Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave. Non si sevizia un gattino

Massimiliano Martiradonna
Sergio Martino n. 5/2017
Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave. Non si sevizia un gattino

Guardare oggi un film italiano dei primi anni Settanta. Un film di genere nemmeno tanto riuscito, a leggere certi commenti (sparuti in verità, perché se ne parla ancora poco e male). Guardare oggi un film italiano dei primi anni Settanta e accorgersi che è un’esperienza terapeutica. Decongestionante, che libera le vie visive e morali da decenni di oscurantismo, da patine di melassa colata su noi spettatori per colpa dell’ideologia – bianca, rossa e nera – e per colpa anche nostra, perché i preti ci hanno insegnato a non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi e, quindi, noi non vediamo perché vogliamo illuderci di non essere visti, di non essere guardati.

Un tempo non era così. Veneto, 1972, somewhere in Padova: una provincia meccanica, non una cartolina della Veneto Film Commission. Sergio Martino ambienta nel Nord-est una storia strana, promiscua, feconda di spore venefiche, seminale per certo giallo all’italiana ma anche per certo rosa weird. Il titolo, prosaicamente prolisso, da solo è bastato ad alimentare leggende: ricorreva come testo di un bigliettino già in un precedente film di Martino, Lo strano vizio della signora Wardh (1971), e alcuni lo facevano risalire a un’idea di Lucio Fulci o a un testo di Edgar Allan Poe, finché sul tema non intervenne a gamba tesa Ernesto Gastaldi – sceneggiatore di entrambi i gialli martiniani – che se ne attribuì rabbiosamente la paternità. Poe c’entra comunque perché la storia è vagamente ispirata al racconto Il gatto nero, ma il felino è decontestualizzato dal gotico e ricontestualizzato appunto nell’italico Nord-est, che nel 1972 era ancora un Meridione conficcato in un diseguale Settentrione, dove la decadenza di una classe intellettuale e nobiliare stava per spianare la strada all’opulenza crapulona e peracottara di tanti piccoli paròn, imprenditori familisti tutti sghei e mignotte.

Protagonista del film è Oliviero Rouvigny, duca-conte in disgrazia, intellettuale in crisi, scrittore alcolizzato e fallito. Egli vive in una villa palladiana con Irene, moglie sottomessa, e un gatto nero lasciatogli dalla madre, la cui dipartita non ha mai superato. Nessuna progenie dai due, come sarà in La guerra dei Roses (1989): lui la sevizia in svariate pose e circostanze, la umilia, la picchia, ne abusa ripetutamente; lei ribatte con sofferto cinismo, si traveste da suocera, gli gira intorno come uno spettro malefico. Marito e moglie in lotta, ma insieme per forza: è l’Italia del 1972… il referendum sul divorzio, devastante, arriverà solo due anni dopo. Tra i coniugi ci sono il gatto nero – amato dall’uno, odiato dall’altra – e una serva nera, calda gazzella africana, Emanuelle ante litteram esibita, concupita, posseduta e apostrofata con crescente disprezzo: «la negretta» viene chiamata, oppure «la negra», perché il fascismo è (per) sempre, italiano e preterintenzionale. Il ménage à trois viene interrotto da una serie di sfortunati eventi: si parte con il brutale assassinio di una ninfetta – vecchia fiamma del protagonista – e si prosegue con lo scannamento della serva. Morti all’arma bianca, di falcetto e di mannaia, sul solco argentiano di L’uccello dalle piume di cristallo (1970). Morti che sono una trasfigurazione del metallo: si celebra – e si celebrerà nel cinema a venire – l’acciaio della lama assassina; si esorcizza – e si esorcizzerà – il piombo dei proiettili. Lame d’acciaio per gli anni di piombo: per inciso, nel 1972 insegnava all’università di Padova il professor Toni Negri, ideologo. Il film, tuttavia, tocca il reale in modo subliminale, con brevi excursus outdoor in piazza delle Erbe e in qualche casolare di periferia. E resta convintamente onirico, tanto che i delitti non sembrano risolti ma rimossi come sensi di colpa. La serva viene addirittura tumulata in cantina – il solito vizio italico di nascondere la polvere sotto il tappeto – con il killer ancora a piede libero.

A proposito di killer, si capisce presto che Oliviero è innocente, ma poco importa. L’attenzione è distratta dall’arrivo in città della nipotona Floriana, Edwige Fenech con il capello corto. La sua entrata in scena inclina l’asse di rotazione del film: da questo momento il voyeurismo pare volgersi sui corpi e non più sui costumi. Giù con seni, deretani, baci saffici, torbidi accoppiamenti plurimi. Il campo visivo si riduce a un buco della serratura, antesignano di quello attraverso cui saranno spiate di lì a poco la stessa Edwige, Gloria Guida, Anna Maria Rizzoli e colleghe. Ma è solo una parentesi, poiché con l’uso di ulteriori simboli onirici – colombe squartate dal gatto nero – Martino torna al registro principale e ci riprecipita nell’abisso matrimoniale, nel redde rationem che poteva essere un femminicidio e invece diventa un maschicidio. Irene ammazza Oliviero a forbiciate per il suo quasi definitivo rape & revenge. Pare si tratti di un delitto su commissione, perché è Floriana che la ispira e la ricatta, Edwige insolitamente (s)vestita da bad girl e, come tale, osannata ex post dall’archeologo Quentin Tarantino. Parrebbe, perché la verità è un’altra: il demonio, in Italia, è moglie prima ancora che donna, non c’è lolita o felino che tenga (a proposito: il gatto si chiama Satana). La stessa Floriana, ignara, minaccia sarcastica: «Sai, Irene, i giudici sono quasi sempre sposati, e difficilmente assolvono una moglie che… Zac!». Italia, matrimonio e pregiudizio. Irene è la signora in nero, la “suocericida”, la tessitrice, la mulier tenebrarum che aveva armato il suo amante sicario e finisce l’opera ammazzando pure lui, e prima di lui Floriana con il suo compare centauro.

La rappresentazione della morte di Floriana è da manuale del cinema: una moto in folle corsa tra i monti; riprese adrenaliniche intervallate da fotogrammi spiazzanti, subliminali come il membro eretto nel Fight Club di David Fincher (1999); una latta di combustibile, un reggiseno, un volto; le lettere di un marchio che sembrano pubblicità occulta, l’ennesimo product placement autarchico tipico di quel cinema, famigerato perché il J&B e il Fernet Branca, l’acqua Pejo e il Punt e Mes erano più inquadrati degli attori. Il rombo della moto sale, i fotogrammi si infittiscono fino a comporre l’intero di un manifesto 6×3, con pin-up in négligé e marchio Lovable. Poi c’è l’attentato, l’incidente procurato, con corpi che rotolano sull’asfalto, sangue che schizza e macchia quella patina di sesso e desiderio a buon mercato. Il cuore Lovable macchiato di sangue, cuore rivelatore come quello di un altro racconto di Poe, come il gatto nero ferito che miagola dalle profondità della cantina, il micio torturato che permette a una polizia brancolante di risolvere l’enigma. Non si sevizia così un gattino.

 

CAST & CREDITS

Regia: Sergio Martino; soggetto: Luciano Martino, Sauro Scavolini (dal racconto Il gatto nero di Edgar Allan Poe); sceneggiatura: Ernesto Gastaldi, Adriano Bolzoni, Sauro Scavolini; fotografia: Giancarlo Ferrando; scenografia: Giorgio Bertolini; costumi: Oscar Capponi; montaggio: Attilio Vincioni; musiche: Bruno Nicolai; interpreti: Luigi Pistilli (Oliviero Rouvigny), Anita Strindberg (Irene Rouvigny), Edwige Fenech (Floriana), Ivan Rassimov (Walter); produzione: Lea Film; origine: Italia, 1972; durata: 96’; home video: dvd Aegida; colonna sonora: Digitmovies.

 

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