"Il Notturno di Chopin". Nel fegato dell’inferno

Aldo Lado n. 9/2019

È stato il compianto Andrea G. Pinketts ad avere avuto il coraggio di dire che Il Notturno di Chopin, ultima regia di Aldo Lado, è un film poderoso, spaventoso e persino numinoso. Nel senso che l’angoscia che trasmette è la medesima proveniente da quelle stesse costellazioni che hanno allungato i propri influssi sulle maggiori opere di Lado. Pinketts, appunto, metteva Il Notturno di Chopin tra queste maggiori opere. Riflettendoci aveva ragione, come sempre. Del Notturno di Chopin noi – e intendo anche noi che ne siamo stati coinvolti, come produzione, come interpreti – vedevamo solo il fenomeno. Coglievamo il suo prodursi da cinema del sottosuolo, di trincea, sbilenco e traballante, spinoso e spigoloso. Pinketts aveva invece còlto il noumeno, che non è affatto uno scherzo né un giochino underground. Ma la storia, intanto. E si intenda la storia del progetto. Lado era partito immaginando l’odissea di una bambina rapita da un bruto che, durante la prigionia, regrediva a uno stadio ferino e primordiale. La segregazione come viaggio à rebours nella natura umana, in direzione dell’abisso e del caos. Ma la stesura originale era irrappresentabile, spingendo questo processo di decadenza fisica, oltre che psichica e morale, al di là di ciò che sarebbe stato possibile mettere in scena. Era troppo. Quindi, andò mitigando.

Con Fabio Carpi, Lado mise a punto uno script più di cervello e meno di visceri. Anche se non tutto ciò che faceva parte di quella prima natura è stato eliminato. Il film parte con quel tono realista, umile, quasi dimesso, che è comune in Lado. Un parco giochi nella monotonia pomeridiana. Jeux d’enfants, piccoli quadretti rubati, tra i quali un breve passaggio di Franca Gonella, ex attrice amica del regista, che a se stesso regala la macchietta di uomo idiosincrasico intento a leggere un giornale. In questa quiete routinaria, restituita in un lungo piano sequenza, piomba d’improvviso il rapace. Due bimbe stanno giocando, la palla finisce oltre una siepe, una delle piccole la segue e, in un attimo, una mano guantata le è sulla bocca. Buio. Actum est. Sofia Vercellin, la protagonista, si risveglia dentro quello che sembra un fegato. Un carcere dal colore vinaceo. Un luogo che si rivelerà corporeo, materico ma anche molto mentale. La concretezza astratta dello spazio che limita la vita della bambina, inghiottita dall’orco e ora intrappolata nelle sue interiora.

Pinketts trovava questa idea eccezionale e insopportabile, che la Vercellin, minuta e longilinea, si risvegliasse nella pancia aliena, circondata da pacchi di vecchi giornali e riviste, sedimenti akasici, tracce di un tempo che non è più. Con una sola piccola finestrella, lassù, in alto, ad aprirsi alla luce del mondo. E intanto l’orco si muove per la dimora: cucina, frigge uova, fa il caffé, suona il pezzo che dà il titolo al film, ma senza mai riuscire a finirlo: il suo coito musicale interrotto, la sua ossessione che si sgonfia prima dell’acme. Il mostro è interpretato da Lado stesso, ma ciò conta soltanto a livello di curiosità, come aneddotica. Del suonatore di Chopin non si vedrà mai la faccia: è un dio nero e sconosciuto del quale contano solo i movimenti rituali e banali, che rendono ancora più atroce la condizione di chi gli sta sotto. Sotto il suo scettro di potere e sotto i suoi piedi, imprigionati nel viscere della casa. Ma Il Notturno di Chopin è tutto visto e raccontato dalla parte della piccola vittima: è la sua prospettiva quella che conta e in vista della quale Lado ha strutturato la storia. Per lui è sempre l’angolo di incidenza di “chi sta sotto” quello più interessante. La storia dalla parte dei vinti.

Fin dal principio, è stato così. Fin da quando, nel suo primo film, sposò il punto di vista di un cadavere che cadavere non era. E in fondo, se si vanno a grattare gli archetipi, anche questa del Notturno è una storia che ha a che vedere con il Potere e con chi è costretto a soggiacere a esso, perché l’apologo principe di Lado è questo e per quanto assuma incarnazioni differenti, è un unico sperma che si fa di volta in volta un corpo differente, ma uguale. Pinketts vedeva nella disperata e impossibile lotta della piccola Sofia la somma e agghiacciante allucinazione del film. Perché sappiamo che da lì l’affusolata bambina vestita dello stesso colore dell’inferno dove è stata gettata e che, in qualche modo, l’ha inglobata, non potrà mai scampare. Perché, sì, quel fegato è già l’inferno, è già la tomba e l’oltretomba.

Il Notturno di Chopin sembra doversi leggere semplicemente, sembra formale, sembra essere ciò che sembra: la cronaca fredda di un rapimento che finirà tragicamente. Ma è un’operazione d’autore che quindi non può esaurire la propria carica in ciò che sembra. Un tema da portare alla luce è quello della separazione. Sofia è separata dal proprio mondo e in qualche modo anche da se stessa. Dalla sé che è stata fino a poco tempo prima. Una situazione da manuale nel cinema di Lado, da Gregory Moore in giù, cioè dall’uomo che non è più uomo e non è ancora cadavere. In effetti, anche Sofia non fa più parte dell’universo dei vivi senza essere ancora morta. Scomparsa ma non scomparsa. In questa sospensione limbica, fa quello che tutti i personaggi nelle sue condizioni fanno nei film del regista: esplora lo spazio alieno che la attornia, entra nei dettagli anche più insignificanti e procede in avanscoperta nel piccolo che può rivelare il grande. La mente, la memoria, i ricordi le sono alleati. Alleati inutili, ma pur sempre alleati. Nel fegato, Lado ha l’idea di ammassare pile di giornali e vecchie riviste che la prigioniera si mette a sfogliare. E trova, Sofia, una vecchia storia alla quale allineare la propria anima e la propria odissea. La metafora è semplice, lineare: un ponte su un fiume, uno stretto passaggio di ferro sopra acque turbinanti, l’altra riva, una corsa, la salvezza. Alla fine, Sofia la corre quella corsa e almeno la sua anima, forse, sarà libera.

Ma Lado, in questa specie di dissimulata summa in extremis del proprio cinema, celebra altre parti essenziali di se stesso, dell’ispirazione che è solo sua. Il grottesco, per esempio, prende forma in un funerale che la bambina osserva dalla finestrella del carcere e che si sviluppa in maniera talmente surreale da poter essere una visione causata dalla fame e dagli stenti. Il sottotesto è meno importante del piacere di scompigliare l’ordine del creato, come se Lado stesse girando la sua versione di un quadro di Bosch.

La fine è nota, perché già scritta dal principio. Lado è sempre onesto. Pinketts lo sapeva e per questo Il Notturno di Chopin gli pareva ancora più terribile per il modo in cui, fin dall’inizio, prometteva con un sacro giuramento, mantenuto, di non promettere assolutamente niente di buono.

 

CAST & CREDITS

Regia: Aldo Lado; soggetto: Aldo Lado; sceneggiatura: Aldo Lado; fotografia: Felice De Maria; scenografia: Alessandra Rapattoni; costumi: Alessandra Rapattoni; montaggio: Aldo Lado; interpreti: Sofia Vercellin (Alessia), Manlio Gomarasca (operaio), Bistecca (se stesso), Davide Pulici (prete al corteo funebre), Chiara Temperato (ragazza in bicicletta), Franca Gonella (donna con il cane), Mauro Gervasini (uomo al corteo funebre), Claudio Bartolini (uomo al corteo funebre), Ilaria Floreano (donna al corteo funebre), Roger Fratter (uomo al corteo funebre); produzione: Angera Films; origine: Italia, 2013; durata: 80’; home video: dvd CineKult, Blu-ray inedito; colonna sonora: inedita.

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