Quando Bradbury se la prese con Dio

Andrea Scarabelli
Walt Disney – Il mago di Hollywood n. 10/2015
Quando Bradbury se la prese con Dio

La notte del 13 novembre 1940 va in scena la première di un film destinato a mutare per sempre la percezione della Settima Arte, ad opera di un artista il cui nome sfida le lobbies che tiranneggiano su Hollywood. Lui è Walt Disney, la pellicola Fantasia, realizzata insieme al geniale Leopold Stokowski, rimasto talmente impressionato dall’Apprendista stregone da volerlo inizialmente dirigere gratis et amore dei (1). La ricezione è tiepida: troppa avanguardia, troppa musica, troppo poco intrattenimento… Quella wagneriana «opera d’arte totale» (John Canemaker) sembra non generare molto entusiasmo nella platea del Colony Theatre di Broadway. Con una luminosa eccezione: Ray Bradbury, che manca alla prima ma il giorno dopo si vede tutto quel brillante «esercizio intellettuale» (2), esperienza che ripeterà venti volte, nelle settimane successive. Sarà lui stesso a confessare, nel corso di un’intervista: «Ricordo ancora quella serata come, probabilmente, la più bella della mia vita» (3). Se il carattere rivoluzionario di Fantasia coglie impreparati pubblico e critici, il momento storico non aiuta di certo. Sono gli anni della Seconda Guerra Mondiale: l’America è trascinata nel conflitto e il gelo di una realtà disumana violenta le atmosfere oniriche del film. Apprendisti stregoni ben più temibili di quello disneyano, matrimonio del Zauberlehling di Goethe (4) e della sinfonia di Paul Dukas, si preparano a gettare il mondo in un carnaio. Ed è pure probabile che alla notte di Valpurga musicata da Musorgskij non segua un’aurora ristorata dal misticismo dell’Ave Maria schubertiana.

Sentinella dei diritti dell’immaginazione su una realtà degradata e degradante, Bradbury è al settimo cielo. Non è la prima volta che il genio di Disney – «la cui influenza si farà sentire per secoli» (5), come non avrà timore di dichiarare – lo strega. Sfidando la diffidenza dei genitori, giovanissimo aveva visto «in un buio teatro di Waukegan» Steamboat Willie, il primo film sonoro della Disney (quello con Topolino che fischietta sul Ferryboat) e poi La danza degli scheletri, la prima delle Silly Symphonies, una modernissima danse macabre dai risvolti comici: «Fu un colpo di fulmine durato cinque minuti, che schiacciò l’anima del mio corpo di bambino di otto anni e me la restituì svuotata, brillante, pulita, ristrutturata, iperventilata, nuova» (6). Vide e rivide danzare quegli scheletri – gli stessi che avrebbero popolato molti dei suoi racconti, come Skeleton, del 1945 (7) – almeno una volta al giorno, nelle settimane successive. Nulla di strano, dato che vide Pinocchio otto volte e Biancaneve e i sette nani dodici, nei primi dieci giorni di proiezione (pagando solo due ingressi al cinema, tra l’altro, come confessò, con il candore di uno dei personaggi della sua Estate incantata), non perdendosi nessuna delle avventure di Topolino, né le altre Symphonies. Inutile dirlo, s’iscrisse anche al club di Topolino, come tanti suoi coetanei.

Quando viene annunciato Fantasia, Ray non sta più nella pelle. Come ricorderà nello scritto senza data The mouser, tutto dedicato a Walt, un giorno si pianta in mezzo alla strada, brandendo un fascio di copie dell’«Herald’s», edizione pomeridiana, alza un pugno verso il cielo ed esclama, rivolto a Dio: «Se mi fai metter sotto da un’auto prima che al cinema esca Fantasia, bada che ti troverai in grossi guai» (8). Dio sembra non avere nulla da eccepire e lo scrittore può assistere alle circonvoluzioni musicali di Beethoven, Bach e Dukas che accompagnano la danza di satiri, ninfe e altre creature del mito e dell’immaginario.

Non è che la tappa di un lungo cammino, il cui obiettivo è un incontro con l’autore di quel capolavoro. Che avviene un ventennio dopo, precisamente nel 1963. Passeggiando per Beverly Hills, Bradbury intravede il padre di Topolino in persona, sommerso da una montagna di pacchi e fiocchi. Rompe gli indugi, correndogli incontro e chiedendogli se conosca i suoi libri. Alla risposta affermativa segue la proposta di un pranzo. Che viene accordato… l’indomani! Bradbury stenta a crederci. I due s’incontrano e, divorando zuppe e insalate, si pronunciano in filippiche contro chi costruisce fiere universali per poi abbandonarle l’anno successivo; le esposizioni, il cui scopo non è solo economico ma soprattutto etico: «Sbalordirvi col passato al punto di farvi aggirare nel presente alla ricerca di un nuovo futuro» (9).

D’altra parte, di esposizioni ne sanno qualcosa tutti e due: l’autore delle Cronache marziane ha appena concluso la progettazione degli interni del padiglione degli Stati Uniti all’Esposizione Universale di New York, che si terrà l’anno dopo. Disney, invece, sta cimentandosi col progetto ambizioso di una città del domani, che non farà in tempo a vedere e che aprirà i battenti nel 1982 a Bay Lake, in Florida. L’EPCOT (Experimental Prototype Community of Tomorrow) è pensato come una fiera permanente che coniughi i costumi americani con avanguardia e tecnologia, a immagine e somiglianza di Disney, Giano bifronte tra passato e futuro (10). Il padre di una Disneyland avvolta da un’aura mitica e fiabesca è anche l’ideatore di luoghi come Innoventions East e Innoventions West, Universe of Energy e Mission: SPACE. Senza dimenticare la sfera geodetica Spaceship Earth, alla cui progettazione parteciperà… Bradbury. È una ricostruzione della storia dell’umanità, dai primordi al futuro, dai dinosauri ai viaggi spaziali.

I viaggi spaziali, antica ossessione di Ray e Walt. Il primo, avido lettore delle avventure di John Carter di Marte di Edgar Rice Burroughs e autore di uno dei più importanti cicli marziani, era convinto che fosse lo spazio il luogo naturale dell’uomo moderno. Nemico del disfattismo dei giornalisti nei confronti della NASA, auspicava la realizzazione di prodotti culturali che permettessero ai suoi connazionali di familiarizzare di più con quell’ente e con la frontiera – tutta interiore – dello spazio. E Disney, quasi come in un dialogo a distanza su frequenze diverse da quelle umane, l’aveva preso in parola ancor prima di conoscerlo, lavorando con Wernher von Braun e realizzando pellicole sul programma spaziale degli USA: Man in Space e Man and the Moon, del 1955, seguiti due anni dopo da Mars and Beyond.

Tutti indizi che ci conducono a individuare una parentela spirituale tra i due narratori di storie, nemici del realismo a tutti costi e alfieri dell’immaginazione creatrice, il cui incontro, di cui abbiamo parlato, si conclude con un’ora di ritardo. Ray ha provato, invano, a ricordare a Walt il suo appuntamento fissato per le 14, ma il creatore di Topolino è un torrente di parole. Quando la segretaria lo trafigge con un’occhiataccia, l’autore delle Cronache addita il suo ospite: è colpa sua. Colpa di Walt Disney.

I mesi successivi vedono Bradbury impegnato in una lunga serie di pranzi con i creatori dei film Disney e della stessa Disneyland: «Tutti loro sapevano che avevo scritto a innumerevoli periodici, difendendo il Regno Magico contro i gelidi, marmorei intellettuali di New York» (11). Probabilmente avevano letto su «The Nation» la sua risposta indignata all’articolo di Julian Halevy del giugno 1958, dal titolo programmatico Disneyland and Las Vegas. Halevy li aveva accostati, vedendovi l’espressione della peggiore sottocultura americana. Bradbury, che aveva visitato con Charles Laughton il Magic Kingdom, «la fantasia personale di Walt Disney» (John Landis) (12), «un parco divertimenti, un’esposizione, una città da Mille e una Notte, una metropoli del futuro» (13), «un luogo colmo di bellezza e magia» (14) (qui è Disney stesso a parlare), aveva dato in escandescenze: accostare un regno fiabesco che libera la parte migliore dell’uomo, dominio di «fantastiche escursioni nei bisogni di una civiltà», a «un girone dell’Inferno di Dante» (15)! Non è con l’intelletto che si comprendono queste cose, ma con l’arte. Così la pensava Bradbury, che giunse addirittura a citare, in una delle sue poesie più belle, la massima nietzschiana che vede nell’arte un antidoto alla prigionia della razionalità: «Conosci il reale? Cadi morto. / Così parlò Nietzsche. / Abbiamo le nostre arti per non morire di verità» (16).

D’altra parte, professionisti della verità, accademici e giornalisti non sono mai andati molto a genio neppure a Walt, stando a quanto disse a Oriana Fallaci (che fu, tra l’altro, amica e ammiratrice anche di Bradbury) pochi mesi prima di morire: «Ah, io non posso soffrire gli intellettuali. Sono pericolosi; vivono fuori dalla natura o non ne tengono conto. Io, tutte le volte che parlo con un intellettuale, sento il bisogno irresistibile di scaraventarlo in mezzo alla giungla […] perché si tolga dal capo le sue stupide ideologie» (17). Evidentemente, i progressisti non erano gli interlocutori prediletti da Ray e Walt.

Dopo quell’incontro, ad ogni modo, la presenza di Bradbury negli Studios si fa costante. Contribuisce con idee, suggerimenti e proposte ai progetti legati a Disneyland e all’EPCOT. Walt gli è riconoscente, vorrebbe ricambiare: Bradbury coglie la palla al balzo e gli domanda la chiave d’accesso agli archivi Disney. Un azzardo imperdonabile. Eppure, Walt alza la cornetta e compone un numero: «Aprite l’archivio. Sto mandandovi Ray. Lasciategli prendere tutto quello che vuole» (18). Apriti Sesamo: lo scrittore si precipita in quei sotterranei colmi di tesori e ne esce carico di fotogrammi, schizzi, bozzetti e acquerelli. Nei mesi successivi, con il benestare dell’amico si aggiudicherà materiali rarissimi, che faranno gola a collezionisti e amanti del genere (basti pensare che un solo fotogramma, con i nani di Biancaneve che si lavano le mani in un mastello, verrà acquistato da Spielberg per duecentomila dollari!). Ogni volta che torna a casa, si aspetta una lavata di capo dall’archivista, a porre termine alla sua estate incantata. Ma quella telefonata sembra non giungere mai.

Nei pochi anni che vanno dal loro incontro alla morte di Walt i due hanno modo di confrontarsi su molte passioni comuni, in special modo l’edilizia e l’urbanistica. Bradbury fu sempre molto attento a questi aspetti, tanto che si batté per la costruzione di città a misura d’uomo, ben differenti da quelle disumanizzanti dell’America del suo – e del nostro – tempo. Per smaltire il traffico di Los Angeles, ad esempio, propose di adottare il sistema delle “navette-passeggeri” di Disneyland: «Sarebbero davvero molto utili nelle grandi aree di moltissime delle nostre città» (19). Congiuntamente, come ricorda il già citato John Landis, i due ingaggiarono una campagna pubblicistica «a favore di una monorotaia sopraelevata da costruire al centro del nostro immenso sistema di freeways» (20), progetto che – naturalmente – non ebbe seguito, una volta giunto negli uffici del potere di Los Angeles. Cosa che non stupì Bradbury, né tantomeno, com’è facile supporre, lo stesso Disney.

Eppure, piuttosto che i «buffoni» e gli «idioti» che riempiono i consigli comunali, tuona infuriato Bradbury, bisognerebbe seguire i consigli del creatore di Mickey Mouse, «il più grande, brillante e creativo urbanista del mondo», superiore a ogni Le Corbusier e Frank Lloyd Wright. Disney, «che ha iniziato a risolvere dei problemi a livello pratico, veniva deriso dalla gente soltanto perché era un famoso uomo di spettacolo invece che un grande artista; eppure, rifletteva in modo molto raffinato sugli esseri umani». La conclusione di Bradbury e l’aneddoto riportato (che questi riferì al biografo ufficiale di Disney, Richard Shickel, e che costituì la conclusione del suo The Disney version, del 1968) sono straordinari: «Mi piacerebbe che fosse Walt Disney il sindaco di Los Angeles. Una volta glielo domandai e mi rispose: “Perché dovrei diventare sindaco, se sono già re?”. Fu una risposta bellissima» (21). Monarca illuminato di una Disneyland, che, come Bradbury dirà in un’altra intervista riprendendo quanto già scritto sulle colonne di «The Nation», è molto più di un centro ricreativo: «Disney è il mio eroe […]; ha creato un modello, costituito da Disneyland, Disney World ed EPCOT. Sono tutti ambienti sociali. […] Forniscono degli esempi di come vivere. Ci sono alberi, fiori, fontane e laghetti, posti dove sedersi e mangiare: in questo modo, è più facile uscire di casa» (22).

Questa nuova forma mentis, secondo il nostro «marziano», avrebbe inoltre il merito di valorizzare le ricchezze locali, non costruendo città omologate e tutte uguali, colate di cemento a uniformare il paesaggio, ma integrando natura e edilizia. Prima di affrontare questa rivoluzione copernicana dell’urbanistica, continua Bradbury, occorrerebbe però riorganizzare completamente tutti i consigli comunali, insediandovi persone provenienti dal luogo stesso, in grado di valorizzarne la ricchezza paesaggistica e l’estetica. A chi, tuttavia, affidare questa riforma politica? Chi dovrebbe occuparsi di selezionare questa casta di assessori “illuminati”? La risposta di Bradbury è chiarissima: «Disney. E io» (23). Un sogno ad occhi aperti purtroppo rimasto tale, soffocato dall’incompetenza e dalla mancanza di educazione di certi contemporanei.

Fine dell’estate. Il giorno della morte di Walt, a casa Bradbury giunge una telefonata. È un giornalista della Cbs Radio, cerca lo scrittore, vuole chiedergli di Walt. Ma Ray non c’è, risponde sua moglie: è con le sue figlie a Disneyland. Perché è nelle corde di Bradbury preferire le opere alle parole – e non c’è opera senza immaginazione. Ma il discorso vale anche per Walt, cui potrebbero idealmente essere destinati questi versi dell’autore delle Cronache marziane, un mantra dal sapore poundiano e dannunziano: «Fare è essere. / Aver fatto non è abbastanza; / Riempirti di attività – questo è il gioco. / Chiamarti ogni ora con quello che hai fatto» (24). Ray non celebrerà Walt alla radio ma nel luogo incantato che questi ha creato. Per non lasciare che la realtà vinca sulla fantasia, per strappare un’ultima disperata promessa a Dio, per obbedire alle parole che accolgono i visitatori del Magic Kingdom: «Finché c’è immaginazione nel mondo, Disneyland non sarà mai completata».

 

  1. Cfr. Marc Eliot, Il principe nero di Hollywood, Bompiani, Milano 1994, p. 157.
  2. Ivi, p. 159.
  3. Ray Bradbury, Siamo noi i marziani, Edizioni Bietti, Milano 2014, p. 61.
  4. Tr. it.: L’apprendista stregone, in Johann Wolfgang Goethe, Cento poesie, Einaudi, Torino 2011.
  5. Ray Bradbury, The Machine-Tooled Happyland, in «Holidays», ottobre 1965.
  6. Ray Bradbury, Il toparo, in Troppo lontani dalle stelle, Mondadori, Milano 2008, p. 96.
  7. Tr. it.: Lo scheletro, in Ray Bradbury, Paese d’ottobre, Mondadori, Milano 2001.
  8. Ray Bradbury, Il toparo, cit., p. 97.
  9. Ivi, p. 98.
  10. Sul progetto di EPCOT cfr. Michael Barrier, The Animated Man. A life of Walt Disney, University of California Press, Berkeley 2008, pp. 307-312.
  11. Ray Bradbury, Il toparo, cit., p. 99.
  12. Cit. in Mariuccia Ciotta, Walt Disney. Prima stella a sinistra, Bompiani, Milano 2005, p. 130.
  13. Cit. in Michael Barrier, op. cit., pp. 267-268.
  14. Walt Disney Make-Believe Land Project Planned Here, in «Burbank Daily Review», 27 marzo 1952.
  15. Ray Bradbury, The Machine-Tooled Happyland, cit.
  16. Ray Bradbury, Abbiamo le nostre arti per non morire di verità, in Lo zen nell’arte della scrittura, DeriveApprodi, Roma 2000, p. 123.
  17. Ho speso miliardi per costruire il Lincoln che parla e si muove. Oriana Fallaci interroga Walt Disney, in «L’Europeo», giugno 1966.
  18. Ray Bradbury, Il toparo, cit., p. 100.
  19. Ray Bradbury, Siamo noi i marziani, cit., p. 99.
  20. John Landis, L’utopia di Disney, in Mariuccia Ciotta, op. cit., p. 9.
  21. Ray Bradbury, Siamo noi i marziani, cit., p. 99.
  22. Ivi, p. 188.
  23. Ivi, p. 192.
  24. Ray Bradbury, Fare è essere, in Lo zen nell’arte della scrittura, cit., p. 122.

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