Tutti i colori del buio. Le strane inquietudini della signora Harrison

Stefano Loparco
Sergio Martino n. 5/2017
Tutti i colori del buio. Le strane inquietudini della signora Harrison

La bella facciata edoardiana dai centomila mattoncini color terracotta del Kenilworth Court nel West Putney; a West Sussex, Bolney, il castello gotico di Wykehurst Place, il Bishop Park nel quartiere Fulham e l’attuale Anchor Pub a pochi passi dall’abbacinante basilica anglicana di Saint Paul, nella zona del porto, sul Tamigi. A distanza di oltre quarant’anni dai fatti, i luoghi in cui si è radicalizzata l’angoscia di Jane sono ancora lì, pressoché immutati, nel loro fascino enigmatico.

Già, Jane Harrison, la vulnerabile protagonista di Tutti i colori del buio di Sergio Martino, film girato nei sobborghi di una Londra cinerina nell’autunno del 1971. Bella, bellissima ma d’una grazia che sa di mestizie, l’irrisolta signora Harrison – una Fenech ventitreenne e neomamma di Edwin – trascorre le ore diurne in un appartamento della buona borghesia nell’esclusivo complesso residenziale di Kenilworth Court, a ridosso del grande fiume. Ma è al giungere del sonno che il ribollire del suo mondo interiore le infrange contro, come schiuma di mare, i frammenti di un’infanzia violata: il corpo nudo della madre ansimante, una mano assassina, il coltello che affonda nel ventre della donna, il sangue caldo che le irrora la pelle di biacca. Poi più nulla. Fino alla comparsa di un volto ostile dagli occhi blu come petali d’un fiordaliso (Ivan Rassimov). Troppo cangianti per essere veri. Perciò falsi. O forse no… Jane scappa lasciandosi dietro quello sguardo malevolo che la insegue per le viuzze della capitale britannica, attraverso la matassa di sequoie scarnificate del Bishop Park fino al centro magmatico del suo mondo onirico. È il sintomo specioso di una vita che la giovane donna attraversa senza più uno scampolo di ruolo sociale: orfana di madre, sopravvissuta al figlio e alle intermittenze di un marito distratto, sullo sfondo di una città insincera. Come chi la popola: Barbara (Susan Scott) è una sorella amorevole? Fino a che punto suo marito Richard (George Hilton) è disposto a proteggerla? Chi è veramente Mary Weil (Marina Malfatti), la nuova inquilina del palazzo, così ieratica, così premurosa? Ma soprattutto: Jane è pazza?

Basandosi su una sceneggiatura originale di Ernesto Gastaldi e Sauro Scavolini e su un cast pressoché invariato rispetto al precedente Lo strano vizio della signora Wardh (1971), con Tutti i colori del buio il trentatreenne Martino punta in alto e mette in scena un incubo giocato su più ambiti di realtà costringendo lo spettatore, nel dipanarsi della storia, a repentini cambi di prospettiva. Dalla sua il regista – con studi in geologia alle spalle e un amore incondizionato per il cinema di Henri-Georges Clouzot – ha almeno cinque secoli di tradizione esoterica (da Paracelso ad Aleister Crowley, fino all’Albin Grau di Nosferatu, 1922) e una tesi che val bene un film: sotto il velo del mondo visibile esisterebbe una dimensione parallela sottratta all’osservazione della teoria scientifica e inattingibile attraverso le tecniche dell’insight psicologico. Un mondo altro eppure capace d’interferire con la quotidianità. Fino a sconvolgerla.

Critica divisa: se il milanese «Corriere della sera» va giù duro contro quello che agli occhi del recensore di via Solferino è «un malsano pasticcio […] un thrilling casareccio», intimando agli autori per il futuro di trattare «i patemi d’animo» con «un minimo di plausibilità» (24 giugno 1972), Torino e Roma, attraverso i loro maggiori organi d’informazione, attenuano il colpo rimarcando i meriti di un regista che si muove «con tecnica assai raffinata» («Il Messaggero», 3 marzo 1972) in «un film dotato di qualche momento di suspense» («La Stampa», 6 aprile 1972).

Sì, forse non tutto funziona a dovere in questo fumetto per adulti così gravido d’influenze – dal titolo ripreso da un bel libro1 di fantascienza di Lloyd Biggle al tema dell’eredità2 mutuato dai gialli americani (o lenziani, sul versante interno), passando per i chiari riferimenti tematico-stilistici polanskiani e argentiani (e fulciani, date le marcate assonanze dei quadri metafisici con il suo Una lucertola dalla pelle di donna [1971]) – forse la sceneggiatura tende via via a sfilacciarsi e la recitazione, nel complesso, non ha retto alle evoluzioni psico-naturalistiche di tanto cinema odierno. Di più: Edwige è bella, bellissima ma non ha la hybris delle future Ubalda e Cocò (Giovannona Coscialunga disonorata con onore [1973]), il côté erotico sfoggiato in Cattivi pensieri di Ugo Tognazzi (1976) né la verve che l’attrice, sul registro brillante, ha saputo conferire a pellicole come Taxi Girl di Michele Massimo Tarantini (1977) e Zucchero, miele e peperoncino (1980) dello stesso Martino. Questioni certamente degne di un qualche rilievo critico, oggi, ma nel lontano 1972 il problema è il botteghino e la tiepidezza con cui il pubblico accoglie la pellicola: uscita nelle sale italiane il 28 febbraio 1972 con un divieto ai minori di quattordici anni, incassa 294.470.000 di lire (meno della decima parte del coevo Mimì metallurgico ferito nell’onore di Lina Wertmuller, 3.489.924.000, anche se il doppio rispetto all’inattingibile Salomè di Carmelo Bene, 114.711.000, sempre del 1972). Pochini, almeno stando a Luciano Martino – produttore del film, fratello del regista e allora compagno dell’attrice protagonista – che così ha rievocato la battuta d’arresto dei thriller targati Dania3: «Questi film (Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?, Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave, Tutti i colori del buio, nda) non ebbero lo stesso successo del primo (Lo strano vizio della signora Wardh, nda) e allora decisi di cambiare un po’ genere e passai a un film molto sentimentale, drammatico, “matarazziano”, Anna… quel particolare piacere, che andò anche questo benino, ma non benissimo. E allora decisi di cambiare e di puntare sulla commedia. E qui abbiamo fatto Quel gran pezzo dell’Ubalda»4.

Dunque, bene ha fatto Luciano Martino a sospingere la sua musa verso i luoghi di un erotismo sempre più pugnace e scorreggione se gli incassi e più di una generazione di connazionali gli hanno dato ragione. Via il reggiseno, giù le mutandine, anche la critica più malfidente ha dovuto alzare le mani (ops!) davanti alla bellezza-carogna di Edwige per come l’hanno via via mostrata gli alfieri della commedia sexy in quello che è, di fatto, un cinema epiteliale che schiude le carni e misconosce la vergogna, giocando con i turbamenti di una provincia italiana che ancora sapeva turbarsi. Eppure bisognerà ritornare prima o poi alle origini, a Tutti i colori del buio e a un cinema che, anche coi suoi limiti (spesso di natura economica) ha fornito idee e godimento a più di un protagonista del cinema mondiale («Sono cresciuto con i film di Mariano Laurenti e Sergio Martino», Quentin Tarantino dixit). Forse perché Martino – a cui dobbiamo almeno una mezza dozzina di pellicole che hanno segnato l’immaginario cinefilo degli anni Settanta e Ottanta – ha sempre preso l’intrattenimento sul serio. E si è sempre preso sul serio. Per cui: ecco l’incipit sull’albero lacustre dalle evidenti reminiscenze tardo-romantiche, ecco la costruzione di una Londra tignosa e aliena ai suoi personaggi (sovrastati da una Marina Malfatti iconica almeno quanto Carla Gravina nello sceneggiato Il segno del comando di Daniele D’Anza [1971]), ecco gli elementi esoterici che affiorano qua e là nella pellicola (dal polisemico e ricorrente occhio nel triangolo alla copertina in bella mostra in un frame della pellicola di A pictorial history of Magic and the Supernatural5 di Maurice Bessy), ecco alcune scene d’azione di grande efficacia come quella dell’inseguimento di Jane nel palazzo dell’avvocato o le scene pop-orgiastiche6 del sabba presieduto dall’attore spagnolo Julian Ugarte. Ecco poi una Fenech d’annata, che solo qui sa conferire al suo personaggio un’inquietudine dai tratti sinceri, non distante dalle involuzioni esistenziali della più cerebrale Giuliana di Deserto rosso di Michelangelo Antonioni (1964). Ecco infine Tutti i colori del buio, un fumettone per adulti, una «variazione Jazz» – secondo Tim Lucas – sui temi dell’incubo e dell’orrido di un cinema caparbiamente votato all’intrattenimento, fatto da gente di mestiere che tanto ha dato al cinema. Si pensi alle maestranze in genere, a Giancarlo Ferrando ed Eugenio Alabiso, alle voci storiche del doppiaggio tricolore – Rita Savignone, Pino Colizzi e Luciano De Ambrosis – e a Magico incontro, l’OST etnico-psichedelica del maestro Bruno Nicolai, caratterizzata dall’insolita presenza di un sitar suonato da Alessandro Alessandroni, compositore, direttore d’orchestra e polistrumentista – recentemente scomparso – il cui inconfondibile fischio nella morriconiana colonna sonora di Per un pugno di dollari di Sergio Leone (1964) è divenuto celebre in tutto il mondo. Si pensi anche a un’Italia in debito di futuro e a un decennio precoce, che si apre sulle bombe di Piazza Fontana nel dicembre del 1969 e si chiude con l’omicidio dell’onorevole Aldo Moro, nel maggio del 1978. Una svirgolata di anni straordinari e sciagurati alle porte del terzo millennio, quando la prima globalizzazione spazzerà via tutto – creatività, bombaroli, utopie e P38 – compreso quel cinema popolare che in Sergio Martino ha trovato una delle sue firme più autorevoli. E allora si ripensi a Jane: che fine ha fatto l’inquieta signora Harrison, bambolina di porcellana alle prese con un mondo adulto che la punta come un cane da tartufo? Stretta in abiti che la pregherebbero nuda, la folta chioma corvina e la pelle levigata dal desiderio, Jane è scappata via all’ultimo ciak lasciandosi dietro quei luoghi in cui è montata la sua angoscia e che, a distanza di quarant’anni dai fatti, lo sceneggiatore Ernesto Gastaldi spiega così: «All’epoca andavano di moda film che mescolavano il paranormale e la suspense. Ma io non ho mai pensato che quel tipo di storie fosse codificabile nel giallo classico, poiché se esci dalla realtà stai già facendo fantasy. Così, quando scrissi il soggetto di Tutti i colori del buio pensai a una storia che, pur avendo origine nel paranormale, trovasse una spiegazione razionale. Tutto qui»7.

Tutto qui? Sì, ma Jane non lo poteva sapere.

 

Note

1 Bigglle Lloyd, Tutti i colori del buio, Mondadori-Urania, Milano 1964.

2 Secondo Sergio Martino il tema dell’eredità – per come è stato trattato nei suoi film – trae ispirazione da una vicenda di cronaca domestica, il “caso Fenaroli” (anche conosciuto come “il mistero di via Monaci”), che ha monopolizzato l’opinione pubblica dei tardi anni Cinquanta.

3 La storica casa di produzione di Luciano Martino principalmente impegnata nella realizzazione di film di genere.

4 Pergolari Andrea (a cura di), Il sistema Fenech, Unmondoaparte, Roma 2007.

5 Bessy Maurice, A pictorial history of Magic and the Supernatural, Spring Books, ?? 1964.

6 In tema orgiastico sabbatico e limitatamente alla produzione italiana si segnalano le pellicole coeve La corte notte delle bambole di vetro (1971) di Aldo Lado, La notte dei dannati (1971) di Filippo Walter Maria Ratti, Il bacio (1972) di Mario Lanfranchi e Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea (1972) di Riccardo Freda.

7 Conversazione con l’autore.

 

CAST & CREDITS

Regia: Sergio Martino; soggetto: Santiago Moncada; sceneggiatura: Ernesto Gastaldi, Sauro Scavolini; fotografia: Giancarlo Ferrando, Miguel Fernández Mila (come Miguel F. Mila); scenografia: Jaime Pérez Cubero, José Luis Galicia; costumi: Giulia Mafai; montaggio: Eugenio Alabiso; musiche: Bruno Nicolai; interpreti: Edwige Fenech (Jane Harrison), George Hilton (Richard Steele), Ivan Rassimov (Mark Cogan), Julián Ugarte (J.P. McBrian), Nieves Navarro (Barbara Harrison, come Susan Scott), Marina Malfatti (Mary Weil), George Rigaud (dottor Burton); produzione: Lea Film, National Cinematografica, C.C. Astro; origine: Italia, Spagna, 1972; durata: 94’; home video: dvd Sony Pictures, Blu-ray X-Rated (Ger); colonna sonora: Digitmovies.

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