I confini della nostalgia. Introduzione al cinema di Theo Angelopoulos
Anna Maria Geraci
Abbiamo intervistato Anna Maria Geraci e approfondito la figura del regista Theo Angelopoulos partendo dal saggio “I confini della nostalgia”
Buongiorno e grazie per aver accettato questa intervista. Per cominciare le chiederei come è nato l’interesse verso Theo Angelopoulos e la sua filmografia e cosa l’ha spinta a scrivervi un saggio a riguardo.
Buongiorno, grazie a voi per questa opportunità.
Il cinema di Angelopoulos è stato l’argomento centrale della mia tesi triennale e rappresenta, quindi, una presenza importante nel mio percorso di formazione e di ricerca. Nel cinema di Angelopoulos ho trovato una forma di poesia per immagini capace di interrogare lo spettatore e di coinvolgerlo in una riflessione profonda sull’uomo e sulla sua condizione. La scelta di tornare oggi su Angelopoulos con il saggio “I confini della nostalgia. Introduzione al cinema di Theo Angelopoulos” (coll. Fotogrammi, Bietti, 2026) nasce dunque da un interesse che ha radici lontane, ma che nel tempo si è arricchito di nuove prospettive. Dopo aver studiato Tonino Guerra (poeta e sceneggiatore di tutti i più grandi registi del Novecento e collaboratore fisso di Angelopoulos dagli anni Ottanta in poi) e aver approfondito il suo rapporto con il cinema nel saggio dedicato alla sua figura, intitolato “Mangiare una farfalla: cinema e poesia di Tonino Guerra” (Il Ponte Vecchio, 2024); ho sentito il bisogno di ritornare ad Angelopoulos, anche alla luce di quella esperienza. Mi interessava, in particolare, osservare nuovamente il suo lavoro con uno sguardo più maturo e mettere in evidenza la straordinaria attualità della sua opera. Questo saggio rappresenta, quindi, non un punto di partenza, ma quasi un ritorno: un ritorno a un regista che ha accompagnato una parte significativa del mio percorso accademico e che, ancora oggi, continua a porre al pubblico domande difficili e profonde sul tempo, la memoria e il significato dell’identità non solo greca, ma soprattutto Europea. I grandi temi che affrontava nei suoi film sono ancora, purtroppo, attuali: l’immigrazione, la povertà, la crisi economica, il problema dei confini… come anche il senso di vuoto, la nostalgia per un passato più semplice, ma forse anche più carico di valori e di umanità.
L’opera ha il merito di mostrarci il regista a tutto tondo, collocandolo nel giusto contesto storico e sociale e appunta do gli aspetti biografici fondamentali per andare solo successivamente ad analizzarne l’Arte. Quanto e importante nella presentazione di un artista un simile approccio?
Ha moltissima importanza, soprattutto nel caso di Theo Angelopoulos. Credo, infatti, che per comprendere pienamente la sua opera sia necessario conoscere prima di tutto l’uomo e il contesto storico e sociale nel quale si è formato. Angelopoulos, inoltre, è ancora un autore relativamente poco conosciuto dal grande pubblico, nonostante la straordinaria importanza che ha avuto nella storia del cinema europeo. Presentarlo a tutto tondo significa quindi anche restituirgli la centralità che merita. Nel suo caso, poi, biografia e storia sono profondamente intrecciate e finiscono per incidere in maniera irrimediabile sul suo sguardo, sul suo carattere e sul suo modo di fare cinema. La sua infanzia è segnata dalla guerra: penso, in particolare, all’arresto del padre e alla morte della sorella, esperienze che lasciano una traccia profonda nella sua sensibilità e nella sua successiva visione del mondo. A questo si aggiungono gli anni della dittatura, la crisi economica, la disoccupazione e un clima culturale nel quale l’arte che non fosse funzionale alla propaganda poteva essere ostacolata e censurata. Sono avvenimenti che non possono essere considerati semplicemente come elementi biografici collaterali, perché entrano direttamente nella sua concezione dell’arte e del cinema. Per questo, nel mio saggio, ho ritenuto importante ricostruire prima il contesto nel quale Angelopoulos è vissuto e si è formato, e soltanto successivamente affrontare la sua produzione artistica. Il suo cinema nasce infatti da una precisa esperienza storica e personale: il modo in cui racconta i suoi film è inevitabilmente legato a ciò che ha vissuto e alla storia e alla cultura del suo Paese. Per questo motivo, la sua vita e le vicende che l’hanno plasmata diventano, in qualche modo, la lente attraverso la quale possiamo e dobbiamo leggere il suo cinema.
La sua prosa semplice ma di grande valore divulgativo contribuisce senz’altro alla fruibilità del testo e a rendere la visione più chiara ai neofiti. Quali sono le difficolta e le sfide nel cercare di far conoscere un artista attraverso la scrittura?
Credo che una delle principali difficoltà, quando si cerca di far conoscere un artista attraverso la scrittura, sia proprio quella di riuscire a trovare un equilibrio tra approfondimento e accessibilità. Bisogna offrire al lettore gli strumenti per comprendere l’artista senza però semplificarlo o impoverirne la complessità. La scrittura, da questo punto di vista, ha un grande vantaggio, che è anche, a mio avviso, una caratteristica ricercata nel cinema di Angelopoulos: la possibilità di tessere pazientemente un gran numero di tele, di costruire connessioni e lasciare che il lettore possa ritornare su quelle stesse trame per cercare, ogni volta, di cucirne altre. La lettura è un’esperienza paziente. Non impone necessariamente una risposta immediata, ma richiede tempo, attenzione e disponibilità. E soprattutto non permette al lettore di essere passivo: deve collaborare con l’autore, deve interrogare ciò che legge e contribuire a riempire di significato gli argomenti che vengono proposti. È proprio questo che ho cercato di fare nel saggio su Angelopoulos. Non volevo semplicemente fornire una serie di informazioni o spiegare semplicisticamente i suoi film, ma creare un percorso attraverso il quale anche chi non conoscesse il regista, potesse avvicinarsi gradualmente al suo universo. La scrittura può suggerire, collegare, offrire delle chiavi di lettura, ma poi è il lettore a dover compiere l’ultimo decisivo passo, e magari creare l’ennesimo contatto, una nuova prospettiva.
Parlando di Angelopoulos quali sono a suo avviso gli eventi biografici e storici che hanno inciso maggiormente sulla sua maturazione artistica?
La Seconda guerra mondiale e la guerra civile, così come la dittatura dei colonelli, le innumerevoli crisi economiche della Grecia, fino ad arrivare al 2012 e oltre, sono tutte vicende complesse, che hanno un impatto collettivo, oltre che sulla vita del singolo, molto rilevante e duraturo. Sono diversi gli eventi biografici e storici che hanno inciso profondamente sulla maturazione artistica di Angelopoulos, e credo sia difficile separarli nettamente, perché nella sua esperienza personale la storia entra continuamente nella sua vita. Non esiste un singolo elemento che ha inciso particolarmente. Gli eventi biografici e storici sono tutti tasselli di un mosaico che ha formato la sua arte in modo originale, complesso e in continua evoluzione.
Poi, oltre gli elementi puramente storici, bisogna anche considerare di particolare rilevanza come Angelopoulos li ha raccontati attraverso la macchina da presa. Nei primi anni Sessanta, infatti, decide di trasferirsi a Parigi e dedicarsi al cinema. La capitale francese in quel momento è il centro dell’arte non solo europea ma mondiale, e qui entra in contatto con il lavoro di Claude Lévi-Strauss e Jean Rouch, oltre che con l’estetica del Neorealismo e della nascente Nouvelle Vague. Da qui nasce il suo peculiare linguaggio filmico: tempi dilatati, lunghi piani-sequenza, silenzi, i paesaggi come stati d’animo, i lenti movimenti della macchina da presa che sembrano quasi sospendere il tempo, l’utilizzo del mito, l’impiego delle soluzioni del teatro di Brecht, ecc…
Quanto è importante il mito ellenico, e in particolare la figura di Odisseo, nelle storie da lui sviluppate?
Il mito ellenico, e in particolare la figura di Odisseo, attraversa profondamente l’opera di Angelopoulos e, a mio avviso, rappresenta una delle chiavi fondamentali per comprendere il suo cinema. Infatti, la storia e il mito in Angelopoulos si sovrappongono continuamente: il passato remoto dell’epica dialoga con il presente, e le vicende degli uomini del Novecento e della contemporaneità assumono la dimensione di una nuova Odissea. In fondo, i suoi personaggi sono spesso degli Ulisse moderni: viaggiano, cercano, attraversano confini, inseguono una memoria, un’identità o un luogo al quale poter tornare o ripartire.
Per poter rintracciare la genesi e il eprchè del richiamo al mito, in particolare quello del νόστος e di Odisseo, bisogna però, innanzitutto considerare il contesto storico e politico nel quale Angelopoulos si trova a lavorare. Durante le varie dittature e negli anni della censura non era possibile parlare apertamente di determinati fatti di cronaca o assumere una posizione politica esplicita. Il mito, allora, poteva diventare uno strumento per alludere a ciò che non poteva essere raccontato direttamente. Attraverso una storia apparentemente lontana nel tempo, il regista poteva parlare del proprio presente. È quello che accade, per esempio, con l’ascesa alla dittatura di Metaxàs nel 1939 e l’omicidio del politico Grigoris Lambrakis nel 1963, eventi collegati e rievocati nella sua seconda pellicola I giorni del ’36 (1972). Il mito, o meglio il richiamo implicito al mito, diventano così una sorta di linguaggio cifrato, capace di aggirare la condanna e, nello stesso tempo, di rendere ancora più universale la vicenda narrata. Ma non voglio svelare troppo… il saggio cerca di trovare e sciogliere i fili, alle volte spessi e altre volte sottilissimi, di questa matassa costruita ad arte dal maestro, e fatta di avvenimenti storici, denuncia sociale e politica e richiami a leggende, miti e tradizioni greche e balcaniche.
Mi ha colpito molto il fatto che nelle sue opere filmiche il regista stimoli lo spettatore a farsi domande. Nel panorama registico attuale quali sono secondo lei e se ci sono altri artisti che scelgono questo approccio piuttosto che fornire una propria interpretazione?
Credo che anche oggi esistano ancora registi che scelgono di non fornire allo spettatore una risposta già confezionata, ma di lasciargli uno spazio di interpretazione. È un atteggiamento che, personalmente, considero molto importante, perché significa avere fiducia nell’intelligenza e nella sensibilità di chi guarda. Angelopoulos appartiene certamente a questa categoria. Il suo cinema non cerca di spiegare tutto: pone delle domande e costruisce le condizioni perché sia lo spettatore a cercare le proprie risposte. È un cinema che richiede partecipazione, attenzione e anche una certa disponibilità a confrontarsi con l’ambiguità. Nel panorama contemporaneo penso, per esempio, a registi come Nuri Bilge Ceylan, Béla Tarr e Aki Kaurismäki, autori molto diversi tra loro, ma accomunati dalla volontà di non guidare lo spettatore verso un’unica interpretazione. Anche Paolo Sorrentino, in alcuni suoi film, lascia volutamente aperti significati e interrogativi che lo spettatore deve ricomporre.
Mi sembra però importante fare una distinzione. Non credo che un regista debba necessariamente essere oscuro o difficile per lasciare spazio all’interpretazione. Il punto è un altro: si tratta di non considerare lo spettatore come un soggetto passivo al quale consegnare un significato già definito. È proprio questo che mi affascina di Angelopoulos. I suoi film sono costruiti come delle domande molto più che come delle risposte. Il tempo dilatato, i silenzi, i lunghi piani-sequenza, i paesaggi e persino ciò che non viene mostrato obbligano lo spettatore a intervenire, a mettere insieme i frammenti. Credo che questa sia una delle ragioni per cui il suo cinema continua a parlarci. Un’opera che offre una risposta definitiva può essere compresa e conclusa; un’opera che invece pone una domanda, continua a lavorare dentro di noi per sempre. E forse è proprio questa la funzione più alta dell’arte: non dirci necessariamente cosa pensare, ma insegnarci a guardare e percepire oltre le parole e le immagini, con l’anima.
Volendo sintetizzare quali sono secondo lei le principali tematiche portate avanti da Theo Angelopoulos?
Se dovessi sintetizzare le principali tematiche del cinema di Theo Angelopoulos, partirei innanzitutto dal tempo e dalla memoria, che sono forse i due grandi assi intorno ai quali ruota tutta la sua opera. Il passato, nei suoi film, non è mai veramente passato: ritorna continuamente nel presente, attraverso i ricordi, i luoghi, i volti e i silenzi. Un’altra tematica fondamentale è certamente il viaggio, inteso non soltanto come spostamento fisico, ma come ricerca di identità e verità sul passato. I suoi personaggi viaggiano alla ricerca di qualcuno, di un luogo, di una memoria, di un’identità. È qui che ritorna anche la figura di Odisseo: il viaggio diventa una forma di conoscenza e, spesso, una ricerca impossibile di un’origine o di una patria. Poi c’è naturalmente la storia, soprattutto quella greca ed europea del Novecento: le guerre, la guerra civile, le dittature, l’esilio, le divisioni politiche e ideologiche. Angelopoulos non racconta però la storia come una semplice successione di avvenimenti. Il passato storico dei Paesi, infatti, entra nelle vite degli individui e ne condiziona profondamente le scelte, gli affetti e la possibilità stessa di sentirsi appartenenti a un luogo. Accanto alla storia troviamo quindi l’esilio e lo sradicamento. I suoi personaggi sono spesso persone che hanno perso una patria, oppure che vivono in una condizione di passaggio, sospese tra due luoghi e due identità, e anche fra più culture. A questo proposito, un altro elemento centrale è il confine. Confine geografico, politico, ma anche confine tra passato e presente, tra realtà e memoria, tra vita e morte. Nei suoi film attraversare un confine significa spesso entrare in una dimensione diversa, nella quale le coordinate abituali dello spazio e del tempo sembrano venir meno.
Tutte queste tematiche, però, sono profondamente intrecciate. Non credo sia possibile separarle completamente. È proprio questa rete di connessioni che rende il cinema di Angelopoulos così complesso e, allo stesso tempo, così profondamente umano, delicato e autentico.
Il suo cinema è, per me, una vera e propria metafora della vita. I suoi personaggi cambiano idea, si pentono, inseguono un percorso, un sogno o un ideale, ma prima o poi devono fare i conti con la realtà. Ed è proprio nel confronto con essa che cambiano direzione, soffrono, si perdono e si reinventano: non sono mai statici, ma continuamente attraversati dal dubbio e dal cambiamento. Per questo, nei suoi film, è difficile prevedere come andrà a finire la storia. I suoi personaggi sono profondamente tridimensionali, imprevedibili, e il loro dolore – reso simbolicamente attraverso paesaggi grigi e oscuri e dialoghi brevi e poetici – non appare mai banale o fine a sé stesso. I suoi film ci ricordano la vita reale: un percorso fatto di deviazioni, perdite, ripensamenti e desideri, in cui il finale è sempre misterioso e, soprattutto, fuori da ogni controllo. Alle volte, penso per esempio a Paesaggio nella nebbia (1988) e L’eternità e un giorno (1998) il finale è talmente doloroso, che i personaggi forse (perché non sappiamo se è realmente così) se lo immaginano come un lieto fine.
Qual è il significato dell’espressione “Grecia interiore” riferita da Carmelo Nicotra in fondo al saggio?
L’espressione “Grecia interiore” mi sembra particolarmente efficace per descrivere il rapporto che Angelopoulos ha con la propria patria. Non si tratta semplicemente della Grecia geografica, quella dei luoghi, delle città o dei paesaggi di periferia e di confine che ritroviamo nei suoi film, ma di una Grecia che il regista porta dentro di sé e che diventa, nel corso della sua opera, una vera e propria dimensione dell’anima. La Grecia di Angelopoulos è certamente quella della sua infanzia, della guerra, della dittatura, della guerra civile, delle divisioni politiche e dell’esilio, ma è anche la Grecia del mito, della tragedia, della memoria e della poesia. È una Grecia che continua a esistere nonostante la distanza spaziale o temporale. Ed è proprio questo, secondo me, il senso più profondo dell’espressione. La Grecia interiore non è un luogo dal quale si può semplicemente partire o tornare: è qualcosa che ci accompagna. È una memoria che si porta con sé, fatta di immagini, persone, paesaggi, tradizioni e racconti. La “Grecia interiore” diventa quasi una metafora della condizione umana: tutti portiamo dentro di noi una geografia personale, fatta di luoghi reali e immaginari, di ricordi e di assenze. Ed è forse proprio questo che rende il cinema di Angelopoulos così universale: partendo da una storia profondamente greca, riesce a parlare della memoria e della ricerca di appartenenza di ogni uomo nonostante le diversità.
Viviamo in un mondo dove condivisione e confronto passano sempre più spesso per i Social Network. Qual è il suo rapporto con questa realtà?
Il mio rapporto con i social network è certamente ambivalente. Da una parte ne riconosco l’importanza e le grandi possibilità: permettono di condividere idee, libri, film e riflessioni con una rapidità che in passato sarebbe stata impensabile. Per chi scrive e si occupa di cultura possono essere anche uno strumento prezioso per raggiungere lettori e creare occasioni di confronto. A questo proposito, insieme allo scrittore Mario Rossi e all’artista Mauro Burani, gestisco come amministratrice il gruppo Facebook “Tonino Guerra Per Sempre” con quasi seimila iscritti da tutto il mondo, condividendo iniziative e proposte per tenere viva la memoria del poeta e sceneggiatore romagnolo Tonino Guerra (1920-2012).
Dall’altra parte, però, credo che i social abbiano modificato profondamente il nostro modo di comunicare. Siamo abituati alla velocità, all’immediatezza, alla necessità di esprimere continuamente un’opinione. E questo, a volte, rischia di andare nella direzione opposta rispetto a quella che considero necessaria per avvicinarsi a un autore come Angelopoulos.
Per concludere, ringraziandola per la disponibilità, le chiedo quale opera di Theo Angelopoulos consiglierebbe a chi voglia approcciarsi alla sua arte per la prima volta?
Grazie a voi per l’interesse dimostrato, con l’augurio che molti altri possano interessarsi al cinema di Theo Angelopoulos e possano amarlo e apprezzarlo come merita anche in Italia. Se dovessi indicare due opere per avvicinarsi per la prima volta al cinema di Theo Angelopoulos, sceglierei sicuramente L’eternità e un giorno (1998) e Ricostruzione di un delitto (1970). Sono due film molto diversi e appartengono anche a momenti differenti della sua produzione, ma proprio per questo permettono di comprendere due aspetti fondamentali della sua poetica.
L’eternità e un giorno è forse il film che consiglierei a chi vuole entrare immediatamente nella dimensione più intima e poetica del suo cinema. È un’opera sul tempo, sulla memoria, sulla perdita e sul rapporto tra passato e presente. Attraverso il viaggio del protagonista, Angelopoulos riesce a trasformare una vicenda personale in una riflessione universale sull’esistenza, sul tempo che ci è stato concesso e su ciò che lasciamo agli altri. È un film che richiede pazienza, ma che proprio per questo restituisce moltissimo. Accanto a questo suggerirei Ricostruzione di un delitto, che è invece il suo esordio nel lungometraggio e permette di vedere già alcuni degli elementi che diventeranno fondamentali nel suo stile successivo: il rapporto tra individuo e comunità, lo stile documentarista, il richiamo al mito, la storia che irrompe nella vita privata, il silenzio e soprattutto quella particolare capacità di Angelopoulos di raccontare una vicenda apparentemente semplice facendone emergere una dimensione molto più ampia e stratificata.
Direi quindi che i due film possono essere considerati quasi come due porte d’ingresso diverse: L’eternità e un giorno conduce verso il tempo interiore, la memoria e la poesia, mentre Ricostruzione di un delitto permette di avvicinarsi maggiormente al rapporto tra storia, società e individuo. Ci si accorge che il cinema di Angelopoulos non chiede semplicemente di essere guardato: chiede di essere attraversato.
A questo proposito, mi piace sempre riportare le parole di una famosa intervista ad Angelopoulos sul suo modo di intendere il cinema: «Non voglio educare le persone; cerco di trovare una via dal caos alla luce. Viviamo in tempi confusi in cui i valori non esistono più. La malinconia accompagna la confusione e il disorientamento. Ma le domande che le persone si pongono sono sempre le stesse. Da dove vengo, dove vado? Domande sulla vita, la morte, l’amore, l’amicizia, la giovinezza e la vecchiaia. La storia ora tace. E tutti noi cerchiamo di trovare risposte scavando dentro noi stessi, perché è terribilmente difficile vivere in silenzio. […] Il mondo ha bisogno del cinema ora più che mai. Potrebbe essere l’ultima importante forma di resistenza al mondo in declino in cui viviamo. Il pubblico va punito. Il pubblico si lascia andare alla facilita, quindi va punito. Le cose difficili valgono più delle facili. Il pubblico non è Dio, non è sovrano. Non è il pubblico che deve decidere. Un’artista e come la coscienza del mondo».
Enrico Spinelli per Unlibrotiralaltroovveroilpassaparoladeilibri.it 27 agosto 2026