"L’umanoide". Le nostr(an)e guerre stellari

Filippo Mazzarella
Aldo Lado n. 9/2019

Sgombriamo il campo con una premessa, doverosa e (abbastanza) sintetica. Nella breve storia del cinema di fantascienza italiano, genere poco frequentato dai nostri cineasti per evidenti limiti intrinseci (culturali, tecnologici e soprattutto economici), i titoli di sci-fi “pura” (nel senso di space opera) sono pochissimi. Se nel 1958 La morte viene dallo spazio di Paolo Heusch sembra aprire un filone, per la quasi totalità del decennio successivo la bandiera viene tenuta alta dal solo Antonio Margheriti, che con Space Men (1960), il non meno affascinante Il pianeta degli uomini spenti (1961) e il sorprendente tour de force della “quadrilogia Gamma Uno” (1965) si impone come l’unico vero autore di genere (nonché esperto di effetti speciali) che abbiamo mai avuto. Certo, sempre del 1965 è anche il capolavoro di Mario Bava Terrore nello spazio, indicato esplicitamente da Ridley Scott come uno dei modelli ispiratori del celeberrimo Alien (1979). Ma ci si ferma lì. Con il Sessantotto in dirittura d’arrivo, infatti – se si eccettua …4…3…2…1… morte di Primo Zeglio (1967) – il genere prende una piega politico/sociologica (anticipata dalle prove generali di Omicron di Gregoretti [1963] e La decima vittima di Petri [1965]) che vedrà registi più o meno “impegnati” (Faenza, il primo Brass, Farina, Greco, Ferreri e perfino Salce) cimentarsi in opere dai presupposti fantascientifici, ma dall’anima più vicina alla satira o al pamphlet. Perché il cinema italiano “verace” si riavvicini alla sci-fi ci vorrà il successo planetario di Guerre stellari del 1977: il trionfo di Lucas riporterà dapprima in sala nel 1978 Il pianeta degli uomini spenti (sciaguratamente rititolato Guerre planetari); poi, da una parte darà la stura ai no budget di Al Maker alias Alfonso Brescia e dall’altra rappresenterà per il giovane Lewis Coates alias Luigi Cozzi l’opportunità di racimolare il budget per il suo cultissimo Scontri stellari oltre la terza dimensione (1978) che, malgrado sia rubricato dai più a epigono, affonda tutte le sue radici in tradizioni ed estetiche precedenti (Barbarella, i serial di Flash Gordon, i fantasy con le creature di Ray Harryhausen). E poi arriva L’umanoide: un gesto-cinema già probabilmente irripetibile nel momento stesso della sua preconfigurazione. Se il progetto di Cozzi nasceva sfruttando la popolarità di Guerre stellari ma senza la volontà di porsi come puro copycat, il film che Aldo Lado firma come George B. Lewis (una fusione tra Lucas e il nickname di Cozzi? Può essere. Sulla B. puntata, però, si accettano scommesse) a Guerre stellari vuole invece guardare senza alcun pudore (benché non manchino richiami anche sostanziosi al mito di Frankenstein e a Il Golem [1915]), pur sapendo di poter costituire solo un unicum e non ovviamente l’impossibile inizio di un filone sci-fi italico ad alto budget (costò tre milioni e mezzo di dollari). Non tanto per il soggetto (scritto da Adriano Bolzoni, alla sua unica incursione nel genere dopo una lunga militanza nello spaghetti western), quanto per la sua resa estetica: perché dopo un lunghissimo crawl di apertura identico a quello di Lucas (4 minuti di orologio su musiche elettroniche – con citazione dell’Inno alla Gioia di Beethoven – del maestro Ennio Morricone, per sciorinare uno dopo l’altro prima i bei nomi coinvolti nel progetto e poi il tradizionale antefatto a preparare l’azione) veniamo introdotti al futuro imprecisato del pianeta Metropolis della galassia di Eraklon; al terribile lord Graal (Ivan Rassimov), sorta di sosia di Darth Vader che viaggia su uno star destroyer triangolare di evidente matrice “imperiale”; ai suoi stormtroopers (dalle uniformi nere anziché bianche); a un territorio in tutto simile al desertico Tatooine dove la dottoressa Barbara Gibson (Corinne Cléry), che viaggia su un landspeeder flottante uguale al mezzo del giovane Luke, si nasconde con il giovanissimo simil-jedi orientale Tom Tom (Marco Yeh); al parimenti malvagio alleato di Graal, Kraspin (Arthur Kennedy), che ha giurato vendetta alla Gibson per averlo fatto imprigionare a causa dei suoi esperimenti antietici. Kraspin ha infatti sviluppato una tecnica basata sul Kappatron, elemento che può trasformare gli esseri umani in macchine indistruttibili e plagiabili con cui creare un esercito in grado di detronizzare il sovrano di Metropolis noto come Grande Fratello (Massimo Serato), effettivamente fratello di Graal, e mettere a dura prova la «democrazia galattica». Ma a far fallire i suoi piani sarà l’imponente Golob (Richard Kiel), un affabile spaziopilota simil-Han Solo extralarge in viaggio con il suo fedele compagno “droide” Kip (un R2-D2 declinato in forme canine), che dopo essere stato trasformato in “umanoide” da un missile al Kappatron si schiererà dalla parte dei buoni, di cui fa parte anche il capitano Nick (Leonard Mann, che ai tempi poteva essere pure lui una sorta di ribalda controparte di Han Solo, ma oggi somiglia più a un Poe Dameron ante litteram). Della partita è anche la perfida, sanguinaria e immortale Lady Agatha (Barbara Bach), che al pari di una Erzsébeth Bathory scanna giovinette per rimanere giovane; ma anche due arcieri-fantasma armati di frecce laser (una bella idea che mi colpì molto quando lo vidi al cinema per la prima volta il 12 aprile del 1979, il secondo giorgio di programmazione italiana) che non richiamano alcun tòpos starwarsiano. Lado dirige tutto con professionalità e pulizia, ma forse poco cuore. Della storia produttiva di L’umanoide, però, è meglio non sapere (o fingere di) assolutamente nulla: perché a volte è meglio così, è giusto e doveroso che a parlare sia solo il testo. Come Lado, reduce da ben altri set, temi e atmosfere, sia finito alle redini di un quasi-kolossal sci-fi non è poi così importante; così come è bello che aleggi il mistero sul casting iper-scult (il gigante Kiel era notissimo in Italia per aver interpretato “Squalo” in La spia che mi amava [1977] e Moonraker [1979], i due film di 007 “adiacenti” in cui figuravano come Bond-girl rispettivamente la Bach e la Cléry) e che l’assemblaggio del comparto tecnico-artistico assuma invece un’aura di miracoloso. Fotografia di Silvano Ippoliti, costumi di Luca Sabatelli, montaggio di Mario Morra, musiche di Ennio Morricone, scenografie di Enzo Bulgarelli e Giacomo Calò Carducci, regia della seconda unità di Enzo G. Castellari, effetti speciali di Armando Valcauda (supervisionati dal “solito” Margheriti), make-up di Giannetto De Rossi (wow): tutti nomi che (non solo) i fan del cinema B conoscono bene. Visto oggi intrattiene, intenerisce e un po’ fa riflettere. Soprattutto sul fatto che tra i tanti exploit della carriera di Lado, unico anche in questo, ci sia stato anche l’epicedio definitivo a un genere purtroppo mai davvero amato dal nostro mercato.

 

 

CAST & CREDITS

Regia: Aldo Lado (come George B. Lewis); soggetto: Adriano Bolzoni; sceneggiatura: Aldo Lado, Adriano Bolzoni; fotografia: Silvano Ippoliti; scenografia: Enzo Bulgarelli; costumi: Luca Sabatelli; montaggio: Mario Morra; musiche: Ennio Morricone; interpreti: Richard Kiel (Golob), Corinne Cléry (Barbara Gibson, come Corinne Clery), Leonard Mann (Nick), Barbara Bach (Lady Agatha), Ivan Rassimov (Lord Graal), Massimo Serato (Grande Fratello), Arthur Kennedy (dottor Kraspin); produzione: Merope; origine: Italia, 1979; durata: 98’; home video: dvd 01 Distribuzione, Blu-ray inedito; colonna sonora: Dagored.

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