Narrativa: Io sono un creativo

Donato Altomare
Walt Disney – Il mago di Hollywood n. 10/2015
Narrativa: Io sono un creativo

Che poi non significa nulla. Il mio campo è la pubblicità, magari quella per il lancio di una nuova autovettura. Sarebbe formidabile, lui seduto al posto di guida che recita: Lasciate stare, non è per voi. Sogghigna e accarezza i capelli della fata di turno. Poi parte con la nuova auto, lasciando nell’aria quel senso di equivoco che mi piace tanto. Già, l’auto o la fata… non è per voi? Dietro scorrono le caratteristiche della nuova autovettura e alla fine un numero di telefono, con scritto sotto, tra parentesi: Chiedete di Roberta.

Oppure una pubblicità per le scarpe: Fantastiche!, non le lascerete mai più. E si vede lui in pigiama, a letto con due fate, sempre di turno, che dorme con le scarpe ancora ai piedi. Ma abbracciando le due ragazze. Equivoco: chi non lascerete mai più? Così si scatena la fantasia della gente che ha la solita utilitaria e le scarpe un po’ scomode perché a buon mercato. Senza poi parlare di con chi dorme.

Ecco, spero abbiate capito cosa significhi per me essere creativi. In realtà sbarco il lunario facendo il centrale di difesa in una squadra di serie C2, quel difensore che si prende tutte le colpe se gli avversari segnano, quel difensore di cui difficilmente si parla sui giornali, che si becca un anonimo 6 quando va tutto bene. Insomma, un impiegato del calcio. Potete quindi ben capire la mia eccitazione quando ho ricevuto la risposta dalla Disney. Ovviamente, si tratta della The Walt Disney Company Italia, la prima filiale Disney nel mondo per data di fondazione. Avevo letto da qualche parte che stavano cercando idee per la loro produzione. Avevo risposto con una semplice frase: «Volete idee? Ditemi a che ora e dove posso scaricare il camion». Equivoca la risposta: «Mercoledì alle ore 10:00 presso la sede a Milano in via…». Non specificando se si riferissero al camion o a un appuntamento. Optando per la seconda ipotesi, lasciai la mia città di provincia a sud dello Stivale e viaggiai tutta la notte per essere a Milano in orario. Ero in stazione alle 8:45. Mi ero accuratamente sbarbato la sera prima, ma già un’ombra oscurava il mio viso. Avevo gli occhi pesti, ovviamente non avevo riposato bene in treno, e gli abiti sgualciti. Mi scompigliai i capelli. Bene, sembravo un vero creativo.

Alle 9:28 era seduto nella saletta d’aspetto. Mi ero portato la Settimana Enigmistica. Da tre giorni ero alle prese con un rebus che mi stava facendo impazzire. Divennero tre giorni e dieci minuti quando entrarono un altro paio di persone. Giacca e cravatta. Perfettamente pettinati e sbarbati, anche se forse di barba non dovevano averne, vista la loro giovanissima età. Mi salutarono con un leggero cenno del capo e si sedettero, continuando a chiacchierare tra loro, quasi non esistessi. Dopo cinque minuti ne arrivarono altri tre e poi due. E ancora.

Eravamo una dozzina quando, alle dieci in punto, si aprì la porta degli uffici. Ne uscì una donna piuttosto in età. Capelli corti poco curati, occhiali sulla punta del naso e niente seno. Ci diede uno sguardo, soffermandosi con un’espressione di vago disgusto su di me, e lesse una serie di nomi, compreso il mio: «Seguitemi». Ci diede le spalle, piatto anche il sedere, e si mosse senza curarsi di controllare se la stessimo seguendo. Perplesso per la numerosa compagnia, cominciai a dubitare seriamente delle mie possibilità di successo. Oh, certo, spiccavo per il mio aspetto. Come definirlo… casual? Che poi significa che metti quello che ti capita la mattina quando la sveglia ti butta giù dal letto. Ma era adatto all’occasione? Bah! A meno che… pensai a quella pubblicità in cui l’aspirante si rasa i capelli e si veste come il titolare dell’azienda, fregando gli altri.

La sala riunioni era mostruosa. Un tavolo in simil legno da trenta posti era circondato da una serie di scaffalature colme di libri che certo nessuno aveva mai letto, di vecchie cassette e DVD, tutti ovviamente con i film della Disney. Davanti a ogni poltroncina, sul tavolo, c’era un display inclinato ‘sì da permettere la lettura senza coprire chi fosse di fronte e, accanto, un banalissimo taccuino con relativa penna.

«Prendete posto, per cortesia.» Alcuni l’avevano già fatto, beccandosi lo sguardo colmo di rimprovero della donna dagli occhi acquosi. Mi avvicinai alla poltroncina più vicina e la scostai. Uno stronzetto in camicia bianca e cravatta gialla a righe si sedette, approfittando del fatto che l’avevo spostata, dicendo: «Grazie, nonno».

Nonno? A me? «Come ti chiami?»

Lui mi fissò perplesso: «Come? Non conosci il nome di tuo nipote?». E ridacchiò.

Fu uno sbaglio. Non feci quello che ogni uomo con le palle dovrebbe fare in simili situazioni. Mi sedetti su un’altra poltroncina. Purtroppo quella più lontana dal posto dirigenziale. Che fu occupato subito: entrò un uomo piuttosto giovane, ben pettinato, perfettamente sbarbato e con uno spezzato molto elegante. Istintivamente mi alzai. Fui l’unico. L’uomo mi lanciò uno sguardo che non riuscii a interpretare. Imperturbabile, attesi che si sedesse per tornare ad accucciarmi nella mia poltroncina.

«Signori,» esordì il dirigente senza neanche presentarsi, forse ritenendosi così conosciuto da non doverlo fare, «siete qui perché abbiamo bisogno di un creativo. Non ho tenuto conto dei curricula di tutti voi perché non dicono mai la verità.»

«Complimenti» mi lasciai sfuggire.

Il dirigente mi fissò: «Per cosa?».

«Curricula…» balbettai imbarazzato, «tutti oggi dicono curriculum anche al plurale.»

Lui scosse il capo come si fa con un deficiente che dice banalità e continuò: «Oggi da questa sala dovrà uscire il creativo da assumere, quindi sarete sottoposti a una serie di quesiti che serviranno allo scopo».

«Ma nessuno mi aveva informato di questo.» Scattarono quasi all’unisono due dei presenti. Il dirigente lanciò loro un’occhiataccia e chiese i nomi. Attese che li avessero pronunciati, si rivolse alla segretaria anziana dalle posticce unghie scarlatte e disse: «Natalie, li cancelli». Si girò verso i due: «Per cortesia, lasciate la sala, non abbiamo bisogno di voi».

«Ma…» azzardò uno dei due, «cos’ho detto di male?»

«Nulla di male, per carità, ma se vuole essere avvisato significa che non è pronto, e non può servirmi uno che non è pronto all’occorrenza. Buona giornata, signori.»

Uscirono a capo chino sotto lo sguardo allegro degli altri. Meno due, pensammo tutti insieme. Il dirigente tornò a sfiorarmi con lo sguardo, quasi stesse decidendo se destinarmi la stessa sorte per aver osato parlare senza la sua autorizzazione, poi parve seguire altri pensieri. Difatti cominciò: «Signori, alle vostre spalle avete degli scaffali con vecchie cassette di film della Disney. La mia domanda è semplice. Immaginate di essere in una emeroteca», e mi lanciò ancora uno sguardo blandamente divertito, «che contenga anche, com’è ormai consuetudine, scaffali con film, nelle loro forme più attuali ma anche arcaiche.»

«Ma cosa c’entrano i film con il vino?» borbottò un altro giovane concorrente.

«Quella si chiama enoteca. L’emeroteca contiene riviste, giornali e altro del genere. Come una grande edicola. Come si chiama lei?»

Meno tre.

«La mia domanda è semplice» ripeté, quasi a sottolineare che non lo era affatto: «Se voglio indirizzare l’attenzione dell’osservatore casuale su uno dei film, cosa devo fare?».

Il primo ad alzare la mano per rispondere fu mio nipote, con la cravatta gialla a righe. «Creo una sovracopertina tutta bianca che si stacca nettamente da quelle colorate degli altri film.»

«Qualche altra idea?»

Si sprecarono in suggerimenti, dai più folli (illuminiamo la cassetta con luce propria) ai più banali (la tiriamo fuori e la mettiamo ben in vista). Io non risposi subito. Guardai attentamente lo scaffale. Aveva sopra i giornali, sotto riviste e sotto ancora, diciamo all’altezza del bacino, le cassette. Mi alzai. Fui l’unico a farlo. Mi accorsi che era difficile leggere i titoli dei film, mi sarei dovuto piegare e restare in quella posizione a lungo. Così sgombrai il primo ripiano, quello all’altezza degli occhi. Posai provvisoriamente i giornali sul tavolo e sistemai le cassette nello stesso ordine in quel primo ripiano, mettendo sotto i giornali. Soddisfatto, mi risedetti.

«La quinta cassetta è al contrario» disse la voce del dirigente alle mie spalle.

Mi girai, accennando un sorriso: «Ah, l’ha notato?».

Non mi rispose. Distolse lo sguardo da me e raggelò un paio di candidati: «Lei e lei… potete andare. Non abbiamo bisogno di voi (meno cinque)». Puntò il suo indice su di me: «Lei… La sua non è certo un’idea originale».

«Funziona. L’ha verificato lei stesso. Ho studiato da creativo.»

Certo non capì che lo stavo prendendo in giro, perché non mi cacciò via. Sapevo di aver rischiato molto, ma cominciava a darmi sui nervi quel suo modo di fare. Da re che decreta vita o morte dei suoi sudditi. Eppure in quel frangente lo era. Qualcosa mi diceva che era tutta una farsa, che lì dentro c’era chi aveva già il suo nome sulla targhetta dell’ufficio del creativo, ma che forse dovevano dare una parvenza di legittimità alla sua assunzione. E il mio giovane nipote sembrava troppo tranquillo, mentre, da quando i primi due erano stati mandati via, molti avevano sbottonato il colletto sotto la cravatta e allargato il nodo. L’avrei fatto anch’io, ma non porto mai cravatte.

«Vorrei adesso da voi un motto. Personale. Laggiù c’è una lavagna, andate e scrivetemelo. Lei per ultimo.» Riferendosi a me. Gli ultimi saranno…

Attesi con pazienza che tutti lo facessero. Ce ne furono di carini (Il mio nome è Marco I. Lattanzi. I sta per Idea) e banali (Vi sommergerò di creatività). Il prescelto dalla cravatta gialla (avevo cominciato a pensare a lui in questo modo) scrisse: IO +++.

Quando mi accorsi che mancavo soltanto io, mi alzai di scatto. Cancellai accuratamente la lavagna e cominciai a scrivere: COGITO, ERGO SUM.

Il tono del dirigente evidenziava tutta la sua delusione: «Tutto qui? Devo averlo già letto da qualche parte» ironizzò mentre gli altri ridacchiavano, pregustando la mia imminente dipartita. «Non le sembra assolutamente poco… originale per un creativo?»

Mi girai: «Non ho finito». Tornai a dare le spalle a tutti e con tranquilla indifferenza misi tra parentesi la G, mutando così il senso della frase. CO(G)ITO, ERGO SUM. Sentii alle mie spalle un secco «Ah!». Una risata monosillabica. «Lei e lei… (meno sette) potete andare» disse, segnalandoli alla segretaria che si stava umettando le labbra siliconate. Quando furono fuori, si girò verso i sopravvissuti, io, il prescelto e altri tre: «Abbiamo bisogno di una nuova interpretazione dei classici. Cosa pensate dei film Disney? Soltanto i cartoni animati, intendo».

La domanda mi colse davvero impreparato. Che cazzo ne sapevo io dei cartoni Disney? Sì, li avevo visti tutti, ma da piccolo. Chi non ha visto PinocchioLa bella addormentata… o Cenerentola, Il libro della giungla, ecc., da bambino? Ma mi ero stufato presto. Rammentavo che la grande casa cinematografica ne aveva sfornato un numero incredibile, tra cartoni e “normali”. Il guaio è che quelli che ricordavo un po’ meglio non erano certo i cartoni animati.

I tre sopravvissuti si lasciarono andare a lodi sperticate, parlarono della loro valenza umana e culturale, del loro profondo insegnamento alla gioventù. In quel momento ebbi conferma che il prescelto era proprio lui, il mio nipote dalla cravatta orrenda. Sciorinò una sequela di critiche molto ben articolate. Non poteva averle pensate lì per lì. Conosceva certo la domanda e si era preparato. Rimasi in silenzio, rimuginando se mandare tutti al diavolo subito oppure continuare quel gioco idiota. Infine lo sguardo del dirigente si posò su di me. La voglia di spararla grossa c’era. Come pure l’idea da presentare; del resto, che creativo sarei stato senza un’idea in quel momento? Cacciato per cacciato… Così sbottai: «No, non sono d’accordo. I classici? Li butterei tutti nella spazzatura. Hanno fatto danni agli spettatori di tenera età».

Per la prima volta vidi il dirigente spalancare gli occhi per la sorpresa e la segretaria fare lo stesso. Il movimento delle sue lunghe ciglia finte fu così repentino e ripetuto che smosse l’aria intorno.

«Quando Dumbo è stato sottratto alla madre imprigionata, ho pianto per una settimana. I miei non riuscivano a consolarmi. E la storia della mela avvelenata? Sino a quindici anni non ho toccato una mela. Potete immaginare facilmente come sono rimasto. E Pinocchio? Ogni volta che facevo filone a scuola, di sera controllavo che le mie orecchie fossero normali. Senza poi dire che avevo impressa negli occhi la scena dell’impiccagione. Di notte, ogni ombra nella mia stanza mi sembrava il burattino appeso. Terribile! Vi rendete conto di che traumi sono state queste scene per intere generazioni? Nei miei incubi c’era sempre Crudelia De Mon de La carica dei 101. Mi terrorizzava. Ma vi sembra giusto basare una storia per bambini su una che scuoia i cani? E La bella e la bestia? Ci sommergete di pubblicità, convincendoci che dobbiamo essere belli, affascinanti e attraenti, per poi dare una splendida ragazza a una specie di mostro. Mi sembra strano che non abbiate ancora fatto un film su Hansel e Gretel. Horror puro. Pensate davvero che i ragazzini credano alla storia de Il libro della giungla? Un neonato abbandonato nella giungla è fortunato se sopravvive un paio di minuti. Latte di lupo? Che schifo! Ogni giorno chiedevo a mia madre di che animale fosse il latte della mia colazione. E, poi, non la definirei un’idea molto originale, a partire da Romolo e Remo. Ma finiamola con le storie a lieto fine, col buonismo a tutti i costi! Le maggiori disillusioni dei ragazzi nascono dallo scoprire che il mondo è tutt’altra cosa. Infinitamente peggiore e crudele. Ciò che bisogna davvero insegnare ai bambini è la differenza tra sogni e realtà.»

Tacqui. Mi ero sfogato. Presi la penna col marchio Disney e la mostrai al dirigente: «Posso tenerla?». E mi alzai per andarmene.

Mi squadrò dalla testa ai piedi e mi ordinò: «Stia seduto, non le ho dato il permesso di andare via».

Stavo per rispondergli che non avevo certo bisogno del suo permesso, quando lui distolse lo sguardo da me: «Lei, lei e lei… (meno dieci), potete andare».

Mentre la segretaria anzianotta prendeva nota, grattandosi i sette piercing all’orecchio sinistro, l’uomo tornò a guardare me e il prescelto: «Preparatemi una nota con cinque idee innovative. Avete un’ora a disposizione». Si alzò. «Un’ora esatta.» Senza neanche un cenno di saluto uscì, seguito dalla segretaria che cercava di sculettare. Senza riuscirci.

 

«Ma pensi davvero quello che hai detto?»

La domanda mi sorprese. Il prescelto mi stava guardando con malcelata ammirazione. La sua tracotanza era stata messa da parte, forse si stava rendendo conto che poteva esserci qualcuno migliore di lui. Benché la cosa paresse non preoccuparlo affatto.

«E non ho detto tutto.»

«Cos’altro?» chiese, interessato come un bambino.

«Non ho parlato di Cenerentola. Da ragazzino mi sono sempre domandato come potesse una scarpetta di cristallo rotolare su una scala in pietra senza andarsene in frantumi. Ho provato con un bicchiere di casa, mandandolo in pezzi: il sedere mi fa ancora male per le sculacciate. Capii, ed è duro a otto anni, che le favole sono spesso panzane. Tant’è che non mi sorprenderebbe un’altra versione di Cenerentola

«Davvero? Quale?»

Non aspettavo altro: «Ecco, la scarpetta di vetro va in mille pezzi. Il principe s’incazza come non mai e ordina ai suoi sudditi di trovargli il migliore mastro vetraio del regno. Gli chiede di fare una scarpetta identica a quella ormai rotta. Il mastro vetrario guarda i pezzi e scuote il capo. Impossibile, nessuno è in grado di realizzare un cristallo così sottile e al contempo resistente. Ma al principe la storia non va giù e gli ordina di realizzarla a ogni costo. O gli taglierà la testa. Il poveraccio s’impegna al massimo riuscendo nell’impossibile e, basandosi sui pezzi della scarpetta rotta, ne realizza una identica. Felice, il principe convoca le fanciulle da marito del reame per far misurare la scarpetta. Ma è troppo piccola per tutte. Poi accade il dramma. Una ragazza giunonica tenta di infilarla nel suo piede taglia 45, senza riuscirci; per farlo si alza e spinge forte sul pavimento la scarpina delicata e anche questa va in pezzi. Il principe è furibondo. Sta per mandare al patibolo la poveretta, quando si ode una sorta di scampanellio. Proviene dalla cassetta rivestita di morbidissima stoffa imbottita di piume nella quale il principe ha serbato come reliquie i resti della scarpetta di cristallo persa dalla sua amata. Li guarda. Sbalordito, si accorge che tintinnano. E accade un prodigio: i pezzi di cristallo finissimo si librano in aria, abbandonano la cassetta ed escono dalla reggia. Il principe li segue con gli occhi spalancati e il cuore in subbuglio. Si dirigono verso una ricca casa, ma, invece che dalla porta principale, entrano dalla finestra della soffitta. Il principe si scaglia contro il portone per farsi aprire. Un servitore lo riconosce, sgrana gli occhi e si fa da parte. Il principe entra nella casa e, incurante delle sorelle e della matrigna che l’hanno seguito dalla reggia in quanto anche loro dovevano misurare la scarpetta, corre verso la soffitta. Quando entra, vede i frammenti sospesi in aria accanto a Cenerentola, che dorme esausta su un logoro pagliericcio gettato per terra. Mentre arrivano le donne della casa e alcuni servitori, si avvicina alla fanciulla e la sveglia delicatamente. Grande è la sorpresa della bellissima ragazza nel rivedere il principe che ama, tant’è che pensa sia tutto un sogno. Ma la sorpresa s’ingigantisce quando i frammenti avvolgono il suo piede nudo e pian piano si ricompongono, formando la scarpetta di cristallo. Che le calza perfettamente».

Poi il consueto finale con le nozze, eccetera eccetera.

Il prescelto era rimasto incantato ad ascoltarmi. In fondo era sempre un ragazzino fatto crescere a forza.

«Non ho possibilità con te, sei troppo bravo.»

Scossi il capo. Volevo credergli, ma sapevo che non era così: «Non è detto. Prova a dare il meglio di te». Poi mi concentrai sul mio taccuino e cominciai a scrivere.

 

Il dirigente guardò prima me, poi lui. Poi lui e di nuovo me. Infine fece un lungo sospiro e disse: «Ammetto che la scelta è molto difficile. Ma c’è una questione che mi aiuterà a chiarire le idee. Ho letto le cinque proposte di entrambi e devo convenire che un paio sono molto innovative, una per ciascuno. C’è però la questione di Cenerentola».

Aggrottai la fronte: «Quale questione? Non le piace la nuova storia?».

Lui strinse le labbra, imitato dalla segretaria, che aveva però serie difficoltà, a causa dei denti sporgenti. «Avete proposto entrambi la stessa variazione. Con la scarpetta di cristallo che va in frantumi.»

Scagliai uno sguardo omicida verso il giovinastro in cravatta gialla a righe: «Come… come hai potuto?».

Lui non batté ciglio e rispose a denti stretti: «Cosa dici? La storia è mia e tu me l’hai copiata».

Mi girai verso il dirigente e chiesi: «Non è vero, gliel’ho raccontata io. Quella versione non è sua. Mi crede, vero?».

«Bella idea» disse sommessamente. Poi mi guardò fisso negli occhi: «Signor Coppolecchia (sì, mi chiamo proprio Saverio Coppolecchia, non è colpa mia), può andare. Non abbiamo più bisogno di lei. Grazie per il tempo che ci ha dedicato».

«Me l’aspettavo…»

«Vede, non so a chi appartenga l’idea, ma ci sono due possibilità. Che lei stia mentendo e la storia l’abbia copiata sbirciando dal taccuino del suo collega. In questo caso, è giusto che la rispedisca a casa. La seconda possibilità è che lei gliel’abbia davvero raccontata. A maggior ragione non è adatto a questo posto. Qui si arriva allo spionaggio industriale per carpire qualche informazione segreta sulle prossime programmazioni. Uno che parla così tranquillamente e butta via un’idea tanto bella senza riflettere sulle conseguenze non dà alcuna garanzia d’indispensabile riservatezza.» Si avvicinò al prescelto, gli tese la mano e concluse: «Congratulazioni, il posto è suo».

 

L’annata calcistica 2015-2016 è stata forse la migliore per me. Non sono mai sceso sotto la sufficienza, e un paio di volte ho beccato un 7, tant’è che sembra che una squadra di serie B mi abbia richiesto. Spero non sia troppo distante dalla mia città, anche perché ho finalmente conosciuto una ragazza con la quale vado molto d’accordo. Sarebbe doloroso scegliere tra lei e una squadra settentrionale di B. Ma è meglio non fasciarsi la testa prima d’essersela rotta.

È lunedì, ho acquistato la Gazzetta, come faccio ogni inizio settimana per leggere quello che dicono della mia partita. Il mio sguardo viene però catturato dai titoloni in prima pagina. Lo scandalo della scarpetta di Cenerentola. Pare che la Disney abbia in tutta segretezza iniziato la realizzazione di un cartone animato con una simpatica variazione della scarpetta che va in frantumi, senza però sapere che la Warner Bros aveva già quasi terminato la produzione di un film che si basava proprio su quella idea, un film tenuto segretissimo e, ovviamente, con un copyright altrettanto segreto. La Disney è cascata dalle nuvole quando è stata citata per plagio ed è stata costretta a sospendere la produzione, rimettendoci un’incredibile carrettata di soldi. C’è stato il solito scarica-barile sulle responsabilità, ma il giornalista sostiene che i veri colpevoli siano un creativo e il dirigente che l’ha selezionato. Le loro foto spiccano in prima pagina. Sono in bianco e nero, ma giurerei che la cravatta a strisce del creativo sia gialla.

Ripenso all’esperienza di un anno fa. L’idea della scarpetta in frantumi l’avevo raccontata io al prescelto, ma mica gli avevo detto fosse mia… Era accaduto tutto per caso. Mi ero sentito con una cugina americana che aveva partecipato al casting del film della Warner e me ne aveva parlato in maniera entusiasta. Mi aveva raccontato a grandi linee quella storia, facendomi giurare che non ne avrei parlato con nessuno. E così avrei fatto, se non fosse stato per colpa di quei due. Questa piccola soddisfazione me la prendo volentieri. Col dirigente e col prescelto.

È un pensiero apparso nella mia mente lì per lì. Una idea dall’amaro sapore di vendetta. E un’idea è pur sempre un’idea.

Del resto, non sono forse un creativo?

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