Effetto Mandela

Roland Alonso Baschenis
Philip K. Dick – Lui è vivo, noi siamo morti n. 19/2022
Effetto Mandela

I

Da: lonette.gordon87@outlook.com
A: LadyDOC (drsamanthanorris@yahoo.us)
Oggetto: saluti!
07.09.11, 08:45:31 PM

Cara Sam,
a scrivere è la tua vecchia compagna di università, non la tua collega e paziente.
Mi è spiaciuto sapere del tuo incidente: a quanto pare dovremo rimandare le nostre sedute. Ho provato a sentirti, ma mi sono ricordata solo dopo che non ti ho ancora girato il mio nuovo indirizzo di Pinewood. Perciò, rimedio subito. Salutami tanto quel bel tipo di tuo marito e quell’amore di Noreen. Spero che riprenderemo presto a vederci (prima come amica, poi come supporto).

Ho letto la bozza del tuo articolo sul concetto di Jihad: se vuoi la mia opinione, di certo è una tesi provocatoria, ma credo che sia anche un tema troppo controverso, soprattutto in questo periodo; se ne sei sicura, pubblicalo, ma tu e quel tuo amico imam di San Francisco dovete essere prudenti.

Rimettiti presto.

Saluti,

Lony

 

Dallo studio della dott.ssa Lonette Gordon, Pinewood, OR

 

Paziente: James B./1.

Sessione 07.06.11

(Estratto 00:14:40-00:17:50)

 

[Parte danneggiata]

«È dura, dottoressa. A volte è davvero incredibile: sai quello che è successo, eppure non riesci a convincerti».

«Cosa ti preoccupa, James?».

«Nelle ultime settimane, ripenso spesso a Tommy».

«James, abbiamo affrontato questo argomento già molte volte».

«Lo so: Tommy è morto, e devo venire a patti con questo… Il mio ragazzo è morto da tre anni, in un angolo dell’Iraq dimenticato da Dio; è morto da eroe, dicono… e non ho neanche un corpo da seppellire, perché quei bastardi hanno bruciato la sua unità. Un eroe che non ha salvato nessuno…».

«James, credo che questo sia anche troppo!».

«D’accordo, scusi. È solo che, ormai, passo gran parte delle mie giornate aspettandomi di vederlo: all’altro capo del tavolo della cucina, dove la mia Kim gli preparava i pancake. Gli piacevano tanto quei pancake, prima di correre a prendere l’autobus. L’altro giorno ero seduto al bancone del negozio, quando ho sentito qualcuno muoversi sul retro: giuro su Dio che per un attimo ho creduto di riconoscere il suo passo pesante».

«Ma non era lui, vero?».

«No, certo. Era Brian, il ragazzo delle consegne. Tommy dice che dovremmo cambiare compagnia, ma io mi sono sempre sentito più a mio agio con l’azienda del padre di Brian…».

«Scusa se ti interrompo, James: “Tommy diceva, giusto?”».

«Come? Oh, certo. Mi ero perso nei miei pensieri. Cristo, Lui diceva, certo!».

 

Amira P./1

S. 07.07.11

(00:05:00-00:08:40)

 

«Ancora problemi a casa?».

«Cosa glielo dice? La mia aria spensierata?».

«Sul serio, Amira. Immagino che la situazione sia complicata, soprattutto con tua nonna. I medici vi hanno preparati, ma di sicuro è un peso enorme per una ragazza della tua età…».

«Non è tanto questo. Ormai so che mia nonna è uscita di testa; l’ho vista girare troppe volte in pannolone per farmi qualche illusione. Solo che rende difficile a me e a baba e ammi aiutarla».

«Per le persone come lei, è difficile sentirsi inutili…».

«Lo scorso weekend, baba è tornato a casa con un piccolo televisore, comprato al discount della Boland: era un regalo per la nonna, per distrarla durante la giornata…».

«Una buona idea. Può aiutarla a tenere la mente occupata».

«Lo pensavamo anche noi; invece, da quando lo ha ricevuto, mia nonna è diventata ancora più scontrosa. Dice che la tv americana è una merda; non sapevo che conoscesse così tante bestemmie in inglese. Tutti i mille canali via cavo, e nessuno che trasmetta dall’Iraq. Ieri sera, lei e mamma hanno litigato perché lei voleva a ogni costo vedere la conferenza del presidente Hussein».

«Interessante… aspetta, il presidente Hussein?».

«Credo che fosse un po’ confusa. Ammi ha detto che l’unica cosa da fare era lasciare che si sfogasse, poi si è fatta mettere a letto senza altre storie; le abbiamo portato il televisore in camera… si è addormentata subito».

«Capisco. Probabilmente sente ancora nostalgia del suo Paese, e l’Alzheimer non aiuta a mettere nella giusta prospettiva il passato. E con i tuoi come va?».

 

II

Brandon

S. 07.11.11

(00:00:00-00:05:00 e 00:28:00-00)

 

«…Davvero di esserci andato vicino!».

«Calmati, S. Qui sei libero di parlare senza essere giudicato».

[In sottofondo, una voce femminile con forte accento ispanico]

«Mi scusi, dottoressa. Non aveva un appuntamento, e così…».

«Non importa, signora Mendoza. Dica al prossimo di ripassare tra un’ora».

[Rumore di porta che si chiude]

«Sentiamo: perché pensi di aver rischiato una ricaduta?».

«Stamattina, prima di arrivare al lavoro, sono tornato da Mitch».

«Brandon!».

«Lo so! Vede, è iniziato qualche giorno fa: stavo rincasando lungo la Syracuse. È la strada che facevo sempre anche prima, quindi capirà che da Mitch ero di casa, quando bevevo. Da quando ho smesso, per tre anni ho cercato di evitare quel tratto della Syracuse come la peste, ma ultimamente, per colpa di quel nuovo cavalcavia sulla Primrose, le vecchie scorciatoie mi portavano via troppo tempo; e, incredibile, quando ho ripreso a passare davanti da Mitch, riuscivo a lasciarmelo alle spalle senza troppi pensieri. Fino all’altra sera: ero arrivato all’incrocio tra la Syracuse e la Washington, e mi è venuta l’idea di buttare un occhio al Mitch’s Bar, per vedere se c’era qualcuno dei miei vecchi amici. Per poco non mi veniva un accidente: alla mia destra non c’era altro che un piccolo spiazzo erboso circondato da quei vecchi magazzini della Syracuse. Sarà successo tutto in pochi istanti, quando ho spostato lo sguardo sull’altro lato della strada. A sinistra l’insegna al neon di Mitch occhieggiava impertinente nella solita facciata a mattoni scuri, sopra la solita vetrata opaca che ben conoscevo. Era lì, di fronte ai miei occhi, il posto che ricordavo anche troppo bene, però, allo stesso tempo, era sbagliato…».

[Parte danneggiata]

«Non puoi essere passato dalla Syracuse venendo dalla parte opposta?».

«Ci avevo pensato. Potevo essere stanco, o con la testa altrove, ma non potevo sbagliarmi stamattina: quando sono entrato, era tutto come sempre. Mitch e suo figlio Dale erano dietro al bancone a servire un paio di avvinazzati (non li conoscevo, dovevano essere nuovi clienti). Mi sono guardato intorno: era tutto al suo posto, il bancone, i tavoli che giravano intorno, la vetrata in fondo alla sala… tutto come lo ricordavo, ma c’era qualcosa di sbagliato. Quando ho visto la mia immagine riflessa, mi sono sentito mancare: perché era quella la sensazione, di essere finito nella parte sbagliata di uno specchio, come quella Alice… Poi mi sono ricordato che lo spiazzo c’era sempre stato: molte volte mi ero risvegliato lì in mezzo, svenuto per una birra o un Jack Daniels di troppo. Però sentivo che si trovava dalla parte sbagliata della strada!».

[Parte danneggiata]

«…La tua mente è in lotta con sé stessa, e i tuoi ricordi sono il terreno di questa lotta».

«Crede che sia così?».

«È la spiegazione più logica, tra questo e un’intera area che cambia in una sola notte».

[Silenzio]

«Dev’essere così».

«Hai detto che nessun altro si ricordava?».

«Ho chiesto a tutti i soliti amici, oltre a Mitch e Dale: ognuno di loro sostiene che il bar è sempre stato da quella parte dell’incrocio. Mitch ha detto una cosa, però: quando gli ho chiesto dello spiazzo di fronte, ha detto che in origine voleva aprire là il suo bar, ma nel 2003 l’edificio che sorgeva lì era stato comprato da una agenzia che lo aveva demolito, con l’intenzione di costruire un parcheggio, prima della crisi».

«Ecco il tassello mancante. Sicuramente Mitch ti ha raccontato questa storia molto tempo fa, una sera che eri ubriaco, e questa si è sedimentata nel tuo inconscio, dove ha messo radici, per poi riemergere insieme al rischio di una ricaduta».

«Allora… sto impazzendo?».

«Non finché ci sono io, ma parlami ancora di quello che è successo dopo, con tua moglie».

 

James B./2

07.13.11

(00:14:21-00:18:57)

 

«James, te lo chiederò nel modo più diretto, e voglio che tu mi risponda allo stesso modo: cos’è che ti ha sconvolto?».

«Non saprei dire con precisione; forse è che con l’età comincio a sentire un po’ di solitudine, poi è bastato telefonare a Sylvie per sentirmi subito meglio».

«Sylvie, la ragazza di Tommy prima dell’Iraq, vero?».

«La sua fidanzata. Dovevano sposarsi prima del suo turno, ma poi lo hanno anticipato ed è andata così. Dopo che Tommy è partito, io e lei ci siamo tenuti in contatto. Lei ora lavora giù nella Bay, ma vengono sempre a trovarmi durante le feste, e noi… scusi, intendevo dire che io e Sylvie…».

«Chi altri potrebbe essere con voi?».

[Silenzio]

«Comunque, ieri notte ero in poltrona; mi sforzavo di seguire la tv; all’improvviso, ho avuto l’impressione che c’era qualcosa fuori posto, eppure tutto mi sembrava come lo lascio sempre. Non capivo cos’era, poi ho guardato la mensola del camino, dietro l’angolo del televisore: non c’era! Ho cominciato a ispezionare le mensole e il resto del salotto: nada… non ricordavo di averla presa in mano di recente, a meno che… ho provato a guardare nella mia camera, ma niente… cominciavo a sentirmi in ansia… ho iniziato a cercare con sempre più furia… gettavo a terra ogni soprammobile. Ho passato in rassegna ogni stanza, almeno due volte: ho anche rotto un paio di ceramiche preziose della raccolta di Kim…».

«James, ti conviene calmarti…».

«Ma io ero sicuro di non averla toccata!».

«Certo. Alla fine l’hai trovata?».

«Vuole ridere? Era sprofondata nell’angolo della poltrona da cui mi ero appena alzato! Eh eh… Non serve dirmi che quello che ho fatto è stato esagerato, me ne sono accorto all’istante. Però, può capire: è una delle poche cose che mi rimangono di Tommy. È incredibile come ci leghiamo sempre agli oggetti, come se su di essi poggi la solidità stessa della nostra realtà. Avere in mano qualcosa lo rende più reale, non trova?».

«La sua medaglia al valore, giusto?».

«Cos’è, uno scherzo? Quella non la voglio neanche vedere! Parlavo della foto del matrimonio di Tommy e Sylvie, che altro?».

 

Da: lonette.gordon87@outlook.com

A: LadyDOC (drsamanthanorris@yahoo.us)

Oggetto: richiesta di consultazione

07.24.11 10:30:40 PM

 

Cara Sam,

mi fa piacere sentire che ti stai rimettendo in fretta. Purtroppo, questa non è una lettera di piacere: ho bisogno del tuo aiuto. Da qualche tempo, alcuni pazienti mostrano strani problemi riguardanti i ricordi. Un uomo che ha perso il figlio in Iraq, e che seguo da un paio d’anni, appare molto disorientato: credo che in certi momenti sia convinto che suo figlio sia ancora vivo. Naturalmente si tratta di un meccanismo di negazione, ne ha tutti i segni: si contraddice ripetutamente e i suoi ricordi presentano numerose lacune; tuttavia, sta diventando così pervasivo da alterarne l’equilibrio e renderlo violento.

Il problema è che non è l’unico.

Per farti giusto un paio di esempi, c’è questa ragazza. Figlia di immigrati iracheni, arrivati qui nei primi anni Novanta con la nonna materna; la signora ha una recente diagnosi di Alzheimer, mentre la nipote è arrivata da me dopo alcuni episodi autolesionistici e di depressione. Ultimamente, sembra che sua nonna mostri la medesima confusione nei propri ricordi, ma nella nostra ultima seduta è emerso come questa allucinazione stia cominciando a coinvolgere anche i genitori. […]

Non si è presentata all’ultimo appuntamento: ho deciso di fissare un colloquio con i genitori, così da valutare la situazione. Inoltre, nell’ultima settimana, altri sei casi sono venuti alla luce: ma non me la sento di parlare di allucinazione collettiva, se non fosse per le affinità e similitudini di queste allucinazioni.

Cosa ne pensi? Aspetto la tua risposta.

Cordialmente,

Lony

 

P.S. L’altro ieri stavo sistemando la nuova libreria del mio studio, quando ho trovato in uno scatolone due libri che non ricordo bene dove ho comprato, ma devo averlo fatto, perché hanno la mia targhetta scarlatta sul dorso. I libri sono La Congiura di Berkeley. La strada verso Ground Zero di A. Friedman (2008) e 11/09. Come l’America ha rischiato la Seconda Guerra Civile? di T. Shure (2003). Per qualche motivo, mi hanno fatto pensare a te e alla tua ricerca. Li conosci?

 

III

James B./3

07.28.11

(00:01:00-00:15:21)

 

«Come andiamo oggi, James?».

«Molto meglio, dottoressa».

«Mi fa piacere sentirlo! Ho visto che sei venuto accompagnato: sono contenta di vedere che crei dei legami. […] Riprendendo il tema della nostra ultima seduta, vorrei parlarti. Hai mai sentito parlare di “Effetto Mandela”?».

«No… non credo. Cosa sarebbe?».

«È un fenomeno psicologico davvero affascinante. Consiste sostanzialmente in falsi ricordi che la nostra mente produce in casi particolari: l’idea che un evento si sia svolto in modo diverso dai fatti, credere che la realtà sia diversa, che le persone che ci hanno lasciato ci siano ancora; il nome deriva da un gruppo di gente che sulla Rete sostiene di ricordare chiaramente la morte del presidente Nelson Mandela negli anni Ottanta: un fenomeno di suggestione di massa, nient’altro. […] Altri lo stanno sperimentando; vorrei chiederti di usare le prossime sedute per analizzare meglio questi presunti ricordi».

«Se lo scordi! Non posso credere a quello che ha detto… sapeva quanto ero scettico all’inizio, ma per un po’ ci avevo quasi creduto alla sua terapia. Alla fine, non mi sbagliavo: siete tutti dei ciarlatani. Farmaci e belle parole: ecco tutto quello che potete fare».

«Calmati, James. Questa che stai esprimendo si chiama “negazione”…».

«No, si chiama “rabbia”. Prima mi dice che mio figlio è morto da anni, poi cerca di convincermi che tutti i ricordi degli ultimi anni non sono reali».

«James, è dura, ma il punto è che, prima prenderai coscienza della tua situazione, prima potrai iniziare a superare questa fantasia».

[Silenzio]

«C’è però una falla nella sua diagnosi».

«Come?».

«Lei mi ha visto arrivare in auto, giusto? Lo ha detto lei stessa. Mi dica: che macchina era?».

«Non vedo come…».

«Mi assecondi!».

«D’accordo: era una Ford grigia».

«Con il parafango destro tutto arrugginito?».

«Non saprei… aspetta: sì!».

«Ah! E chi crede che guidasse quella macchina? Quella è l’auto di Tommy; l’ha comprata due anni fa, dopo la nascita della piccola Kim».

«I-io… l’ho vista, è vero… però, questo non vuol dire niente…».

[Il resto del file è danneggiato]

 

Amira P./2

07.29.11

(es. 00:05:02-00:10:34)

 

«Dottoressa, volevo solo farle sapere che ho deciso di interrompere le nostre sedute».

«Amira… non credo sia una buona idea nella tua situazione. Abbiamo ancora molto su cui lavorare».

«In realtà, non posso più venire da lei perché io e la mia famiglia ce ne andiamo».

[Parte danneggiata]

«…un posto al Museo di Baghdad. Qui in questo Paese, una laurea così non ha molto valore».

«È una decisione troppo radicale, forse? Dopotutto, là c’è ancora molto da ricostruire».

«Lo pensavo anch’io: la guerra è finita da soli vent’anni… l’altra sera, però, ci siamo seduti tutti a tavola. C’era anche nonna: baba ci ha guardati tutti, e poi ha dato la notizia. Ne abbiamo parlato fino a notte fonda. È stato bello: ci sentivamo uniti come non succedeva da tempo».

«Ma come farai con la scuola? I tuoi amici? Sei disposta a lasciare tutto e ricominciare in un altro Paese?».

«Come se ne avessi… Diciamocelo: sono sempre stata a disagio, qui. Fingevo di essere americana… era come un velo che mi soffocava. Voglio provare a riscoprire le mie radici. E credo che baba abbia ragione: potrebbe fare bene anche a jida Myriam. Da ieri sera non fa che parlare di tutti i luoghi che non vede l’ora di rivedere… sembra ringiovanita di dieci anni! Credo che lasciarla morire nelle sue terre sia la cosa migliore».

 

IV

 

Da: LadyDOC (drsamanthanorris@yahoo.us)

A: lonettegordon87@outlook.com

OGGETTO: Effetto Mandela

08.08.11 11:22:43 PM

 

Cara Lony,

da quanto mi scrivi, credo che dovresti riprendere a vedere qualcuno, e presto. Purtroppo, non penso di poter essere ancora io il supporto migliore: un avvocato parlerebbe di “conflitto d’interessi”. Posso metterti in contatto con un nostro collega che vive non molto lontano da te.

Se posso parlarti in maniera confidenziale, credo che questi pensieri non siano altro che interessanti proiezioni dell’inconscio collettivo: come molti altri, sei rimasta colpita dalla tragedia dell’Undici Settembre, ma rifuggire quello che è successo è rischioso. I tuoi dubbi sono però un buon segno: la tua razionalità riesce a ancora a distinguere le fantasie dai fatti. La realtà è semplice: la nazione è stata colpita, e il nemico era proprio dentro di essa… La buona notizia è che sono convinta che non è così eccezionale come fenomeno, considerato che siamo vicini al decennale: in ogni civiltà del passato, si credeva che le ricorrenze avessero una sorta di valore magico-simbolico; ricordi quelle lezioni di antropologia culturale sulle credenze millenaristiche? È solo un retaggio del nostro pregresso modo di pensare. Inoltre, non serve che ti ricordi tutti gli studi sul cosiddetto “Effetto Mandela”…

Passando a discorsi meno cupi, ti faccio sapere che il nostro viaggio a New York è andato bene: Noreen non stava più nella pelle per vedere la commemorazione al WTC.

La cerimonia non è andata male: oltre alle autorità cittadine, ha fatto la propria comparsa l’ex presidente Gore, oltre al suo successore. Il Presidente ha consegnato la National Medal of Arts presidenziale a monsieur Petite sotto uno scroscio di applausi, sullo sfondo delle Torri.

Nel pomeriggio, però, Phil ha voluto portare Noreen a vedere la zona dell’attacco.

Ti ho già raccontato molte volte quanto quel luogo mi mette a disagio: non riesco a capire secondo quale ragionamento l’amministrazione comunale abbia approvato quel monumento.

Mi mette i brividi, quella carcassa bovina in bronzo dilaniata, e la testa in cima a un sottile pilastro lì accanto, quasi infilzata sopra una picca.

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