Alle radici della fiaba

Alex Voglino
Lune d’Acciaio – I miti della fantascienza n. 9/2015
Alle radici della fiaba

Il trattare in modo quanto più possibile esauriente (sia pure nei limiti di spazio imposti) l’argomento che costituisce l’oggetto di questo breve saggio presuppone di rispondere anzitutto ad almeno due essenziali domande preliminari: cosa s’intende per letteratura fantastica? Cos’è una fiaba? Per quanto attiene al primo dei due quesiti, se ci si volesse strettamente attenere al contenuto etimologico dell’espressione (vale a dire tutto quanto non rappresenta letteratura mimetica, cioè d’imitazione pedissequa del mondo sensibile), ci si troverebbe di fronte a una materia sterminata, estesa dai primi testi religiosi d’Oriente e Occidente fino a opere letterarie moderne, quali Il Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien o la saga di Harry Potter. Ora, per capirci davvero, occorre prendere le cose alla lontana, partendo da una prospettiva d’ordine generale. Si può dire che all’Uomo appartengano due essenziali tipi di letteratura, una letteratura del Sacro e una letteratura del profano, e che la prima cessi di essere intesa come tale e diventi letteratura fantastica attraverso un ben individuabile processo, distinto in due grandi momenti.

Con la rivoluzione cristiana e la riduzione della Storia a una dimensione soteriologica, abbinata all’idea (e all’ideale) di un’unicità confessionale, la letteratura del Sacro opera il suo primo travestimento, occultando dietro simboli narrativi e uno smalto superficiale di riferimenti cristiani i propri segreti esoterici, che sono di per sé del tutto areligiosi.

In un secondo momento – grazie al riuscito tentativo della cultura laica di ridurre al profano l’essenza della realtà – la letteratura fantastica diventa definitivamente tale, cioè sinonimo di fola ed eccentricità.

Sia ben chiaro: letteratura del Sacro e del profano hanno praticamente convissuto sempre, anche nei tempi antichi, ove la seconda andava a costituire le cosiddette storie false (basti pensare al noto esempio citato da Eliade nel suo Trattato di Storia delle Religioni, in merito alle storie di Coyote presso i Pawnee) e detta divisione resta sostanzialmente vera anche nel contesto di quell’insieme che viene definito, spesso sommariamente, letteratura fantastica.

Nella sua essenziale continuità, comunque, la letteratura del Sacro ha assunto forme molteplici, di cui, ben inteso, la fiaba non è che una fra molte. Sarebbe, anzi, opportuno distinguere la tradizione culturale di tipo mediterraneo da quella dei popoli germanici, scandinavi e di area celtica, specie per il diverso impatto che il cristianesimo ebbe sull’una e sulle altre.

Nell’ambito mediterraneo, infatti, ben prima della venuta di Cristo la civiltà greco-romana conobbe quel processo di allontanamento dall’esperienza del Sacro e dalle fonti dell’autentica conoscenza che, sul piano della comunicazione, si traduce in un allontanamento progressivo dalla mitologia, in direzione della “letteratura”. All’impatto con la religiosità cristiana, il mondo greco-romano si presentò, dunque, con un sostanziale vuoto metafisico, al di là delle forme, e la fede nel Nuovo Dio andò a colmare spazi vacanti senza doversi scontrare con radicate e soprattutto vissute concezioni sacrali alternative.

In parole povere, il paganesimo fu liquidato perché era già un cadavere imbalsamato. Il suo posto fu preso da una religione che – rinnegando, sulla scorta del progetto biblico, la concezione arcaica del Tempo, inteso come insieme ciclico e distinto su basi qualitative in tempo sacro e tempo profano – tramite l’incarnazione del Verbo, fece della Storia (divenuta espressione di un tempo banalmente lineare) la sede della salvezza, relegando il sovrasensibile in una dimensione fideistica e intellettualizzante assieme e negando, in nome dell’unicità e personalizzazione del suo Dio, la presenza operante e reale delle “potenze” nel mondo sensibile: cancellando d’un colpo le ierofanie, le manifestazioni del Sacro, che avevano reso per decine di millenni il mondo un luogo incantato e nello stesso tempo pullulante di faglie aperte sull’Assoluto (a cominciare dai luoghi sacri e dalle linee di potenza).

Ben diverso si presenta il quadro per quanto concerne le altre civiltà cui facevamo riferimento.

Esse infatti si differenziano radicalmente da quella mediterranea per un motivo essenziale, ricco d’implicazioni: l’aver mantenuto vive, sino all’incontro col cristianesimo e oltre, una religiosità e una tradizione pagane, misteriche, universalistiche, cosmocentriche, assolutamente viventi.

Ciò fece sì che la tradizione letteraria del Sacro rimanesse anonima e orale per almeno cinque secoli dopo la venuta di Cristo (e difficilmente si potrebbe pensare a una prova più inequivocabile dell’ortodossia tradizionale di questi popoli) e che essa sopravvivesse poi, a partire dall’anno Mille, sotto la specie dell’Epica, della Saga o della narrazione mitologica. Sotto tali forme queste fondamentali civiltà tramandarono il proprio patrimonio sacro e sapienziale, almeno sino ai primi del 1400, data dopo la quale esso venne sostanzialmente meno, sino alla riscoperta che ne fecero alcuni letterati anglosassoni alla fine dell’Ottocento. Se essa avvenne sotto l’egida di una nuova illuminazione o di tentazioni decadentistiche, è un argomento che purtroppo esula da questo studio.

Ciò che conta, invece, è che quei cinque secoli di vuoto apparente furono in realtà colmati da quello che chiamiamo fiaba.

Cos’è, dunque, una fiaba?

Sottolinea giustamente Dolfini nella sua introduzione alle Fiabe dei fratelli Grimm (Mondadori, 1981) come di essa esistano concezioni disparate e interpretazioni talora addirittura contraddittorie, come dimostrato dalla stessa linguistica ove, senza la connotazione qualificativa (fairy tale in inglese, conte de fées in francese, eccetera), lo stesso termine che la definisce è altamente generico.

Non bisogna tuttavia dimenticare che la fiaba, come tutto il resto, dovette passare sotto le forche caudine della miopia illuminista, laddove perse i propri connotati essenziali e venne gravemente travisata.

Il primo (e il più grave) di questi travisamenti fu quello tipicamente razionalistico, che voleva per forza vedere nella fiaba, come connotato positivo, la latrice di una “morale”, destinata a illustrare la validità di verità vecchie e nuove, astratte almeno quanto banali. L’impostazione illuministica riuscì a gettare tale e tanta confusione in questo campo che non solo, come correttamente nota Delfini nella citata introduzione, «raramente la fiaba apparve in sé e per sé, e fu sempre variamente assimilata o confusa con la notizia storica curiosa, col gioco di fantasia, con l’apologo», ma addirittura la linguistica stessa ne fu, come detto, influenzata.

Occorre allora domandarsi – visto di sfuggita tutto ciò che la fiaba non è – cosa in definitiva essa sia, quale ne sia, per così dire, l’essenza.

Ciò era per la verità già abbondantemente chiaro ai fratelli Grimm (e non c’è da stupirsene, dato che essi erano anche e soprattutto studiosi e filologi di fama dell’Epica medievale e della Saga), i quali ritenevano che la fiaba fosse non solo l’espressione di «un gusto del tutto remoto dal quotidiano», ma soprattutto che incarnasse la figura di un mondo giusto e coerente; fosse esempio e modello etico. L’insegnamento (ma sub specie di archetipo, per non ricadere nella trappola della «morale») è allora correttamente pensato come connaturale alla fiaba, conseguenza del tutto ovvia dell’integrità del suo disegno.

Mi pare sintomatico che – dopo decenni di ubriacatura intellettualistica, culminata nelle ipotesi strutturalistiche di Lévy-Strauss, nel confuso totemismo/rito psichico del sovietico Propp, nelle istanze riduttivistiche di un Todorov – la Storia delle Religioni (che della fiaba nel contesto del Mito è senz’altro la scienza che s’è occupata più seriamente) sia riapprodata sostanzialmente alle tesi dei Grimm, prima con Eliade e poi con Jan de Vries. Per essi la fiaba rappresenta sì un gradino inferiore rispetto all’Epica Eroica, in termini d’illuminazione nella comprensione del Sacro e nella fruizione dei simboli, ma senza che tutto ciò vada a creare alcuna soluzione di continuità, laddove, al contrario, pur in forme lunari e popolarizzate, la letteratura del Sacro ha potuto solo grazie a essa superare i secoli di vuoto che separano le ultime saghe dalla prima fantasy.

Ciò appare in particolar modo evidente nel corpus separato e integro della fiaba celtica, mentre richiede un paziente lavoro di «distinguo» allorquando ci si avventura nel mare magnum delle grandi raccolte di fiabe, autentiche miscellanee di materiale raccolto direttamente e di collezioni precedenti, spesso molteplici e addirittura appartenenti a tradizioni diverse, per non dire eterogenee. Un limite, questo, cui non sfugge neppure la fondamentale raccolta dei Grimm, che a narrazioni desunte dalla viva voce dei cantastorie (come la notissima Dorothea Viehman, guarda caso analfabeta) mescola novelle ereditate or qua or là, spaziando dal Pentamerone del Basile ai Contes di Perrault.

Andando invece a scavare nel mondo degli sgeal, le autentiche fiabe celtiche, sarà possibile ritrovare nella sua integrità l’impianto tradizionale della vera fiaba, caratterizzato non solo dalla ricchezza dei suoi riferimenti mitologici (solo a volersi dilungare sul Piccolo Popolo ci vorrebbe un intero volume), ma soprattutto dal suo essere fondata su certezze.

Nella fiaba celtica, infatti, il materiale grezzo cui la storia attinge non è costituito tanto, o solo, da orecchiamenti tradizionali, quanto da autentiche convinzioni, accettate e vissute serenamente nel quotidiano. La «seconda vista», tanto per fare un esempio, è una realtà perfettamente accettata tanto dal creatore quanto dal fruitore di fiabe, poiché per entrambi la Tradizione è costantemente rinnovata dalla esperienza, condivisa attraverso la comunità, se non diretta. L’invisibile e il miracoloso sono parte integrante della vita reale.

La fiaba, dunque, o, meglio, quanto di essenziale è possibile individuare in essa, costituisce l’indispensabile trait d’union fra Epica Eroica e moderna letteratura fantastica, ciò che legittima il ricercare in quest’ultima tracce d’una rinnovata continuità della letteratura del Sacro e che ne è perciò modello e misura, oltreché indispensabile parametro di legittimità, o, se preferite, di valore.

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