Carl Schmitt: «Dialogo sul potere»

Emanuele Guarnieri
Modernità occulta – Le radici simboliche delle arti contemporanee n. 5/2013
Carl Schmitt: «Dialogo sul potere»

Il potere. Che si punti il dito contro la pervasività della tecnica o il dominio del capitale, è di fatto potere il nome del drago che si cerca di afferrare per la coda, nel tentativo di arrestarne i processi più devastanti o quantomeno di comprenderne i moventi. Entrambi i desideri sono vane illusioni, destinate ad essere frustrate: del potere, infatti, si potrà al limite dire che oltrepassi di gran lunga coloro che dovrebbero esserne i soggetti attivi, che si configurano come soggetti ad esso piuttosto che di esso. Questo è il nucleo concettuale del Dialogo sul potere di Carl Schmitt, uscito di recente per Adelphi, con la curatela di Giovanni Gurisatti. Un testo estremamente interessante, sia per gli studiosi del grande giurista tedesco sia per chi fosse interessato a comprendere quali siano le origini delle dinamiche di potere o anche per chi volesse semplicemente introdursi alla raffinata filosofia politica di Schmitt, grazie ad un’opera a tratti ironica, chiara e sintetica, tra l’altro concordante, almeno su alcuni punti, con taluni celebri passaggi di opere capitali della filosofia del secondo Novecento, da Foucault alla Arendt, passando per Simone Weil.

Al tempo stesso, è un documento prezioso per ricostruire le vicende intellettuali del filosofo durante i difficili anni del secondo dopoguerra: le riflessioni contenutevi non potranno non richiamare alla memoria i brani di Ex captivitate Salus o delle Risposte a Norimberga.

L’opera ebbe una gestazione curiosa per essere un lavoro di filosofia politica: due dialoghi, concepiti per essere trasmessi alla radio nel 1954, che ottennero un insperato successo di pubblico, tanto da essere ambedue ritrasmessi nel giro di pochi mesi. I fini del Dialogo sono esplicitati da Schmitt stesso nell’Appendice: l’obiettivo è quello di ricondurre il sapere umano e le sue ambizioni, nell’epoca dell’imperversare della tecnica e dei primi viaggi spaziali, al senso della terra, in un duplice radicamento al pianeta e all’elemento.

La prima delle due piéce è il Dialogo sul potere e sull’accesso al potente, che si svolge tra un maestro (alter ego di Schmitt medesimo) ed un giovane discepolo. La questione verte sulla natura del potere: vengono rapidamente passate in rassegna le antiche concezioni sull’identità di chi lo detiene. Chi è costui, rispetto ai propri sudditi? Deus, lupus o homo? All’entusiasmo del discepolo per quest’ultima ipotesi, il maestro ribatte mostrando la complessità del problema: se il potere derivasse esclusivamente dagli uomini, andrebbe spiegata la natura dell’obbedienza che questi gli tributano. Esso, infatti, non solo è in grado di creare, tramite le sue operazioni, il consenso sul quale si regge, ma la stessa obbedienza è sorgente della sua forza: “Anche quando viene esercitato con il pieno consenso di tutti coloro che gli sono soggetti, ha comunque anche un suo significato peculiare, un «plusvalore», per così dire” (p. 18).

Veniamo così introdotti alla tesi fondamentale di tutto il dialogo, secondo la quale il potere è qualcosa di totalmente alieno dall’essere umano e, in ultima analisi, ad ogni tentativo di determinarne la natura sfugge qualcosa di essenziale: si tratta, infatti, di “una dimensione peculiare e autonoma, anche rispetto al consenso che lo ha creato” (p. 20) e persino nei confronti di chi lo detiene. Viene brevemente delineata la fenomenologia della camarilla, quel complesso di persone ed istituzioni che costituisce il passaggio obbligato per accedere al governante. In qualsivoglia sua forma, dice Schmitt, si costituirà sempre un corridoio privilegiato di accesso al centro del governo, che finirà inevitabilmente per estraniarlo quasi del tutto dai suoi sudditi e dalla realtà, e viceversa.

L’allievo, tuttavia, incalza: il potere in sé è buono, cattivo o strumento neutrale? Vengono allora riportate alla memoria due antitetiche concezioni, rispettivamente di Gregorio Magno, secondo il quale tutto il potere proviene da Dio – ed è quindi buono in sé – e di Jacob Burckhardt che, pessimisticamente, ricordando le vicende della Rivoluzione Francese, sentenzia che “è in sé cattivo”. Il punto, sottolinea il maestro, è che con l’alba della modernità, cioè con la Rivoluzione, il potere si è svelato nella sua essenza in maniera del tutto particolare. Proprio nel momento in cui si è finalmente mostrato come un fatto semplicemente umano, ecco che maggiormente atterrisce e si diffonde la convinzione che sia in sé negativo. “Il detto «Dio è morto» e l’altro «il potere è in sé cattivo» nascono nel medesimo tempo e dalla medesima situazione. E in fondo significano la medesima cosa” (p. 35). La natura impersonale e trascendente di cui la forza si ammanta, a partire dalla Rivoluzione in avanti, è presto spiegata: essa deve le sue qualità allo sviluppo delle armi e delle tecnologie della distruzione, che rendono la volontà umana di fare il bene piuttosto che il male del tutto superflua. Gli individui che si trovano a pilotare le moderne macchine da guerra – e, aggiungeremmo noi, i meccanismi sociali – sono ormai organi, protesi degli apparati tecno-sociali che le hanno create; in ciò, portando a compimento il piano seicentesco di Hobbes, che immaginava il suo Leviatano proprio come un “grande uomo” composto da molte persone e strutturato come una macchina. La trascendenza del potere deriva allora dal fatto che “lo Stato era la macchina delle macchine, la machina machinarum, un superuomo composto di uomini, che prendeva corpo mediante il consenso umano, ma che nel momento in cui nasceva si poneva aldilà di ogni consenso umano” (p. 40).

L’ipotesi dell’homo hominis homo sembra allora condurre a nuovi problemi, più che a soluzioni. La trascendenza del potere ci consegna ad un’epoca in cui, lungi dall’essere l’humanitas un’essenza definita una volta per tutte, “essere un uomo resta una decisione” (p. 44) – e Schmitt sembra qui precorrere la nota tesi di Foucault, secondo la quale alla morte di Dio subentra immediatamente e conseguentemente il crollo del concetto di “umano”.

Il Dialogo sul nuovo spazio, invece, ricalca le riflessioni geofilosofiche svolte in Terra e mare. Si svolge tra il vecchio storico Altmann (ennesima maschera di Schmitt), Neumayer, un solido scienziato di formazione classica, e il giovane “futurista” nordamericano MacFuture. Il dialogo è, oltre che un’esposizione di geopolitica, un trattatello “metodologico” in cui si oppongono tre differenti modalità di impostare le questioni in gioco: il metodo storico-filosofico (Altmann), quello scientifico in una sua versione per così dire “temperata” (Neumayer) e l’immaginazione positivista e fantascientifica nella sua forma più sfrenata (MacFuture).

Altmann e Neumayer si fronteggiano dapprima sul conflitto che, tradizionalmente, oppone terra e mare, sulla scorta della Bibbia, a partire dai libri della Genesi, di Giobbe e di Giona fino ad arrivare all’Apocalisse. In questi libri, infatti, il mare è trasfigurato simbolicamente nella sinistra immagine del Leviatano, che tanto peso avrà nella filosofia politica moderna. Se l’anziano storico rintraccia in questo paradigma mitologico una verità di fatto, vale a dire la dicotomia che oppone potenze terranee e marittime – di cui la Guerra Fredda è un esempio odierno – Neumayer ribatte che tale conflitto non è determinato necessariamente da alcunchè e il ricorso alla Bibbia è un espediente metodologicamente scorretto.

La discussione tra i due viene però ben presto interrotta dall’irruzione di MacFuture, che accusa le prese di posizione di Altmann e Neumayer di arretratezza; lo storico domanda allora al giovane quale sia la causa della Guerra Fredda, l’evento geopolitico fondamentale negli anni in cui Schmitt scrive. MacFuture sostiene che i motivi del conflitto riposino nel differente sviluppo tecnologico ed industriale raggiunto da Oriente ed Occidente. Ma la rivoluzione industriale, ribatte Altmann, è un fenomeno nativo dell’Inghilterra – dato non casuale, avendo essa una mentalità “oceanica”. Gli Stati europei del Seicento che tentarono la conquista degli oceani, su tutti Portogallo, Olanda e Francia, infatti, “si sono limitati ad appropriarsi della terra, mentre l’Inghilterra si è impadronita del mare. Solo l’Inghilterra ha osato il grande salto, e compiuto il passaggio dalla terra al mare, dall’esistenza terranea ad un’esistenza marittima” (p. 73). Ciò contribuì a creare le basi per una mentalità tecnologico-industriale, sostiene Schmitt, dal momento che nell’ambiente marittimo si configurano relazioni tra l’uomo, l’ambiente ed i mezzi tecnici totalmente differenti da quelle terrestri.

Insomma, la radice del progresso della tecnica viene rintracciata da Altmann nella straordinaria “risposta” che l’Inghilterra seppe dare alla “chiamata degli oceani che si stavano aprendo”. MacFuture è entusiasta di queste conclusioni e, procedendo per analogia, afferma che, nell’epoca presente, tale vocazione assume la forma della chiamata degli spazi cosmici, di cui l’umanità vuole impadronirsi come fecero gli europei con il Nuovo Mondo. Forte del suo senso storico, Altmann ridimensiona le speculazioni di MacFuture asserendo che gli appelli storici non si ripresentano mai allo stesso modo. Semmai, dal momento che la tecnica ha aperto prospettive inaudite sulla terra, “i nuovi spazi da cui proviene la nuova chiamata debbono trovarsi sulla nostra terra, e non fuori nel cosmo. Colui che riuscirà a catturare la tecnica scatenata, a domarla e ad inserirla in un ordinamento concreto avrà risposto all’attuale chiamata […]. La sottomissione della tecnica scatenata: questa sarebbe, per esempio, l’azione di un nuovo Ercole! Da questa direzione sento giungere la nuova chiamata, la sfida del presente” (p. 87). A sessant’anni dalle profezie di Schmitt, gli abissi cosmici paiono non essersi ancora aperti e sei miliardi di esseri umani sono tuttora confinati su questo pianeta – essi sono chiamati, ancora una volta, a riconoscersi come suoi figli e a ricercare l’aurora di una terra rinnovata, dopo la notte del nostro tempo, nel segno del motto faustiano che Schmitt cita a conclusione del suo dialogo: tu sei rimasta, terra, salda anche questa notte. Carl Schmitt, Dialogo sul potere, a cura di G. Gurisatti, Adelphi, Milano 2012, pp. 124, € 7,00.

[Vai all'indice]

Scarica il pdf

Ultime uscite

François Ozon

François Ozon

Inland n. 2/2016
Il secondo numero di INLAND è il primo volume dedicato in Italia a François Ozon. Regista tra i generi, firma sfuggente all’etichetta d’autore, nei suoi film Ozon fa riverberare echi [...]
Aldo Lado

Aldo Lado

Inland n. 9/2019
Quello che stringete tra le mani è il numero più complesso, stratificato, polisemantico del nostro – vostro – INLAND. Quaderni di cinema. Lo è innanzitutto grazie al parco autori, mai [...]
Dino Buzzati - Nostro fantastico quotidiano
Vi sono autori, come disse una volta Conan Doyle, che «hanno varcato una porta magica». Tra questi spicca Dino Buzzati, che ha condotto il fantastico nel cuore pulsante della materia. [...]
Jorge Luis Borges - Il Bibliotecario di Babele
Jorge Luis Borges è un autore oceanico, un crocevia di esperienze, storie, civiltà e piani dell’essere, un caleido­scopio nel quale il passato si fa futuro e il futuro si rispecchia [...]
Antonio Bido

Antonio Bido

Inland n. 11/2019
Girata la boa del decimo numero, INLAND. Quaderni di cinema compie altri due significativi passi in avanti. Innanzitutto ottiene il passaporto. A rilasciarlo è stato il Paradies Film Festival di Jena [...]
Carlo & Enrico Vanzina

Carlo & Enrico Vanzina

Inland n. 7/2018
INLAND. Quaderni di cinema numero #7 nasce nell’ormai lontano dicembre 2017, in un bar di Milano dove, di fronte al sottoscritto, siede Rocco Moccagatta, firma di punta di tutto quel [...]
Lav Diaz

Lav Diaz

Inland n. 3/2017
È da tempo che noi di INLAND pensiamo a una monografia dedicata a Lav Diaz. Doveva essere il numero #1, l’avevamo poi annunciato come #2, l’abbiamo rimandato in entrambe le [...]
Lune d'Acciaio - I miti della fantascienza
Considerata da un punto di vista non solo letterario, la fantascienza può assumere oggi la funzione un tempo ricoperta dai miti. I viaggi nello spazio profondo, le avventure in galassie [...]
Rob Zombie

Rob Zombie

Inland n. 1/2015
Con la parola inland si intende letteralmente ciò che è all’interno. Nel suo capolavoro INLAND EMPIRE, David Lynch ha esteso la semantica terminologica a una dimensione più concettuale, espansa e [...]
Sergio Martino

Sergio Martino

Inland n. 5/2017
Giunto al quinto numero, INLAND. Quaderni di cinema affronta uno snodo cruciale, fatto di significative ed emblematiche svolte che segnano uno scarto, un’apertura rispetto alla precedente linea editoriale. Innanzitutto la scelta del [...]
Carlo Verdone

Carlo Verdone

Inland n. 12/2019
"Vi ho chiesto di mettere la mia moto Honda Nighthawk in copertina perché su quella moto c'è passato il cinema italiano. Su quella moto io sono andato e tornato da [...]
Rob Zombie Reloaded

Rob Zombie Reloaded

Inland n. 8/2019
Giunto all’ottavo fascicolo, INLAND. Quaderni di cinema riavvolge per un attimo la pellicola della sua breve ma significativa storia, tornando a percorrere i passi compiuti nel 2015 quando aveva aperto [...]
America! America? - Sguardi sull'Impero antimoderno
L’impero statunitense ha sempre generato nella cultura italiana reazioni contrastanti, che spaziano da un’esaltazione semi-isterica a una condanna a priori, altrettanto paranoica. Sembra sia pressoché impossibile, per chi si confronta [...]
Walt Disney - Il mago di Hollywood
«Credo che dopo una tempesta venga l’arcobaleno: che la tempesta sia il prezzo dell’arcobaleno. La gente ha bisogno dell’arcobaleno e ne ho bisogno anch’io, e perciò glielo do». Solo un [...]
4-4-2 - Calciatori, tifosi, uomini
Nel calcio s’intrecciano oggi le linee di forza del nostro tempo; talvolta vi si palesano le sue fratture, i suoi non-detti. Ecco perché il quattordicesimo fascicolo di «Antarès» è dedicato [...]
Nicolas Winding Refn

Nicolas Winding Refn

Inland n. 4/2017
Perché Nicolas Winding Refn? La risposta è semplice: perché, piaccia o no, è un autore che, più di altri, oggi ha qualcosa da dire. Sebbene sempre più distante dalle logiche [...]
Michele Soavi

Michele Soavi

Inland n. 6/2018
Il nuovo corso di INLAND. Quaderni di cinema, inaugurato dal numero #5, dedicato a Sergio Martino, è contraddistinto da aperture al cinema italiano, al passato, a trattazioni che possano anche [...]

Ultimi post dal blog

In occasione del compleanno di Matthew MacFadyen (Great Yarmouth, 17 ottobre 1974), indimenticato Mr Darcy e Oblonsky rispettivamente in Orgoglio e pregiudizio e Anna Karenina di Joe Wright, vi proponiamo il montaggio dedicato alla cinematografia del regista britannico dalla co-curatrice di Bietti Heterotopia per promuovere il suo numero #30: "Joe Wright. La danza dell'immaginazione, da Jane Austen a Winston Churchill" di Elisa Torsiello, con prefazione del premio Oscar Dario Marianelli e postfazione del direttore della fotografia Seamus McGarvey. [embed]https://youtu.be/Ug5MtNLGAUs[/embed]    
11 Settembre 2001. Sembra quasi superfluo sottolineare come questa data, col suo carico di orrore e violenza, abbia sconvolto per sempre la società occidentale del XXI secolo. La morte di migliaia di persone, che tutti hanno potuto vedere in diretta televisiva, ha avuto un impatto psicologico di portata mondiale. Così come lo hanno avuto tutti gli eventi che ne sono seguiti: le guerre in Iraq e Afghanistan, la scoperta delle torture nel carcere di Abu Graib, la recrudescenza della xenofobia, la grande crisi economica. Una cicatrice che ancora oggi segna profondamente l’Occidente E il cinema, che si rapporta sempre alla società [...]