Sono stato un agente di Clerville. Diario dal set di "Diabolik"

Daniele Magni
Manetti Bros. n. 14/2022

La scusa: andare a un concerto degli Afterhours insieme. Il pretesto: farsi prendere le misure per il costume di scena. La verità: voglia di sbirciare dietro le quinte del prossimo progetto dei Manetti Bros. Nientemeno che un film su Diabolik, di cui si favoleggiava già da parecchio.
La verità vera: desiderio di passare qualche ora con Antonio e Marco Manetti, persone simpaticissime, semplici, di quelle che appena le hai conosciute ti sembra di averci fatto le elementari insieme. Persone oneste e dirette, come è difficile trovarne nell’ambiente del cinema. Hanno sempre fatto quello che volevano e come volevano, e da outsider sono arrivati a vincere il David di Donatello. Con un musical. Napoletano.
Insomma potrebbero, a ragione, atteggiarsi da superstar. E invece sono tipi con cui potresti pensare di andare a un concerto rock. Dei Kiss, per esempio, perché i due sono nerd innamorati della cultura pop. Ci sguazzano, se ne nutrono e la rigurgitano reintepretandola in film, telefilm e videoclip che non hanno bisogno di firme per essere riconoscibili. Ma adesso basta, che se i brothers dovessero mai leggere questa sbrodolata, conoscendoli, potrebbero anche esserne infastiditi.
I Kiss, dicevamo.
Era stato proprio in occasione dell’esibizione milanese della band di Gene Simmons & Paul Stanley che Marco era uscito con la proposta: «Tra qualche giorno andiamo al concerto degli Afterhours, vuoi venire?». Avevamo parlato di musica, metal essenzialmente, per tutto il viaggio in metropolitana – e poi sbranando un panino alla salamella prima di entrare nell’arena – scoprendo di avere parecchio in comune. Pur non avendo fatto le elementari insieme. Eravamo belli carichi, dopo un incontro con i fan andato molto bene organizzato da Bloodbuster – il negozio di paccottiglia cinematografica (o tempio del cinema di genere, a seconda di come la si vede) che gestisco con il mio socio Manuel Cavenaghi – e la proposta di andare a Bologna a vedere il gruppo di Manuel Agnelli è stata un’altra botta di adrenalina. Non lo davo a vedere, ovviamente, atteggiandomi a personaggio abituato a frequentare gente famosa, ma alla sola idea gongolavo. Anche perché, particolare non da poco, seguo gli Afterhours dai loro inizi con il cantato anglofono.
Il fatto è che il dinamico duo aveva chiesto a Manuel (Agnelli, non Cavenaghi) di comporre il pezzo per i titoli di testa di Diabolik, e questi gli aveva dato appuntamento al concerto per quattro chiacchere. Quindi mi avrebbe atteso pure il backstage. E quindi «Sì, ok, vengo. Ci riaggiorniamo». Baci e abbracci.

Bologna, 18 luglio 2019

Un caldo allucinante. Il navigatore mi indica come punto d’arrivo un luogo improbabile, un parallelepipedo triste e grigio piantato nel mezzo della città: la stazione degli autobus. Ricontrollo l’indirizzo che mi ha dato la produzione: è esatto. «Che mi stiano prendendo per i fondelli?», è il mio primo pensiero.
Chiamo Marco, pensando già di sentirlo rispondere con una pernacchia, a confermare i miei timori di essere stato gabbato. Invece no. C’è il trucco. E sembra, veramente, degno di «Diabolik». Passo dopo passo, al telefono, il Manetti mi guida alla scoperta della loro base segreta: «Entra nella hall della stazione» – mi dice – «Vedi il giornalaio? Vedi quella parete a destra, con un poster di “Diabolik”?». Sì, vedo la parete. E vedo la porticina con la maniglia rotta che, mi dice Marco, in realtà si riesce ad aprire. La apro, quella porta, sempre un po’ perplesso, ed ecco il “rifugio” della produzione. C’è un’ampia scalinata che sale. Un senso di déjà vu mi assale, il posto mi ricorda qualcosa. Alla fine dei gradini c’è una grande vetrata, nel mezzo della quale si apre una porta su cui campeggia la scritta: “Questura di Bologna”. Il senso di ragno formicola, il déjà vu trova una possibile spiegazione. Vuoi vedere che…
Entro. In un enorme open space ci sono i Manetti e tutti i loro collaboratori attorno a un ampio tavolo, con un solo, miserando ventilatore che cerca, abbastanza inutilmente, di portare un po’ di frescura al gruppo. Ovviamente tutti si girano verso di me; la sensazione è quella di essere lo straniero che entra nel saloon dei western o lo sprovveduto viaggiatore che, nelle bettole dei film dell’orrore, chiede dove si trovi il castello del conte Dracula. È un momento importante, la rilettura della sceneggiatura di Diabolik. Assisto incantato a un processo in cui creatività e capacità pratica, professionalità e momenti di improvvisazione permettono di risolvere dubbi, di chiarire situazioni, di visualizzare ciò che c’è e ciò che andrà fatto prima dell’avvio delle riprese. Tra le cose da realizzare: i costumi. Ed ecco che divento parte del gioco. Vi ricordate il pretesto? La sarta mi deve prendere le misure perché i Manetti, a cui piace circondarsi di amici sui loro set, mi hanno promesso una comparsata nel film. Sarò un poliziotto di Clerville destinato a morire immediatamente, per mano del “Re del Terrore”, dopo avere pronunciato una singola, unica battuta: «È gas!». Sicuramente mi dovranno doppiare, ma spero non taglino la scena dal montato finale.
Prima di essere lasciato nelle mani di una dolce fanciulla che si ritroverà ad avere a che fare con lo sfacelo della mia (s)forma fisica, Marco mi porta a fare un tour nella loro base. Il primo piano della stazione degli autobus è tutto per loro, ed è enorme: corridoi lunghissimi, stanze, stanzette, uffici, sgabuzzini… un dedalo semiabbandonato che verrebbe voglia di sfruttare per un horror “di recupero”, come si faceva una volta. Glielo dico. Dice che ci ha pensato. Forse lo proporranno a uno dei loro protetti; magari a Daniele Misischia, regista del notevole The End? L’inferno fuori (2017).
Il giro continua. Viene fuori che il posto è stato utilizzato anche per gli interni, soprattutto in polizia, di L’ispettore Coliandro. Avevo ragione, allora: il senso di ragno non mente mai. «Quello era il laboratorio della Paffoni, quelle sono le scale che portano all’ufficetto di Gargiulo…»: mi sento privilegiato e mi viene voglia di fare foto, video, documentare tutto. Non lo faccio perché, ancora una volta, mi devo dare un tono. Tornati al punto di partenza vengo affidato alle cure della costumista che fa il suo lavoro nell’ufficio dei Bros., dominato da un’enorme lavagna piena di appunti sulle cose da fare. Io non riesco a stare fermo come dovrei, perché sulle scrivanie ho visto gli storyboard del film. Non potermici fiondare subito sopra è una sofferenza, ma lo farò non appena la ragazza avrà finito. Gli storyboard sono bellissimi e molto dettagliati, e non mi pare vero di potermeli gustare con l’audio-commento live dei fratelli. Sono descritti gli ambienti, i movimenti, i trucchi che saranno realizzati.
Ricopro Antonio e Marco di domande, alle quali rispondono pazientemente e con una punta d’orgoglio per la loro creatura che sta finalmente per nascere. Dopo di che, tutti a vedere gli Afterhours.

Bologna, 07 ottobre 2019

Diabolik sta prendendo forma.
Settimo giorno di riprese. Io sono reduce dal successo di CinemArcord, la grande convention settembrina di Milano organizzata da Bloodbuster e Bietti Edizioni, in collaborazione con «Nocturno», un mega happening con ospiti prestigiosi. Antonio e Marco, invece, sono appena tornati a Bologna da Courmayeur, dove hanno girato le prime sequenze del film. Di quella settimana montanara ho potuto vedere solo una foto, con cast al completo, che Marco mi ha mandato via WhatsApp: Luca Marinelli/Diabolik; Miriam Leone/Eva Kant; Valerio Mastandrea/Ginko. Mi sono sembrati tutti assolutamente in parte, e l’atmosfera dell’ambiente elegante che li circonda riporta alla mente film come Caccia al ladro (1955), giustificando l’affermazione di Marco di avere trovato ispirazione nel cinema di Alfred Hitchcock.
Da oggi, però, si gira a Bologna. È lunedì, il negozio è chiuso e mi posso concedere una visita sul set.
Arrivo nel “rifugio” bolognese verso mezzogiorno (l’inizio delle riprese è fissato per le 13) e una scena apocalittica mi si para davanti non appena varco la porta: l’open space è invaso da bambini che mangiano, giocano, strepitano. Oggi – mi spiegano i Manetti, asserragliati nel loro ufficio – si gira una scena ambientata in un parco. Proprio lì accanto, al giardino della Montagnola. Vedo il set prendere progressivamente forma: si recinta la zona, i tecnici preparano i binari per il carrello della macchina da presa, viene allestita la postazione di regia con i monitor, si sistemano alcuni elementi di scena come una bancarella che vende palloncini e giocattoli. Poi arriva una marea di uomini, donne e bambini rigorosamente agghindati in abiti sixties (il film si svolge negli anni in cui il personaggio ha fatto la sua apparizione nelle edicole italiane). Sono le comparse, che immediatamente vengono collocate e iniziano a provare i movimenti, dirette dall’assistente di scena. Tutto questo è diluito in tempi lungissimi. Chi ha bazzicato i set cinematografici sa quanta preparazione e duro lavoro ci sia dietro a una giornata di riprese, alla fine della quale si saranno ottenuti solo alcuni minuti di girato.
La scena odierna è di dialogo, con poco movimento, ma mi dà modo di vedere finalmente i Manetti al lavoro. Conosco i Bros. da diverso tempo, ormai, ma non mi era mai capitato di osservarli in azione. E la cosa è divertente. Apparentemente i due non sono d’accordo su nulla: dalle inquadrature alle posizioni degli attori, dai movimenti di macchina a qualunque altra cosa, sembrano in continuo disaccordo. Guardo perplesso i loro collaboratori: «Ma è sempre così?», chiedo. «Sempre!», mi rispondono all’unisono. Questo mi fa capire che, per quanta preparazione ci sia dietro un film, il momento in cui si gira è di estrema creatività. L’apparente aria di anarchia, però, svanisce nel momento in cui Antonio, quasi sempre alla macchina, dà l’azione. Allora tutto fila liscio e si capisce che, con il loro metodo, i fratelli hanno trovato il modo di ottenere un equilibrio perfetto. Come del resto i loro film hanno un equilibrio algebrico di sapori e umori, con il grottesco inserito nella narrazione drammatica e viceversa. Finalmente arriva anche la protagonista della sequenza: è Serena Rossi, volto ricorrente nella filmografia dei Manetti. Purtroppo non la vedrò recitare, perché i tempi si sono allungati a dismisura e a me tocca rientrare a Milano.

Guidando sulla via del ritorno ripenso a una scena, assai divertente, cui ho assistito nel pomeriggio: mentre si allestiva il set è passato un ragazzo con una felpa di «Diabolik» indosso. Marco lo ha visto, si è illuminato e lo ha fermato: «Stamo a girà er film de “Diabbolik”», gli ha detto. E, messosi in posa, si è fatto un selfie con lui. Il giovane, extracomunitario, che probabilmente manco sapeva chi fosse il personaggio sul suo indumento, se n’è andato divertito. Ecco: questi sono i Manetti Bros. Persone adorabili.

Milano, 28 ottobre 2019

Il circo di Diabolik è arrivato a Milano, e ci resterà per una decina di giorni. Finalmente potrò seguire un po’ di più la lavorazione. E, soprattutto, si avvicina il momento in cui entrerò a far parte del baraccone nei panni dell’agente di polizia destinato all’estremo sacrificio.
Chiuso il negozio, io e il mio socio Manuel ci trasferiamo in via della Guastalla, dove è prevista una scena in notturna. Non me n’ero mai accorto, ma in quella strettissima via, a due passi dal Duomo, c’è un edificio anni Sessanta con una facciata geometrica che sembra ricostruita in studio («Sono bravissimo a scovare le location», mi dirà Marco qualche giorno dopo) e che farà da scenografia alla scena di oggi: il salto su un trampolino della jaguar di Diabolik. È una scena pericolosa, nel pomeriggio ha piovuto e l’asfalto è bagnato. Nonostante lo stunt team di Alessandro Borgese (figlio del mitico cascatore/caratterista Salvatore) sia quanto di più affidabile e professionale si possa trovare per questi lavori, vedo i Manetti per la prima volta un po’ tesi. Loro che, battibecchi a parte, sul set sono sempre rilassati e giocosi. Se qualcosa va male, mi spiegano, il rischio di morte c’è. E per loro è una grande responsabilità. Tutto deve andare bene al primo ciak, perché non si può chiedere al pilota di rifare una scena del genere a meno che non sia lui, insoddisfatto, a volerla rigirare. Inoltre, probabilmente, dopo il salto la “finta” Jaguar (non è la vera auto di Diabolik messa a disposizione dalla Astorina, la casa editrice del fumetto, ma è solo “truccata” da Jaguar) potrebbe non essere più tutta intera. Se normalmente i preparativi che precedono le riprese hanno tempi lunghissimi, in questo caso sono estenuanti. Tutto viene controllato e ricontrollato nei minimi dettagli. Si prova la partenza dell’auto, si stabiliscono la giusta inclinazione del trampolino e la giusta posizione del mezzo della polizia che verrà scavalcato, si sistemano le macchine che riprenderanno la scena da diverse angolazioni.
Arriva Luca Marinelli. Non deve lavorare ma, con il suo fido cagnolino al guinzaglio, è venuto a dare un’occhiata. All’improvviso, tutto subisce una brusca accelerazione: sta ricominciando a piovere, bisogna sbrigarsi. Sempre più tesi, i Manetti si sistemano ai loro posti. La stradina, che fino a un momento prima risuonava delle voci di tecnici, comparse, stuntman, cala in un silenzio surreale, sottolineato dalla innaturale illuminazione del set.
«Azione!». L’auto parte, accelera avvicinandosi al trampolino e poi… vola! La scena viene benissimo anche se il mezzo, che atterra con grande fragore e con un inquietante rumore di metallo collassato, perde qualche pezzo. L’applauso liberatorio per lo stunt sancisce la fine delle riprese. In realtà i registi non hanno finito – ci sono altri dettagli da girare – ma si è fatto tardi e per noi è ora di rincasare. Con in circolo l’adrenalina sprigionata sul set, dormire sarà difficile.
Il giorno dopo, mentre sono in negozio, ricevo la visita di Marinelli. Incuriosito dal nostro shop, l’attore non può sottrarsi al rito dell’autografo sulla nostra “Door of Fame”, la porta su cui già campeggiano le firme e le dediche dei Manetti insieme a quelle di tutte le altre celebrità passate da noi. Per me, che avevo qualche dubbio su Marinelli nei panni di Diabolik, è la conferma che i Manetti ci vedono giusto. Quando l’attore ti punta addosso i suoi occhi di ghiaccio, pensi subito: Diabolik è lui.

Milano, 30 ottobre 2019

Ci siamo. Oggi salgo ufficialmente sul treno diaboliko. Per la sera è prevista la mia prima scena nei panni dell’agente sacrificabile, quello che nei titoli di coda sarà designato come Poliziotto #5. L’avventura inizia in sala costumi, nell’hotel del centro che la produzione ha eletto come quartier generale. Le sarte mi aspettano con la bella divisa già pronta: è straniante guardarsi allo specchio e vedersi strizzato in quell’uniforme da poliziotto newyorkese vintage. Mi sembra di essere una brutta caricatura di Paul Newman in Bronx 41° distretto di Polizia (1981). Non riesco a fare a meno di postare su Instagram una foto delle altre giacche appese in sartoria, con le mostrine “Polizia di Clerville” sulle maniche. Non dovrei farlo, ma finché “mmanetti” mi avvalla con il suo “like” mi sento autorizzato a condividere con i miei 20 followers l’esperienza che sto vivendo. Così pubblico anche una foto “poliziottesca” mentre punto la pistola verso l’obiettivo. Il risultato non è granché, diciamo che non ho propriamente la faccia da duro. E le cose non migliorano una volta passato al parrucco: pare che a Clerville non possano esserci poliziotti rasati, sicché mi ritrovo con un improbabile casco di capelli nero corvino, a punta sulla fronte. Ricorda qualcosa? Esatto: è uno dei toupées inutilizzati di Diabolik. Per fortuna il mio costume di scena prevede anche l’utilizzo di un cappello.
La scena si snoda in piazza Affari, dove sulla facciata di una banca è stata ricostruita l’entrata di un cinema con manifesti di film di quegli anni. Per una volta una sala cinematografica spodesta un istituto di credito e non viceversa. Non ho avuto modo di leggere il copione. Non so che succederà. Ci sono due auto della polizia di Clerville parcheggiate. Dopo i soliti mille preparativi si gira e, sorpresa, è una scena d’azione! La cosa va così: stazioniamo davanti a quello che nella finzione sarà il palazzo dell’Ambasciata del Beglait. Arriva una chiamata dalla centrale: Diabolik è stato individuato e l’inseguimento è già in corso. A quel punto partiamo a tavoletta, per raggiungere i colleghi già lanciati all’inseguimento del criminale.
Sull’auto che schizza con gran stridore di gomme, è un’emozione vedere come il pilota dello stunt team Borgese abbia tutto sotto controllo mentre prende una curva a gomito a tutta velocità, tallonando l’auto che ci precede. Mai mi sento in pericolo, anzi. Per fortuna è solo una prova, e la scena viene rifatta altre tre o quattro volte, con mio crescente godimento. È come essere sulle montagne russe, ma meglio. Tra una ripresa e l’altra, Marco mi si avvicina chiedendomi: «Ti si strizza il culo, eh?!». Come dirgli che, invece, sto seriamente pensando di intraprendere la carriera di stuntman?

Milano, 1° novembre 2019

Finalmente oggi vedo la coppia di protagonisti recitare. In via Falcone è parcheggiata la Jaguar di Diabolik. Quella vera. La scena prevede che i due parlottino e poi si allontanino. Miriam Leone è perfetta nei panni di Lady Kant, bella e altera come il suo personaggio richiede, e Luca non è da meno. La difficoltà, stavolta, sta nel fatto che Diabolik lascerà cadere una chiave dal finestrino aperto mentre si allontanano a bordo dell’auto. La chiave è molto importante ai fini della storia, e va seguita in dettaglio nella sua caduta. Per farlo, il povero Antonio è seduto con la macchina da presa all’altezza del tubo di scappamento: speriamo tutti che la sciarpa con cui si è avvolto il viso sia sufficiente per difenderlo dai miasmi della combustione. Come previsto, il dettaglio in movimento non è facile da riprendere e la lotta è contro il tempo: sta per calare la sera e quando si accenderà l’illuminazione stradale il set cambierà aspetto, rischiando di mandare all’aria tutto. Proprio quando Antonio dà lo «Stop» su quella che per lui è la ripresa buona, si accendono le luci cittadine. Tutti tirano un sospiro di sollievo e si mettono in marcia verso la prossima location: i tetti che sovrastano Clerville, ossia Milano, dall’alto di piazza Missori.
Il set è fantastico: sulla terrazza della cupola di Palazzo Meroni, con la Torre Velasca accanto e una meravigliosa vista sui tetti urbani, è posizionato uno di quegli aggeggi tecnologici rétro che fanno la gioia degli appassionati di fumetti: un registratore a bobine collegato a un microfono direzionale. E qui ho il piacere di vedere per la prima volta Diabolik in tuta da lavoro. La scena prevede che il Re del Terrore ascolti, con un paio di cuffie, una conversazione captata dal microfono e impressa sul nastro. In sé nulla di straordinario, ma per un amante dei fumetti, quale il sottoscritto, vedere uno dei personaggi più iconici del mondo dei comics prendere vita non ha prezzo. Inoltre la maschera – realizzata da Sergio Stivaletti, come tutte le altre maschere e protesi del film – è sinistra al punto da risultare inquietante.

Milano, 30 novembre 2019

È domenica. Oggi si gira un bel campo lungo in esterni, con le strade animate dal movimento di decine di comparse e auto d’epoca, con il traffico da fermare e i passanti da tenere lontani dal set. Che è l’intera piazza Missori. E piove, piove a dirotto. Bel guaio, anche perché, mi dicono, la scena (che prevede semplicemente la vista dell’Hotel Excelsior, ricostruito sulla facciata del Palazzo Meroni) è di raccordo tra altre due girate a Bologna in pieno sole. Io e Manuel siamo stati reclutati nella banda di quelli che dovranno deviare i pedoni. I Manetti, impavidi, riescono comunque a portare a casa le riprese, e sono proprio curioso di vedere, nel montato finale, come sarà risolto il problema pioggia.

Milano, 5 novembre 2019

Ultimo giorno milanese per la troupe. La tristezza della partenza del “circo Diabolik” è equilibrata dalla consapevolezza che si sta per girare la mia scena clou. Si ricomincia: vestizione, trucco no ma parrucco – ahimé – sì. Mi riposizionano sul cranio il toupée diaboliko che, mi fa notare la truccatrice, più che alla controfigura del Re del Terrore mi fa somigliare a Bela Lugosi nei panni di Dracula. Concordo pienamente. Mentre sono nei camerini sento una voce familiare: è arrivato Valerio Mastandrea. Mi gusto la sua trasformazione in Ginko in diretta, con tutto il corollario di battute che l’attore snocciola. Un bel momento che viene interrotto allorché mi si richiama all’ordine: sono atteso sul set.
Stavolta siamo in largo Mattioli, accanto a piazza della Scala, che nel film sarà “via della Cascata”. La scena segue quella che abbiamo girato qualche giorno prima: dopo essere schizzati all’inseguimento di Diabolik, riusciamo a raggiungerlo, ma, con uno dei suoi trucchi, la Jaguar rilascia una nuvola di gas velenoso (nella realtà, ovviamente, ghiaccio secco) che ci stronca all’istante.
L’autista del team Borgese è cambiato, ma il divertimento è lo stesso. In più stavolta ho la battuta da dire e devo morire tra le convulsioni. La scena è tutta in movimento e Antonio è posizionato con la macchina da presa sui sedili posteriori: per quei due/tre secondi, se non sarò tagliato, di me si vedrà solo la nuca con quei capelli posticci. Meglio così. La scena presenta qualche problema: il sottoscritto (che manda a monte il primo ciak con grande disappunto di Antonio) e il fatto che l’autista deve accasciarsi sul volante e far finire fuori strada il mezzo senza perderne il controllo. La scena viene ripetuta più volte. Io, nel mio piccolo, cerco ogni volta di schiattare sempre meglio finché penso: «Ora ce l’ho: alla prossima ’sta morte la faccio da Oscar». Ed è lì che Antonio dice: «L’ultima era buona, passiamo alla prossima scena», privandomi della possibilità di un improbabile riscatto attoriale.
Scendo dall’auto abbacchiato per non essermela giocata bene come avrei voluto e vedo Marco, che ha seguito il tutto dal monitor, venire verso di noi con la troupe al seguito: «Signore e signori… Daniele Magni!». A seguire, un applauso scrosciante. Inizialmente mi sento preso in giro, poi mi spiegano dell’usanza, sul set, di applaudire chi ha finito la sua parte.
Non mi resta che dirigermi al catering per approfittare di un ricco buffet dove tutto è freddo, perché preparato per mezzanotte e ora sono le due. Con il mio compagno di dipartita in divisa mi godo quegli ultimi momenti in seno alla famiglia dei Manetti.
Fuor di retorica, è davvero una grande famiglia, quella che si crea quando si gira un film. A maggior ragione si può definire tale la troupe dei Bros., collaboratori fissi con cui loro hanno un sincero rapporto di amicizia. Antonio e Marco ridono e scherzano. Io un po’ li invidio, perché loro andranno avanti in questa avventura che per me finisce qui, con un taxi che mi riporta malinconicamente a Lambrate. E che mi chiederà pure il supplemento per la tariffa notturna.

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