"Torino Boys". L’esordio invisibile

Antonio Capellupo
Manetti Bros. n. 14/2022

Dopo i primi passi nella palestra del videoclip e l’episodio Consegna a domicilio dell’opera collettiva De Generazione (1994), Torino Boys, primo vero film all black della storia del cinema italiano, segna l’esordio nel lungometraggio per Marco e Antonio Manetti. Prodotto dalla Rai e da Pier Giorgio Bellocchio, sotto la supervisione del padre Marco, fa parte del contenitore televisivo Un altro paese nei miei occhi – nato da un’idea di Roberto Giannarelli e Renata Crea – insieme a L’albero dei destini sospesi di Rachid Benhadj, L’appartamento di Francesca Pirani e Di cielo in cielo dello stesso Giannarelli. Presentato per la prima volta nel 1997 in concorso al Festival Cinema Giovani di Torino, porta a casa una Menzione Speciale della Giuria che non basta comunque a raggiungere il grande schermo, e si limita solo a una fugace comparsata televisiva su Rai 3 in una seconda serata estiva.
La storia ruota attorno a due gruppi di nigeriani emigrati in Italia per cercare lavoro e non solo: da un lato i “Torino Boys”, ragazzacci dal cuore d’oro, che partono in macchina da Torino alla volta di Roma con il desiderio di assistere al match di Coppa Uefa Roma-Monaco e ammirare dal vivo le gesta dell’amico e connazionale Victor Ikpeba; dall’altro ragazze decisamente occidentali nel modo di esprimersi e vivere il loro quotidiano, che tra un commento sull’ultimo abito di Versace, una tinta bionda ai capelli e un salto in discoteca non fanno che denigrare a distanza i primi, marchiati come inaffidabili playboy, buoni solo per un flirt e via. La vera ragione per cui Eby, uno dei tre giovani, sta scendendo a Roma, non è infatti l’amore per il calcio, ma quello per la bella Nike, conosciuta qualche settimana prima. Intanto, parallelamente alle loro vicende, a Benin City la giovane Ifueko decide di lasciare la Nigeria e imbarcarsi per l’Italia, con il sogno di dare anche lei un morso a quell’Europa che, in seguito ai racconti della vecchia zia, non riesce a immaginare fino in fondo se abbia un sapore dolce o amaro.
Interpretato da attori e attrici non professionisti, cui si aggiungono i camei di Gisella Burinato, Massimo Sarchielli e dell’inaspettato e quasi non-sense Luca Laurenti, il film gioca con i toni della sophisticated comedy tra triangoli amorosi, incontri mancati e infinite attese, mescolando amore e musica in un mix che, da Zora la vampira (2000) fino ad Ammore e malavita (2017), sarà spesso cavalcato dai registi. I punti di forza non vanno quindi ricercati nella recitazione, tutta cuore e dilettantismo, ma nella geniale costruzione delle scene, nella graffiante scrittura e in una colonna sonora decisamente avanti con i tempi. Già a partire dal font utilizzato per i titoli di testa, sembra palese che i Bros. vogliano immergere lo spettatore in una sorta di live cartoon, perché proprio dall’amato mondo del fumetto e dei cartoni animati sembrano provenire certe espressioni facciali, certi effetti sonori, ma soprattutto certe messe in quadro (vedi le telefonate in split-screen) degne dei migliori Looney Tunes. Al contempo non mancano quegli omaggi tv-cinefili che, da lì in poi, diventeranno una costante del fare cinema manettiano: l’attempato uomo italiano sembra uscito da CinicoTv, in perenne attesa del suo amore nigeriano, intenta più a ciarlare che a vestirsi per uscire; l’onirica e visionaria sequenza di Sista Lulu è in stile I segreti di Twin Peaks; la donna d’alto bordo avvolta in una pelliccia di leopardo riporta alla memoria i costumi eighties di Il principe cerca moglie (1988).
A ridondanti esclamazioni che suonano come tormentoni e taglienti battute sarcastiche i registi affidano invece la rappresentazione, un po’ parodistica e un po’ agrodolce, della visione che gli immigrati hanno del Paese che li ospita. Se da un lato fanno sorridere gli infiniti «Troppo bello» e «Ti giuro» con cui le ragazze colorano le loro chiacchiere civettuole, muovono invece alla riflessione certe frasi con cui l’anziana zia Rita cerca di convincere sua nipote Ifueko a non abbandonare la Nigeria per l’Italia. Dietro gli apparentemente soavi racconti di chi l’esperienza europea l’ha vissuta, sbandierati al mercato per accaparrarsi uno sconto sulla frutta o trasformati in fiabe per allietare i bambini nelle strade, si nasconde infatti un monito: «Apri il frigorifero. Hai sentito freddo? Ecco, così è l’Europa».
Tra chi decide di partire e chi sceglie di restare, in una narrazione dichiaratamente atemporale, Torino Boys avanza allo stesso ritmo della musica hip hop di cui è impregnato. A firmare la colonna sonora originale, i Manetti chiamano Neffa, amico del protagonista Paul Anthony Anderson, che raduna attorno a sé il meglio del panorama musicale del genere. A fianco del cantautore trevigiano – che firma brani centrali come Navigherò la notte e Nella luce delle 06:00 e produce buona parte delle basi – compaiono La Pina, i Sottotono, i Colle der Fomento, Ice Cube, Dre Love, i Flaminio Maphia e Piotta (per questi ultimi i registi produrranno in seguito videoclip destinati a entrare nella storia, come Voglio il motorino e Supercafone). Il risultato è un’innovativa soundtrack che si sposa alla perfezione con le vicende e con un montaggio che si lascia trasportare da ogni singola nota e parola. Poco prima del finale, in quella che si andrà a rivelare una scena madre, fa capolino un brano apparentemente avulso dal resto: Amici mai di Antonello Venditti, per il cui utilizzo il musicista, innamoratosi del progetto, non chiede alcun compenso. «Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano»: allora, dopo numerose telefonate a vuoto, innumerevoli chilometri in autostrada, una serie di equivoci e la speranza ormai persa di rivedere la sua amata, Eby ritrova Nike e, per cercare un po’ di intimità, la porta a fare un giro al luna park. Ed è lì, sul seggiolino della grande ruota panoramica dell’EUR, che i due mondi così apparentemente lontani si fanno per sempre vicini: lei, ammaliata da luci e colori, ammette che questo Paese può essere bello, ma il fatto di non riuscire a trovare ciò che si vuole e il sentirsi respinti dal freddo della gente rende impossibile viverci; lui, ormai convintamente integrato, le suggerisce di non pensarlo più come un posto di passaggio, ma come un luogo dove è possibile mescolarsi con gente diversa e magari trovare l’amore vero.
«Perché non facciamo questa Italia più comoda per noi?», si chiede il giovane nigeriano, in una sequenza che profuma d’amore per la terra in cui ha scelto di vivere ma che, fosse girata oggi, finirebbe forse per essere tacciata di insurrezionalismo.

CAST & CREDITS
Regia: Manetti Bros.; soggetto: Manetti Bros.; sceneggiatura: Manetti Bros.; fotografia: Federico Schlatter; scenografia: Pierluigi Manetti; costumi: Cinzia Lucchetti; montaggio: Francesca Calvelli; musiche: Neffa, Julie P.; interpreti: Juliet Omoniji (Nike), Paul Anthony Anderson (Eby), Elisabeth Sunday Aifuwa (Ifueko), Eliane Ballaud, Johnny Lucas, Olu Domingo, Gisella Burinato, Massimo Sarchielli, Luca Laurenti (Fabio); produzione: Filmalbatros, Rai; origine: Italia, 1997; durata: 90’; home video: Blu-ray inedito, dvd inedito; colonna sonora: Black Out.

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