"Chi l’ha vista morire?". Venezia, o cara

Mauro Gervasini
Aldo Lado n. 9/2019

Da una sceneggiatura di Francesco Barilli («Scritta su misura per sé», sostiene Andrea Bruni1), poi rivisitata da Aldo Lado con Ruediger von Spies e attribuita anche a Massimo D’Avack, la cui firma era già stata in calce a Così dolce… così perversa di Umberto Lenzi (1969) e soprattutto all’ottimo Un detective di Romolo Guerrieri (1969), Chi l’ha vista morire? è uno dei migliori gialli degli anni Settanta, originale anche nella sua naturale derivazione argentiana. La storia è già di per sé audace essendo le vittime del misterioso assassino bambine (dai capelli rossi), cosa piuttosto rara nel cinema italiano (benché sia coevo Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci, che ha uno spunto simile) e oggi, credo, inconcepibile. Vero è che i delitti dei minori sono tenuti fuori campo (il primo, nel prologo girato sulle nevi di Megève, in Francia, è però tutt’altro che allusivo, anzi molto sanguinario), tuttavia crea un’inquietudine inedita la morbosità dello sguardo omicida, in soggettiva appena disturbata da una veletta con pizzo nero che rimanda alla “femminilità” presunta del mostro ma anche, se vogliamo, a un’età – sempre presunta – anziana, tipo strega o visione gotica della “governante” cattiva.

Il film d’esordio di Lado, La corta notte delle bambole di vetro (1971), distribuito l’anno precedente, aveva incassato 123 milioni di lire, un risultato per l’epoca di tutto rispetto; così il produttore Enzo Doria aveva deciso di battere il ferro finché caldo con il medesimo regista scartando quindi l’ipotesi Barilli, che avrebbe dovuto attendere ancora un paio d’anni per esordire dietro la macchina da presa con l’altrettanto riuscito Il profumo della signora in nero (1974). Come già per La corta notte delle bambole di vetro, che faceva del quartiere praghese di Malastrana un’inesauribile fonte di sensazioni angoscianti, Lado sfrutta l’ambiente per evocare atmosfere misteriose. Questa volta gioca in casa perché Venezia è la sua città, la conosce palmo a palmo e non nega, nelle dichiarazioni rilasciate successivamente, di avere voluto ripercorrere, come seguendo il filo rosso della nostalgia, luoghi legati alla sua infanzia e adolescenza. Parla anzi apertamente di «ricordi». Il suo tributo alla città dei Dogi ha però in questo senso un precedente, essendo Lado autore del soggetto (oltre che assistente alla regia) di La vittima designata di Maurizio Lucidi (1971), altra pellicola che si snoda tra le calli. Era «una storia che ho sentito molto perché rappresentava un po’ il mio cordone ombelicale con Venezia. Volevo farne un giallo che fosse però anche molto misterioso; e che la città fosse parte di questo mistero». La vittima designata è un mio piccolo cult personale, ma devo dire che la sensazione di decadenza lagunare di Chi l’ha vista morire? non ha fino a quel momento paragoni e continuo a domandarmi se Nicolas Roeg non lo abbia visto e vi si sia ispirato per il suo più celebrato A Venezia… un dicembre rosso shocking (1973). Hitchcockianamente, ma credo più per questa sua appartenenza al contesto, Lado fa a un certo punto una comparsata. Circa a metà film, in una scena ambientata su un imbarcadero, George Lazenby e Anita Strindberg appena scesi dal vaporetto, lo si vede abbastanza chiaramente passare dietro le loro spalle, diretto chissà dove… E a proposito di luoghi veneziani, mi piace citare quello che ospita gli allenamenti di minibasket seguiti dal sacerdote, dove si reca Lazenby quando finalmente comincia a capire. Ebbene, si tratta della Scuola Grande della Misericordia, in Cannareggio, oggi salone/edificio super tutelato e sede di congressi e mostre di livello internazionale, ma fino a tutti gli anni Settanta palestra della Reyer (anche per i match di cartello: proprio qui, in trasferta, esordì Dan Peterson). Giocavano a pallacanestro tra i dipinti di Tintoretto e del Padovanino. Solo a Venezia…

Il film, quindi. Nel solco del giallo argentiano Chi l’ha vista morire? rispetta il canone: un bilanciamento inversamente proporzionale tra plausibilità della vicenda ed evocazione della suspense o, se volete, della messa in scena creativa degli omicidi, con la prima – la plausibilità narrativa – più labile (i risvolti del legame tra Adolfo Celi e il prete assassino Alessandro Haber in particolare sono assai poco credibili) e la seconda invece clamorosa. L’uccisione di Ginevra Storelli nel cinema di Strada Nova è un pezzo veramente da manuale. Mi piace però citare anche la fine calibrata del personaggio interpretato da José Quaglio, l’avvocato Bonaiuti, massacrato con un tagliacarte in una veranda domestica di fronte a una gabbia-gazebo piena di uccelli, i cui schiamazzi vanno a fondersi con l’incalzante colonna sonora di Ennio Morricone (sulla quale poi torniamo) dopo che, però, la macchina da presa ha fatto volteggiare la soggettiva del killer tra le stanze, fissata dalla vittima (appunto) designata. Davvero una bella sequenza, che conferma la bravura e il gusto di Lado già espressi nel suo primo film.

Il cast. Salta ovviamente all’occhio George Lazenby, già James Bond in Agente 007. Al servizio segreto di Sua Maestà (1969) e chiamato da Doria per aumentare l’appeal internazionale del prodotto. Fa il suo lavoro onestamente, anche se con il regista lega pochino; meglio invece la protagonista femminile Anita Strindberg, presenza abituale nei gialli dell’epoca, specie quelli realizzati dai fratelli Martino. Rende bene la fuggevole malinconia del personaggio. Loro figlia nella finzione, nonché seconda vittima dell’assassino (in verità terza, si scoprirà) è Nicoletta Elmi, che tornerà poco più grandicella a tormentare lucertole in Profondo rosso (anche se il suo ruolo più significativo resta quello in Il medaglione insanguinato di Massimo Dallamano [1975]).

Infine la musica. Riporto le parole di Andrea Bruni, dal dossier già citato, anche perché non ne saprei trovare di migliori per definire la magnifica partitura di Morricone: «Il maestro, per l’occasione, abbandona le cupe dissonanze e le asperità post-Berio per inventarsi una serie di ipnotiche, ossessive nenie per voci bianche. Fate conto: uno Zecchino d’oro diretto dal fantasma di Mariele Ventre con dietro le quinte un Mago Zurlì che al posto della bacchetta magica impugna una sparachiodi… E mentre una parte del piccolo coro inanella, fra puerili gorgheggi, il refrain “chiii l’ha vis-ta moooriiiire”, ecco partire un “Io, Io, Io” che ti lacera le carni».

 

Note

1 Bruni Andrea, Chi l’ha vista morire?, in Gomarasca Manlio (a cura di), Percorsi alternativi (controcorrente 2). Guida al cinema di Aldo Lado, Francesco Barilli, Romolo Guerrieri, Nocturno Dossier n. 30, gennaio 2005, pag. 21.

 

CAST & CREDITS

Regia: Aldo Lado; soggetto: Massimo D’Avack, Francesco Barilli; sceneggiatura: Massimo D’Avack, Francesco Barilli (con la collaborazione di Aldo Lado e Ruediger von Spies); fotografia: Franco Di Giacomo; scenografia: Gisella Longo, Alessandro Parenzo; costumi: Elisabetta Costantini; montaggio: Angelo Curi; musiche: Ennio Morricone; interpreti: George Lazenby (Franco Serpieri), Anita Strindberg (Elizabeth Serpieri), Adolfo Celi (Serafian), José Quaglio (avvocato Nicola Bonaiuti), Alessandro Haber (padre James), Nicoletta Elmi (Roberta Serpieri), Dominique Boschero (Ginevra Storelli), Peter Chatel (Filippo Venier), Rosemarie Lindt (Gabriella); produzione: Dieter Geissler Filmproduktion, Doria G. Film, Roas Produzioni; origine: Italia, Germania Ovest, 1972; durata: 95’; home video: dvd Surf Video, Blu-ray inedito; colonna sonora: Digitmovies.

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