Giallo catodico: serie infernali. "Turno di notte" e "Gli incubi di Dario Argento"

Marco Chiani
Dario Argento n. 15/2022

Sono i primi mesi del 1987 quando Enzo Tortora, di ritorno in tv dopo il clamoroso caso di malagiustizia di cui è stato vittima, mette in produzione uno tra gli esempi più moderni del mezzo televisivo anni Ottanta. Precursore di molti talk-show di inchiesta, da Chi l’ha visto? in giù, Giallo. La tua impronta del venerdì va in onda per 15 puntate su Raidue dall’ottobre 1987 al gennaio 1988. Ogni venerdì alle 20:30, ospitando al suo interno due serie di fiction decisamente aliene per i gusti dell’epoca come Turno di notte e Gli incubi di Dario Argento.
Ideato da Enzo e Anna Tortora, l’ampio contenitore è diviso in due sezioni, una riguardante l’attualità affidata al giornalista, affiancato da Gabriella Carlucci e Alba Parietti, l’altra dedicata alla fiction e curata, appunto, da Argento. Ma l’immaginario argentiano si rivela, da subito, piuttosto estraneo a un passaggio in prima serata per un pubblico tradizionale sospettoso, quando non ostile alla trasmissione.
La prima location è lo studio di Tortora, arredato un po’ alla Baker Street, dove il pubblico entra in contatto con gli aiutanti Vampirius e Mystiria (Parietti) e, infine, con Giallo, il pastore tedesco mascotte della trasmissione. Dallo studio, poi, si lanciano i collegamenti, il primo dei quali è per Carlucci che presenta personaggi noti – per esempio, Alberto Sordi durante le riprese di Un tassinaro a New York (1987) – o luoghi in tema con il mood della trasmissione, come nel caso della Libreria del Giallo di Milano.
Questo primo collegamento ha anche la funzione di coinvolgere gli ospiti nella soluzione del caso poliziesco trasmesso in studio: l’episodio di Turno di notte, che i telespettatori sono chiamati a risolvere mediante una telefonata al conduttore. La storia è messa in pausa nell’attimo esatto in cui viene annunciato che il mistero sta per essere risolto.
Tortora si siede poi tra il pubblico e conversa con lo sceneggiatore Dardano Sacchetti e i giallisti Marco Tropea e Laura Grimaldi, autori della trasmissione con Oreste Del Buono. Questi hanno una funzione notarile, decretando chi tra i telespettatori ha fornito la spiegazione più convincente e perché. Un nuovo collegamento con Gabriella Carlucci dà agli ospiti noti la possibilità di risolvere a loro volta il caso. Raccolte tutte le varie ipotesi, va in onda la parte conclusiva di Turno di notte.
Chiusa la parte fiction, si apre la rubrica Giallo di casa nostra dove vengono analizzati, mediante ricostruzioni documentarie e ospiti chiamati in studio ad hoc, casi giudiziari di varia entità e categoria.
Terminata la rubrica, Mystiria, munita di gotico candelabro, sale la scala a chiocciola dello studio fino a trovarsi di fronte a una porta dietro alla quale, in uno spazio a metà tra la soffitta e l’attico minimalista, Dario Argento, in compagnia di Coralina Cataldi Tassoni, conduce quei 20 minuti celebri per alcuni commentatori dell’epoca, magari un po’ slegati, in realtà forieri dei momenti più estremi della televisione coeva. C’è un po’ di tutto: Argento racconta sé stesso e il suo cinema, intervista personaggi come Anthony Perkins, i Pink Floyd, addirittura l’esorcista Monsignor Balducci, presenta filmati di montaggio sui grandi mostri del cinema oppure spiega accuratamente come si realizzano trucchi per niente rassicuranti: dal braccio meccanico ideato da Sergio Stivaletti per la sigla iniziale alle mosche di Phenomena (1985), dai corvi di Opera (1987) ai cani di Suspiria e Tenebre (1982), fino ai topi di Inferno (1980).
Per anni invisibili agli spettatori e ancora oggi di difficile reperibilità, le due serie infernali coinvolgono Argento in maniera differente: se Turno di notte, 15 episodi dai 12 ai 19 minuti l’uno, è ideata e supervisionata dal cineasta, ma diretta da Lamberto Bava e Luigi Cozzi, Gli incubi di Dario Argento, 9 episodi da 3 minuti ciascuno, vanta anche la sua regia.
Girati in 35mm su soggetti e sceneggiature di Sacchetti, Tropea e Grimaldi, i corti di Turno di notte mettono in campo tre tassisti che si trovano di volta in volta ad accompagnare clienti verso differenti destinazioni romane, finendo con lo sventare crimini terreni, ma non di rado anche soprannaturali. Bava e Cozzi dirigono piccoli film ben scritti e meglio confezionati. Nonostante siano ligi al rispetto della struttura, che prevede un’interruzione della messa in onda da parte di Tortora per permettere al telespettatore di scoprire il colpevole, girano in modo deciso, magari svelto, ma mai sciatto, rispettando la propria autentica visione artistica. Così gli episodi di Bava sono più urbani, compatti e generalmente thriller, mentre quelli di Cozzi risultano più rarefatti, ondivaghi, con una decisa tonalità fanta-horror.
Di diritto nel novero delle rarità del regista, Gli incubi di Dario Argento nasce da sue idee originali con l’eccezione di La strega, ispirato a un racconto di Ray Bradbury. I mini-incubi sono girati in pochissime ore e montati poco prima della messa in onda, al punto che i funzionari Rai spesso non hanno nemmeno il tempo di visionarli. L’urgenza e la velocità di esecuzione contraddistinguono in maniera positiva un progetto che dimostra a pieno la visionarietà del regista, pur nello spazio costretto di tre giri di lancette.
Se Riti notturni costruisce un clima da incubo con poche notazioni e ancora meno inquadrature, Nostalgia punk è l’episodio genialmente splatter che segna una netta cesura all’interno della serie. A seguito delle numerose proteste dei telespettatori suscitate dalla sequenza di un ventre squarciato dall’interno – con tanto di fuoriuscita di budella – i dirigenti Rai convocano d’urgenza il regista, intimandogli una moderazione dei toni invero rintracciabile nella seconda parte del programma. Dopo due settimane di sospensione, in cui la trasmissione va in onda senza il mini-incubo, si raggiunge un compromesso con l’azienda cui seguono episodi senz’altro validi, ma meno estremi perché sottoposti a quel controllo che non avrebbe lasciato passare né Il verme né, appunto, Nostalgia punk. Non è un caso che il corto del riavvio sia proprio La strega, ovvero l’unico ad attingere a una fonte narrativa preesistente, per poi riprendere il passo con Addormentarsi, il crudele Sammy e il meta-cinematografico L’incubo di chi voleva interpretare “L’incubo di Dario Argento”.
Come capita spesso, la voce di Argento fa da sigillo ed è segno tangibile della presenza di un autore che sceglie di raccontare in prima persona, con un’inflessione ora calda e riflessiva, ora grave e quasi afona, storie veloci e allucinanti che risultano fortissime anche a decenni dal primo passaggio.
La serie si apre con La finestra sul cortile, prima variazione argentiana sul capolavoro del 1954, che precede un celebre spot per la Knorr e il film tv Ti piace Hitchcock? (2005) ma non ne possiede l’incisività. È infatti l’episodio più stanco, corretto e castigato in una forma che deflagrerà negli altri segmenti. Come Il verme, ma anche Addormentarsi, in cui la ricerca del disturbo allo spettatore televisivo è quasi programmatica, al punto che l’auto-smembramento e la metamorfosi mostruosa dei due mini-incubi sembrano trovare eco tanto nei coevi eccessi di Brian Yuzna, quanto nella vecchia poetica della nuova carne di David Cronenberg.
L’impostazione domestica è la comune matrice dei corti, tutti girati in interni e ambientati in case private, non a caso i luoghi deputati all’elettrodomestico televisivo.
I colori di Gli incubi di Dario Argento sono squillanti e saturi con la dominanza di un blu acceso, irreale, pop, efficacemente horror, che pare uscito dall’impianto visuale di un film della factory Argento qual è Dèmoni di Lamberto Bava (1985).
Caratterizzati da un’ispirazione in presa diretta sul mondo dei giovani – ragazzi la cui esistenza viene ribaltata da agenti esterni – e da un montaggio veloce in bilico tra videoclip e pubblicità, i mini-incubi sono commentati da una libreria musicale che risente della svolta iniziata con Phenomena, in cui erano presenti brani di Iron Maiden e Motörhead, e perfezionata con Opera, dove le arie di Verdi, Puccini e Bellini si mescolano alle accensioni metal. Le nuove conquiste musicali, neanche tanto distanti dagli accostamenti tra jazz e rock dei Settanta, sono frutto di una ricerca che Argento porta avanti con il solito gusto per la sperimentazione.
È così che la forma-clip risulta congeniale a un cineasta che, pur avendo sempre difeso il diritto a esprimersi attraverso l’arabesco visivo, sceglie di colpire lo spettatore con accensioni fulminee e schegge di violenza catodica.

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