Italian Gieaalloouu. Etimologia di un genere

Roy Menarini
Sergio Martino n. 5/2017
Italian Gieaalloouu. Etimologia di un genere

La parola “giallo”, proveniente dall’antico germanico, ha lo stesso etimo in gran parte delle lingue europee. È piuttosto curioso che, quando gli anglosassoni hanno identificato il thriller nostrano con il termine italiano “giallo” (che nel loro caso non ha nulla a che fare con la collana Mondadori o con quel tipo di whodunit poco orrorifico), non si siano accorti della vicinanza etimologica con “yellow”. Ma se ascoltate un americano parlare di Dario Argento e del suo cinema vedrete che lo definirà “giallo” pronunciando “gieaalloouu”, in modo molto vicino a “yellow”. Un discreto paradosso. Ma in tutti questi film non c’è affatto il giallo: al massimo ci sono molto rosso sangue e molto nero dark, tanto è vero che uno dei grandi film di Sergio Martino si intitola, appunto, Tutti i colori del buio (1972).

La premessa dedicata alle categorie etimologiche non ha particolari ambizioni se non quella di distinguere espressioni ambigue che spesso confondono interlocutori italiani e stranieri. In compenso, gli appassionati di questo cinema e delle opere di Martino si capiscono benissimo tra loro, perché conoscono perfettamente quel che amano. Si sentono comunità e sono lontani anni luce da una visione normativa, securitaria del cinema italiano. Ancora oggi, del resto, alcuni noti dizionari di cinema analizzano Lo strano vizio della signora Wardh (1971) o Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (1972) in termini di coerenza narrativa e originalità stilistica, quando è ovvio che per il cinefilo conta altro: un cinema inventato di sana pianta anche se segnato da incredibili manierismi estetici, una passione quasi lirica per la polpa erotica e sanguinaria del testo, il piacere del film puramente, squisitamente, forse intollerabilmente di genere (intollerabilmente per i detrattori, s’intende).

Con tutti i suoi sottogeneri e tutte le sue aspre battaglie di primato (chi imita chi tra Argento e Martino? Chi ha aperto la stagione dell’italian giallo? In quale relazione si trova questo genere con gli anni Sessanta e la prima ondata barocca del cinema di Leone e di Bava? E così via), il thriller nazionale è un catalogo di forme, un concerto di soluzioni plastiche e di pulsioni segrete, un periodo di libertà espressiva che certamente possiede una relazione molto intensa con la contemporaneità politica degli anni Settanta, ma mostra di infischiarsene il più possibile.

La trilogia di Martino con Edwige Fenech rappresenta senza ombra di dubbio uno dei vertici del filone, anche se l’autore romano oggi ci appare soprattutto il più strenuo esemplare di un sistema dei generi che egli adotta già nella sua fase tardo-moderna (quella di fine anni Sessanta e inizio Settanta) e accompagna in tutti i suoi, spesso repentini, cambiamenti di stadio: dal cannibalico al poliziottesco, dall’erotico allo splatter-western, dall’episodico al post-atomico, fino all’annacquato periodo televisivo.

Intanto, in America, il “gieaalloouu” veniva furiosamente saccheggiato da Brian De Palma, senza che la gran parte dei critici italiani, troppo impegnata a nominare Hitchcock, se ne accorgesse: come dire… solo una parte della verità. Quella più comoda.

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