Editoriale Sergio Martino

Claudio Bartolini
Sergio Martino n. 5/2017
Editoriale Sergio Martino

Giunto al quinto numero, INLAND. Quaderni di cinema affronta uno snodo cruciale, fatto di significative ed emblematiche svolte che segnano uno scarto, un’apertura rispetto
alla precedente linea editoriale.
Innanzitutto la scelta del regista da sottoporre allo sguardo monografico – ma prismatico
– dei nostri fascicoli è in netta controtendenza nei confronti dei quattro (s)oggetti d’indagine che l’hanno preceduta: controtendenza cronologica, in quanto Sergio Martino ha raggiunto lo zenit della sua produzione artistica negli anni Settanta e Ottanta (ed è la prima volta che INLAND esce dall’alveo della ricerca sul cinema contemporaneo); contenutistica e d’immaginario, poiché l’autore di Tutti i colori del buio si è sempre rivolto a un pubblico popolare, offrendogli forme d’intrattenimento ben distanti dai virtuosismi linguistici e iconografici di Rob Zombie, dall’elitarismo di François Ozon e dell’ultimo Nicolas Winding Refn – cineasti che pur si muovono all’interno dei generi – e tanto più dalla profondità abissale del lavoro di Lav Diaz.
In secondo luogo, questo numero sceglie consapevolmente di isolare e dissezionare un
singolo segmento della carriera martiniana. Consci dei limiti che avrebbe potuto comportare l’affrontare per intero il corpus filmografico del regista – che dal comico si propaga fino al post-atomico, passando per western, poliziesco, avventura, commedia e cannibalico – abbiamo scelto di puntare l’obiettivo sul giallo- thriller, genere che più di ogni altro ha stimolato la sua creatività (e quella della sua factory, da Giancarlo Ferrando a Eugenio Alabiso, da Nora Orlandi a Bruno Nicolai) e al quale si è legato a doppio filo scegliendolo come punto di partenza della sua carriera, nonché tornandovi puntualmente negli anni Ottanta e Novanta in forma di spettacoli per le sale, ma anche per il
piccolo schermo (la serie Delitti privati [1993]). Ma la scelta del giallo-thriller è stata dettata anche da un’altra ragione, che costituisce il terzo e ultimo scarto. INLAND #5, infatti, si apre per la prima volta ufficialmente alla collaborazione con altre realtà critiche (nella fattispecie il mensile «Nocturno», punto di riferimento storicistico sul bis italiano), editoriali (Bloodbuster, nel cui catalogo va a inserirsi l’autobiografia di Martino, arricchita dal nostro periodico nella limited edition in box esclusivi) e festivaliere (Presente Italiano 2017 di Pistoia ha scelto di adottare il fascicolo come catalogo della sezione-omaggio dedicata, appunto, al giallo-thriller martiniano). Il presente oggetto, dunque, non è da intendersi come lavoro a sé stante – seppure, di fatto, possa considerarsi tale per compattezza ed esaustività – ma come parte di un mosaico che intende riflettere la complessità e le sfumature della carriera di Martino.
Se i dossier monografici di «Nocturno» ne storicizzano l’intera filmografia e l’autobiografia
lascia campo libero a ricordi e racconti in prima persona, INLAND vuole come sempre scendere in profondità proponendo spigolature ardite e piuttosto inconsuete quando si parla di cinema popolare: il taglio politico di Anton Giulio Mancino, quello simbolico di Rocco Moccagatta e quello filosofico di Raffaele Meale sono soltanto alcuni tra gli esempi di approccio alla materia che si discostano da quelli più tradizionali (soltanto all’apparenza: leggere le schede a firma Martiradonna, Loparco, Giorgi e Giacovelli per credere) affrontati, come sempre, nella sezione di coda dedicata ai materiali audiovisivi. Tutto questo per affermare come il cinema, secondo noi di INLAND, sia una questione cronologicamente e contenutisticamente trasversale, aperta e permeabile. Un territorio dalle molteplici superfici, ognuna sovrastante un tesoro da scovare in profondità.

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