Gibilterra, 1942: amore, mare e guerra

Andrea Scarabelli
Philip K. Dick – Lui è vivo, noi siamo morti n. 19/2022
Gibilterra, 1942: amore, mare e guerra

Colonne d’Ercole, 1942. Ultime ore dell’Europa, come titolava un vecchio libro dedicato alla battaglia di Berlino d’un pugno d’anni dopo. La Xa Flottiglia Mas opera una serie di incursioni a Gibilterra e in Spagna, ad Algeciras, colando a picco quattordici navi inglesi. Sono imprese rischiose e spericolate, raccontate da Arturo Pérez-Reverte ne L’italiano, uscito prima dell’estate per Rizzoli. Un libro il cui spirito eroico appare smorzato in una copertina dove, al posto del sottotitolo originale, Una historia de amor, mar y guerra, c’è una frase di Umberto Eco, secondo cui Reverte ricorda Dumas e Salgari. C’è del vero nell’accostamento, in realtà, e ne parla Stenio Solinas nella nuova edizione di Compagni di solitudine, edito da Bietti, concentrandosi però su un’altra variante: nella copertina originale «c’è l’immagine di uno di quegli uomini-rana della Seconda guerra mondiale, con un sottomarino sullo sfondo, i marò della Xa Mas, protagonisti di missioni militari pericolose e spesso per loro mortali, che gli valsero l’ammirazione degli avversari». Da noi, invece, si vede un giovane abbracciare una ragazza, di spalle; guardandola, «uno pensa ai poveri, ma belli, dei film di Dino Risi in gita a Ostia. Ci siamo capiti». Nulla di ciò rimanda al protagonista del romanzo, Teseo Lombardo. Antico costruttore di gondole (il suo atelier esiste ancora, a Venezia; lo trovate tra il rio di San Trovaso e il Canale della Giudecca), «è uno dei tanti che sono nati eroi e non lo sanno». Il nome è un evidente omaggio all’elbano Teseo Tesei, anche lui Decima Mas, ideatore nel 1935 del “siluro a lenta corsa” (il cosiddetto “maiale”) su cui operano i protagonisti de L’italiano. Fautori di un’epica dell’avventura, si battono per spegnere i sorrisi ironici sul volto degli inglesi – è gente, per capirci, che prima di immergersi si rasa, per presentarsi sbarbata all’appuntamento con la morte. Contemptor Divum, «spregiatore degli Dèi», è detto Teseo, non per ostentazione, ma «perché la vita, la Storia, la sua patria, lo avevano messo nella necessità di farlo». Nel libro Pérez-Reverte intervista un sodale del protagonista, che gli dice: «Quanto è italiano tutto questo, non le pare?… Fare cose che altri non farebbero mai perché incapaci di immaginarle». E alla domanda se ne sia valsa la pena, lottare nel buio degli abissi contro l’acqua che intasa la maschera e il sale che ottunde la mente, senza la minima certezza di sopravvivere, la risposta è: «Ognuno combatte a seconda di chi è e di quello in cui crede. Conosce il vecchio slogan fascista “Credere, obbedire, combattere”? Non so se i nostri comandanti e ammiragli credevano. Noi sì». A innervare quella segreta guerra subacquea, sempre sotto falso nome, sempre all’erta, è una tragica sapienza, e pagana: «I fili del destino, gli strani meccanismi della vita e della morte, li reggono dèi crudeli». Gli stessi che, nel fatidico 1943, porteranno la Squadriglia Orsa Maggiore di Teseo a dividersi. Gli amici diventano nemici, mentre la Storia regola i conti. Ma il romanzo fotografa il gruppo poco prima, ancora coeso, quando far saltare una nave inglese era un’impresa non solo giusta – ma bella. «Mi batto perché mi batto» risponde Porthos, citato da Reverte, quando ne I tre moschettieri gli chiedono perché duelli con D’Artagnan. Un’ottima frase per la copertina, ben più evocativa di quella del fu semiologo Eco. Arturo Pérez-Reverte, L’italiano, tr. di Bruno Arpaia, Rizzoli, Milano 2022, pp. 416, € 20,00.

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