Lisbona, Salazar, Eliade

Andrea Scarabelli
Il paradosso romeno – Eliade, Cioran e la «giovane generazione» n. 7/2014
Lisbona, Salazar, Eliade

Le nozze mistiche tra filosofia e politica sono sempre complicate, scrisse Franco Volpi: se molti furono, durante i primi decenni del Novecento, quegli intellettuali che scelsero di scommettere su talune realtà politiche, provando a orientarle in senso metastorico e “spirituale”, d’altro canto spesso e volentieri furono ignorati – se non addirittura emarginati – da quelle stesse realtà politiche nelle quali ebbero a credere. Monadi spirituali mai allineate, perennemente eterodosse, quintessenziate da un eterno dissenso che le escluse prima dai “libri paga” dei regimi e poi dagli scranni della cultura “alta” – derubricarli, come spesso è stato fatto, ad alfieri di quei politici da parte dei quali subirono diffide, scomuniche, finanche perquisizioni e più o meno tacite “messe al bando” è nella migliore delle ipotesi miopia storiografica, nella peggiore – spesso più frequente – banale malafede. La loro testimonianza esistenziale è invece il segno di una libertà intellettuale irrinunciabile e tantomeno ipotecabile dal Leviatano di turno, sia esso “dittatoriale” oppure “democratico”. È in un simile orizzonte che possiamo collocare il libro Salazar şi revoluţia în Portugalia di Mircea Eliade. Corredato da due saggi, firmati da Sorin Alexandrescu e Horia Corneliu Cicortaş, il libro vede per la prima volta la luce in edizione italiana, per i tipi di Bietti. Questo studio, leggiamo nell’introduzione, è nato da una domanda: «È possibile una rivoluzione spirituale, che abbia come protagonisti uomini che credono, anzitutto, nel primato dello spirituale? Il Portogallo di Salazar è forse l’unico Paese al mondo ad aver tentato di rispondere a simili domande». In realtà, Eliade si era già trovato di fronte ad altre convergenze di politica e spiritualità: la disobbedienza civile di Gandhi, dalle sfumature ascetiche, talune realtà cristiano-evangeliche anglosassoni e la Guardia di Ferro di Corneliu Zelea Codreanu – casi abbastanza trasversali, che dovrebbero prevenire giudizi affrettati. Nella narrazione di Eliade, Salazar ha come obiettivo la «reintegrazione della nazione portoghese nel proprio destino storico», la quale sottende «la necessità di conservare la fede cristiana, latina ed europea», attraverso l’educazione delle nuove generazioni tramite «una concezione maschile, militare e romana dell’esistenza: la passione calma di fare il proprio dovere, vivere verticalmente, accettare con serenità il proprio destino». Eppure, pochi mesi dopo la pubblicazione, ecco la presa di distanza: «A pochi libri ho lavorato con un senso di disgusto come quello che mi domina e mi sfinisce da quando ho iniziato Salazar e la controrivoluzione in Portogallo» (questo il titolo originariamente ipotizzato). Perché allora scriverlo? «Per servire il più possibile al mio Paese, per avere almeno l’illusione di stare compiendo il mio dovere in tempo di guerra». La notte del 29 maggio 1942, alle quattro e mezza del mattino, lo storico delle religioni conclude, stremato, lo studio, che consegna ad alcuni «Romeni di Rio», in partenza da Cais do Sodré: «Non riesco a credere che, finalmente, sono libero», annota. Verrà dato alle stampe a Bucarest e uscirà in autunno. L’autunno di un anno ma anche di una stagione storica. «Un ciclo si chiude», scrive Eliade. I macelli della Seconda Guerra Mondiale insanguineranno ogni profezia e vaticino. Mircea Eliade, Salazar e la rivoluzione in Portogallo, a cura di Horia Corneliu Cicortaş, postfazione di Sorin Alexandrescu, Edizioni Bietti, Milano 2013, pp. 314, € 24,00.

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