati talenti. Come puoi anche solo pensarlo?».

Drogo avvertì su di sé sguardi atoni e pesanti. Si affrettò a chiedere scusa. Ortiz lo rassicurò: presto avrebbe imparato.

Trascorsero i quattro mesi previsti. E Drogo capì di non avere più voglia d’andarsene. Il tornello all’ingresso aveva continuato, giorno dopo giorno, a macinargli la vita; le nude pareti del suo cubicolo lo avevano avviluppato nel loro viscerale squallore; il computer rotto era divenuto una compagnia familiare, ineludibile; dai corridoi gli giungeva amorevolmente l’eco degli appelli degli impiegati, che si chiamavano l’un l’altro con la parola d’ordine: «Pausa caffè… pausa caffè… pausa caffè…». Tutte queste cose erano oramai diventate sue; lasciarle gli avrebbe causato pena.

Accettò il rinnovo dell’incarico per un anno, e poi un altro ancora. Dopotutto, pensava, egli era ancora giovane, e grandi eventi si profilavano all’orizzonte. Sarebbe stato sciocco perdere un’occasione di carriera così importante, dopo aver atteso già tanto.

Nel frattempo, puntuale come le piogge, ogni autunno cadeva un governo, e in tempi di elezioni era impensabile emanare un decreto che travalicasse l’ordinaria amministrazione. «Ci penserà il nuovo esecutivo» dicevano tutti. Finché anche quest’ultimo non si dimetteva, travolto dall’ennesimo scandalo o perché così deciso dai banchieri.

Ma ecco che un giorno s’insediò un Premier Forte, o che quantomeno si professava tale. Costui affermò che la riforma della macchina dello Stato era ormai indifferibile: per ricostruire l’amministrazione bisognava prima rottamare i burocrati, radere al suolo i vecchi uffici, come facevano i Tartari con le città conquistate. Da quel giorno, tutti presero a riferirsi alla ventura legge come al Decreto dei Tartari, soprattutto per compiacere l’inesausto amore del Premier Forte per gli slogan.

Al Dipartimento dei Commi Dispari tornò l’ora delle speranze. Drogo e i colleghi osarono riaffacciarsi sulle eroiche fantasie tante volte costruite dinanzi allo schermo nero del computer, e ogni giorno perfezionate con nuovi particolari ascoltando il monotono ronzio della fotocopiatrice.

Quali fulgide riforme avrebbe introdotto il Decreto? Con quali mirabili colpi d’ala, si chiedevano tutti, avrebbe sollevato l’amministrazione pubblica dalla melmosa palude della burocrazia e dell’inefficienza?

Avrebbe, la nuova legge, concesso finalmente di licenziare gli impiegati fancazzisti (vale a dire quasi tutti) e i dirigenti politicizzati/leccaculo/mentalmente instabili (vale a dire assolutamente tutti)? Avrebbe, dopo tante promesse, legato la distribuzione del personale negli uffici a criteri di ragione ed efficienza, invece che alle dispute tra cordate di potere? Sarebbero stati, alfine, premiati l’orgoglio del merito e la responsabilità scrupolosa, anziché – com’era sempre stato – l’abulia e l’insipienza?

Crogiolandosi tra quei pensieri, entrava nell’animo di Drogo una specie di poetica ammirazione. E allora egli si diceva che era stato lungimirante a restare. Per quanto l’orgasmo oscuro degli anni persi nell’attesa fosse ormai grande, Drogo poteva ancora indugiare nell’illusione che l’importante fosse ancora da cominciare. E si sentiva vivo.

Ma ecco che, un giorno di primavera, il Premier Forte emanò le tanto agognate disposizioni. Le quali, scoprì Drogo, consentivano agli uffici di pubblicare circolari e leggi non più tramite Gazzetta Ufficiale bensì con Twitter, e davano liceità ai dirigenti pubblici di postare i propri selfie su Facebook, attività in cui – peraltro – i vertici ministeriali già eccellevano, specie nelle pose scattate in compagnia delle loro segretarie. Infine, agli sportelli rivolti al pubblico le amministrazioni avrebbero dovuto distribuire santini raffiguranti il volto sorridente del Premier Forte mentre andava a caccia di Pokemon o si baloccava alla Ruota della Fortuna. Nulla più.

Quand’ebbe terminato la lettura, nel silenzio ottundente del proprio cubicolo, Drogo si sentì rallentare i battiti del cuore. Come a significare che, no, non c’era proprio rimedio. Un’ombra di opaca amarezza lo invase ed egli tremò, così come quando le gravi ore del destino ci sfiorano senza toccarci, e noi rimpiangiamo la terribile ma grande occasione perduta.

Si alzò dalla scrivania, raggiunse la macchinetta del caffè, selezionò la sua bevanda preferita, vale a dire l’espresso macchiato al latte di murena, e prese a sferrare vigorose testate contro il muro.

«Cosa fai, Giovanni?» l’apostrofò Morel in tono sorpreso.

Drogo squadrò il commesso. In quegli anni era molto invecchiato. Persisteva nell’andatura claudicante, ma Drogo aveva da tempo compreso che le sue gambe erano perfettamente sane; era semmai all’inguine che appariva sempre dolorante. E proprio tale misteriosa pena provocava il suo tipico, stentato avanzare.

Drogo, come una logora diga che cede alfine all’incontenibile piena del fiume, sfogò col commesso il proprio scoramento.

«Dov’è fuggita la mia gioventù?» si lamentò. «A che pro questa lunga attesa, in cui ho incanutito la mia anima? Davvero il mondo non ha mai avuto un senso, per il povero Giovanni Drogo?»

Morel annuì: «Ti capisco molto bene, vecchio mio. Provo un’afflizione grandemente simile alla tua. Un senso d’inutilità, la sensazione di un gigantesco inganno perpetrato alle mie spalle, che ha vanificato la mia intera esistenza».

«Davvero?» replicò Drogo, sinceramente stupito.

La voce di Morel si ridusse a un sospiro. «Tanti anni fa mi consigliarono un romanzo di tale “D. B.”. Dissero che era una lettura imprescindibile, che dovevo vergognarmi a non conoscerlo, che trascurando il suo autore facevo torto alla Cultura e alla Letteratura Mondiale. Mi lasciai convincere e presi a leggerlo… Terminai faticosamente i primi sei capitoli senza trovare un’azione, un accadimento, un fatto qualunque. Quando arrivai a pagina cento, senza che nella vicenda fosse accaduto assolutamente nulla, mi esplosero i coglioni».

Il commesso additò tristemente il basso ventre dolorante.

E proseguì: «Dovetti smettere per qualche mese. Ma non potevo accettare d’aver speso futilmente così tanto tempo, così m’incaponii a finirlo… E sto ancora sforzandomi di farlo, stagione dopo stagione, capitolo dopo capitolo, illudendomi nella vana attesa di uno scatto della trama, di un colpo di scena, di qualsiasi sviluppo nell’intreccio. Ormai, la mia orchite ha raggiunto le dimensioni di uno zeppelin».

Drogo si riconobbe nella frustrazione di Morel. La sofferenza che era stata inflitta a entrambi, pensò, li aveva resi fratelli. Lo abbracciò e formulò un’ultima domanda: «Cosa possiamo fare, dunque, prima di arrenderci definitivamente alla vecchiaia e alla morte?».

Morel indugiò in quel virile abbraccio.

«Ascolta, vecchio mio. Io domani vado in pensione. Ma prima mi recherò dal sedicente esperto di narrativa che, col suo consiglio di lettura, m’ha rovinato la vita, e gli infilerò il maledetto “romanzo imprescindibile” su per il culo.»

Drogo assentì gravemente: «Verrò con te, amico Morel. Almeno qualcosa, nelle righe vuote del nostro lungo cammino, avrà avuto senso».

Sui tetti riarsi del Ministero dell’Inconcludenza, il vento dell’ostile deserto che taluni chiamavano EUR soffiava lugubre e impietoso.

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