Ernst Jünger: «Maxima minima»

Andrea Scarabelli
L’altra faccia della moneta – Per una filosofia della sovranità politica e finanziaria n. 4/2013
Ernst Jünger: «Maxima minima»

Ci troviamo in un interregno, in uno Zwischenreich, scriveva Nietzsche alla vigilia di quel secolo travagliato che ci siamo, da poco più di un decennio, lasciati alle spalle. Un momento storico nel quale i vecchi valori hanno subito una svalutazione ed i nuovi ancora indugiano a manifestarsi; i suoi tratti, spesso deformati da un’accelerazione sempre crescente, lasciano intravedere nuovi ordinamenti. È un momento nel quale abbondano certo gli strilloni del presente ma anche passatismi che paralizzano l’azione e progressismi semiautistici, che proiettano la soddisfazione della ansie del presente in un futuro sempre più lontano, secolarizzando il progetto millenaristico giudaico-cristiano. La tecnica, la scienza, il progresso non sono del tutto soddisfacenti? Nessun problema: domani – o al massimo dopodomani – tutto si risolverà. Così il culto dell’utopia, legato ad una concezione materializzata del Paradiso terrestre, si sposa con la modernità. Una stagione di Titani, scriveva Jünger negli anni Trenta nel suo Operaio.

Per orientarsi, occorre affidarsi a sistemi di riferimento diversi da quelli moderni, i quali non fanno che radicarsi nella crisi, impedendo una fuoriuscita da essa. Tra i manualetti per sopravvivere alle insidie di questo nostro tempo, non possiamo non menzionare Maxima minima, raccolta di pensieri di Ernst Jünger finalmente resa disponibile in lingua italiana, nella traduzione di Alessandra Iadicicco, per i tipi dell’editore Guanda, storico promotore dell’opera dello scrittore tedesco. Gli argomenti qui trattati si pongono in diretta linea di continuità con le tesi de L’operaio, trattandosi di un commento alla stessa opera, composto a distanza di più di trent’anni. È un bilancio, ma anche un’integrazione. Le vicende dell’operaio vengono ora proiettate in una cornice che ci riguarda più da presso.

Per chi voglia sbrogliare la matassa dell’attualità, insomma, il libro è della massima utilità. Jünger ci propone di adottare “uno sguardo adatto alla luce crepuscolare” (p. 9), che è quella del nostro tempo. Viviamo alla fine di un’epoca storica, scrive, e siamo destinati a vedere gli elementi che reggevano il nostro passato crollare ad uno ad uno. Ma ciò, senza indulgere a pessimismi di sorta, in quanto, come scrive poco dopo, “il tramonto altrove è un’alba” (ibidem). Questo “altrove” è, per il momento, solo indovinabile – purtuttavia, la consapevolezza della sua esistenza già non è poco, per chi si trovi a vivere nella modernità. Le forme dei tempi che corrono altro non sono che il prologo ad una nuova fase. Per comprenderne la portata, occorre però ragionare in termini assai differenti rispetto a quelli che costituiscono la valuta corrente del nostro tempo. Dinnanzi al materialismo tiranneggiante, è invece bene riflettere sul “primato dei cambiamenti spirituali su quelli tecnici, di quelli tecnici su quelli politici, di quelli politici su quelli strategici” (ibidem). Jünger fornisce una chiave di lettura efficace ed onnicomprensiva. Nella inamovibile certezza che ad aprire e chiudere le ere storiche non sono fattori di ordine materiale ma anzitutto spirituale.

Il sottotitolo del libro è Note sul Lavoratore: esso nasce come una raccolta di appunti atti ad integrare le tesi del suo lavoro degli anni Trenta. In esso, lo scrittore tedesco aveva salutato l’avvento dell’operaio come una fuoriuscita dalla crisi della modernità. Formatasi attraverso le battaglie dei materiali della Grande Guerra e nelle acciaierie, nelle quali domina l’elementare scatenato, questa figura è in grado di adottare nei confronti dell’esistenza un atteggiamento impersonale ed eroico, in senso superiore, realizzando la persona assoluta, come ebbe a scrivere Julius Evola. Il XX secolo ha visto l’esplosione dell’elemento in tutta la sua furia: il borghese, protagonista di quello precedente, non è nemmeno in grado di intenderne la portata. Spetta all’operaio assumere il controllo, permettendo il transito da quell’epoca provvisoria che stiamo vivendo – i cui tratti sono il museo e l’officina – ad una nuova, nella quale la tecnica avrà raggiunto una sua propria stabilità, facendosi latrice di spiritualità.

Ebbene, a distanza di tre decenni è ancora l’operaio quella figura cosmica in qualche modo deputata ad aprire la nuova epoca che bussa alle porte: egli “come Anteo, è figlio della terra; il suo ingresso è accompagnato da scosse che vanno considerate tettoniche. La notte che precede la sua aurora è accompagna da fuochi di fusione” (p. 27). Si tratta della prima personalità il cui sguardo mira al pianeta intero. Mentre il borghese ragiona per divisioni, la tensione dell’operaio è planetaria; egli supera le divisioni nazionali per imporre il proprio dominio al globo: “La terra suddivisa gli è ostile come una veste sintetica che costringa il corpo” (ibidem). Sfugge a qualsiasi catalogazione di tipo storico, transitando “non solo attraverso gli individui, ma anche attraverso le nazioni, trasformandole fino in fondo” (p. 52).

La raccolta di pensieri contiene anche tutta una serie di riflessioni sulla tecnica, su cui Jünger sempre ebbe a riflettere. Essa, la divisa dell’operaio, “è il linguaggio mondiale” (p. 100), il minimo comun denominatore dei nuovi poteri che vanno affermandosi qua e là, la cui differenza tradisce un’unità fondamentale, una singolare epperò significativa comunione d’intenti. Come l’operaio, prima di essere il rappresentante di una classe sociale o di uno Stato, è una categoria dello spirito, lo stesso dicasi per la sua creatura: “Lo scopo della tecnica è la spiritualizzazione della terra” (p. 90). Essa si pone in una certa linea di continuità con il precedente ordinamento ma, nelle mani del suo detentore, acquisisce una portata ed una potenza rivoluzionarie: “Dapprima si avvale degli arnesi e delle armi ereditati, ma poi li trasforma. Il suo territorio è la terra, il suo biglietto da visita la padronanza di mezzi specifici tramite una potenza spirituale” (p. 94). L’essenza della tecnica dunque non risiede nella mera produzione di macchine ma affonda le sue radici in una concezione metafisica della storia.

Tecnica, globalizzazione, operaio, spiritualizzazione. Nella congiunzione di detti termini va annunciandosi una forza atta a scardinare l’antica visione del mondo occidentale per inaugurarne una nuova. Certo, la sua irruzione comporta una perdita irrisarcibile, avvertita drammaticamente dagli ordinamenti esistenti; tuttavia, laddove lo sguardo si faccia più ampio, risulta evidente che nell’economia generale tutto si tiene: “L’evanescenza del nomos, che osserviamo ovunque sul pianeta, non ricade puramente nel calcolo delle perdite. Il nuovo capitolo esige un foglio bianco” (p. 109). L’avvento della nuova era esige sia fatta tabula rasa di quella precedente, i cui valori devono colare a picco. Assieme ai confini tra Stati, viene anche a cadere la dicotomia tra le classi sociali, propria ad una visione di tipo ottocentesco e di fattura eminentemente borghese: “I segni distintivi del rango e della classe sociale possono a malapena essere ancora esibiti tra gli aspetti museali; la loro vista evoca uno stato d’animo da mercoledì delle ceneri. Sul mondo viene gettata una tuta mimetica, una cortina anonima, dietro cui si prepara una nuova entrata in scena” (p. 55). Non occorre vedere in questo crollo una perdita – esso preparerà il mondo nuovo.

Tuttavia – e questo è un tratto assai significativo – secondo lo scrittore il nostro presente non fa semplicemente da cerniera tra due secoli ma annuncia il trapasso della storia nella metastoria. La velocità dei cambiamenti del presente fa intravedere il loro radicarsi in una dimensione che non è più temporale e, forse, nemmeno umana: “Al di sotto dei travestimenti storici entrano in campo le potenze dell’essere” (p. 25). È all’interno di detta cornice che occorre analizzare i vari fenomeni di transizione che ci caratterizzano: “Decisione, lotta per l’egemonia, epoca della lotta tra gli Stati – tutto questo non è il senso; sono le doglie con cui la terra chiude una delle sue grandi fasi metastoriche per iniziarne un’altra” (pp. 92-93). Lo sguardo jüngeriano slitta dalla Weltgeschichte, dalla storia del mondo, alla Erdegeschichte, della terra. La prima non è che un capitolo tra i tanti della seconda apertosi con Erodoto, scrisse in Al muro del tempo negli anni Cinquanta, e ora giunto al suo ultimo atto. La terra è, dunque, il fondo inalienabile della storia umana. Lo scenario delineato è il seguente: sebbene l’uomo moderno ne sia scarsamente consapevole, la storia mondiale si articola nella continua intersezione tra “piani”. Ad ogni movimento della storia, scrive Jünger, le forze telluriche e ctonie della terra rispondono. Purtuttavia, la fase che noi stiamo vivendo dispone di una peculiarità assoluta rispetto alle altre: “Quando l’antica Gea prende a muoversi da sé (…), si muove ben più in profondità degli strati su cui prosperano lo Stato e la società, più giù ancora delle cripte e delle cantine” (p. 57). La forza di cui si è fatto portatore l’operaio trascende insomma la storia. Prodotto della modernità, questa figura al contempo la supera, conducendo ad una nuova dedizione verso la Terra. Ciò di cui abbiamo bisogno è un nuovo senso della Terra, scriveva Friederich Georg Jünger negli anni Settanta sulla rivista di scienze simboliche e tradizionali Antaios, diretta dal fratello Ernst insieme a Mircea Eliade (fu proprio in quella sede che apparve la prima parte di Maxima Minima). Regolare i propri orologi sulle ciclicità cosmiche o tramontare, scriveva Convertirsi ad essa o tramontare, scriveva Jünger negli anni Trenta – ecco che cosa risarcirà l’uomo moderno dalla perdita del nomos di cui sopra.

È un bilancio critico, il quale si chiude con un appello alla speranza. Occorre inquadrare il nostro tempo come una discesa, la quale però si concluderà in una fase nuova, in cui saranno ancora i simboli ad orientare il reale, la metastoria a regolare la storia, il più che umano (Simmel) a guidare l’umano. “Mentre le potenze storiche si esauriscono, perfino laddove abbiano costituito degli imperi, cresce su scala mondiale la potenza dinamica – non solo in maniera rozzamente plutonica, ma anche tramite un inaudito affinamento delle materie prime e degli ingranaggi dell’apparato tecnico. Su un palcoscenico enorme le perdite sono ancora più evidenti delle conquiste. «Al muro del tempo» si confondono diritti e confini; al loro posto subentrano dolore e speranza: anche il mondo dell’operaio sarà per l’uomo un paese natio” (p. 110). Così si conclude il prezioso saggio jüngeriano. Gli sconvolgimenti del nostro presente possono essere affrontati ed inquadrati solo laddove si sia capaci di adottare un punto di vista che superi la storia, la materia e l’uomo. In caso contrario, la deriva del nostro presente continuerà inarrestabilmente. Ernst Jünger, Maxima minima. Annotazioni su L’operaio, traduzione e postfazione di A. Iadicicco, Guanda, Parma 2012, pp. 123, € 12,00.

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