Eugène Ionesco e la «Cosa balcanica»

Giovanni Rotiroti
Il paradosso romeno – Eliade, Cioran e la «giovane generazione» n. 7/2014
Eugène Ionesco e la «Cosa balcanica»

Dopo l’avvento dei totalitarismi ideologici del “Secolo breve”, il teatro di Ionesco è stato il luogo della denuncia della mistificazione intellettuale, ma allo stesso tempo un’esperienza simbolica e una sperimentazione soggettiva della parola. Il sintomo dei Balcani è come una catastrofe naturale, un terremoto che esplode negli scenari più rassicuranti del sistema culturale dominante. A teatro, Ionesco ha mostrato come il «balcanismo» non fosse solamente radicato – attraverso la sua coordinata «tracia», «bogomila» e «legionaria» – nella spirale fantasmatica dei miti storici della Romania, ma si annidasse anche nel cuore stesso dell’Europa democratica. La Cantatrice chauve è ambientata in Inghilterra, ma può essere adattata «in Italia o in Turchia», suggerisce l’autore. Le radici del conflitto di civiltà non sono localizzabili solo nei Balcani ma nella stessa Europa, nella «Francia civilizzata», sua patria d’elezione, che nel dopoguerra si è lasciata sedurre e intossicare dalla tentazione dell’ideologia totalitaria comunista.

In tal senso, i Balcani non sono unicamente lo spazio senza tempo sul quale l’Occidente proietta il proprio contenuto fantasmatico rimosso – anzi, con l’opera di Ionesco si potrebbe dire esattamente il contrario. È a Parigi che – oltre lo specchio, cioè al di là o al di qua delle proiezioni occidentali sulla cornice dell’immaginario culturale dei Balcani – l’autore di origine romena allestisce sul palcoscenico il ritorno di tutto ciò che l’Europa, in maniera alquanto difensiva, ha proiettato sui Balcani. Le formazioni spettrali animano e attraversano inconsciamente tutto l’Occidente. La cifra immaginaria della «cultura dei Balcani», sedimentata nelle proprie rappresentazioni storiche e sociali, non si è lasciata completamente accerchiare dalla forza simbolica della parola. Vi è, nel teatro di Ionesco, come una rimanenza non del tutto simbolizzata, che preme costantemente verso la “Cosa balcanica”. Si tratta di una forza misteriosa e «assurda», che ha sempre la possibilità di tradursi e attualizzarsi nel fragore di una legge perversa. In netto contrasto con tutte le visioni improntate su un ideale generico di buon senso, lo scrittore fa emergere a teatro questa legge fuori-legge, quasi ne rispecchiasse la violenza originaria.

Elaborando il lutto infinito della generazione di «Criterion», di cui Eugen Ionesco faceva parte insieme a Mircea Eliade e a Emil Cioran agli inizi degli anni Trenta, l’autore parigino ha rivelato le proprie autentiche convinzioni sulla politica mettendo in scena lo sfondo fantasmatico del balcanismo a Parigi. Cos’è in fondo la pièce Rhinocéros se non il fantasma individuale di portata collettiva, quasi di massa, del totalitarismo politico e ideologico trasformatosi progressivamente in mito, racconto, opera teatrale?

Ionesco era partito per la Francia verso il 1938, insieme alla moglie, ufficialmente come borsista, per scrivere una tesi di dottorato su «Il peccato e la morte nella poesia francese dopo Baudelaire». Giunto nella capitale, invece di occuparsi della dotta ricerca, ingaggia apertamente una personale battaglia politica per opporsi, come Bérenger, all’infezione psichica della rinocerontite che ha contagiato alcuni prestigiosi componenti della “Giovane generazione”, ormai in preda al delirio rivoluzionario nel campo della destra nazionalista. L’autore spedisce alcuni articoli, pubblicati su «Viaţa românească» dal dicembre 1938 al giugno 1939, più un altro, datato febbraio 1940. Si tratta delle famose Scrisori din Paris.

Queste Lettere da Parigi sono un inno alla libertà, all’eguaglianza e a quella democrazia ormai seriamente minacciata dalla svolta dittatoriale e totalitaria impressa da Carol II alla vita politica in Romania. La Francia, che ai suoi occhi appare come un’isola di pace non ancora colonizzata dalla barbarie ideologica che ha progressivamente invaso e devastato quasi tutta l’Europa, sembra indicare invece la via privilegiata per il ritorno alla convivenza civile. Contro il comunismo imperialista sovietico e il legionarismo fondamentalista autoctono il firmatario delle Scrisori rivendica senza mezzi termini «il senso cattolico francese» e il primato «dello spirito, della libertà, della persona umana»1.

Da Parigi, si fa quindi portavoce in Romania del manifesto personalista di Mounier e della rivista «Esprit». Contro i due profili negativi della civiltà, l’«uomo borghese e individualista» e l’«uomo nuovo fascista e marxista», l’inviato parigino rilancia i valori della «persona», dell’«amore per il prossimo» e della «solidarietà sociale», che «riflettono la giustizia e l’ordine divino»2. Prendendo come esempio Julien Benda, rivendica «l’ideale della verità» e «il diritto alla democrazia» in tutta l’Europa: «L’idea di libertà deve ritornare mistica, deve risollevarsi e dominare la storia che l’ha superata. L’odio, l’istinto, la volontà di crescita e di potere, il cameratismo collettivista – ecco cose riprovevoli, ma vive e forti. La democrazia deve ridiventare disinteressata. Deve insegnare all’uomo a liberarsi, in modo sincero, sia dell’onnipotenza dell’economia che è diventata disumana […] sia dell’onnipotenza della tirannia del sangue e della biologia. Questa liberazione non è una fuga né una rottura, ma una padronanza di certe realtà che non possono essere ignorate […]. Penso, riferendomi al mondo di oggi, a quanta possibilità di riabilitazione possa avere l’idea stessa di libertà – liberazione dall’economia, dai miti del sangue e della razza»3.

Alla mitologia della comunità di sangue e suolo Ionesco oppone «l’ideale della libertà e della pietà universale nel mondo». E aggiunge: «I miti oscuri della biologia e degli istinti non resisterebbero molto tempo di fronte al dinamismo spirituale delle nazioni (nazione intesa come comunità dell’amore, e non della vendetta; come comunità spirituale, e non biologica)»4. Il gergo spiritualista di «Criterion» è ancora presente in queste pagine spedite da Parigi. Contro l’ideologia legionaria in voga tra le frange estremiste degli intellettuali di destra e contro il regime autoritario imposto dal re – che ha affossato, di fatto, le libertà democratiche garantite dalla Costituzione – dichiara: «Le idee di sacrificio, di disindividualizzazione, di eroismo non appartengono oggi alla democrazia. […] Se rinunciassimo alla mediocre felicità, tranquilla e confortante, sarebbe di nuovo irresistibile l’idea della libertà, dell’amore e della carità universale. I miti oscuri della biologia e degli istinti, dell’espansionismo dinamico, dell’imperialismo storico, della conquista dei mercati economici e commerciali, dell’asservimento degli altri popoli, della cosiddetta libertà realizzata mediante lo Stato, sono solo, di fatto, la sua più feroce incarcerazione»5.

Polo politico e profetico si incrociano indissolubilmente nella pubblicistica di Ionesco di questi anni. Il culmine dell’assurdo non è stato però ancora raggiunto. I coniugi Ionesco tornano in Romania per sfuggire all’occupazione nazista di Parigi. Hanno, tuttavia, fatto male i conti. Gli attori principali del potere politico nazionale sono cambiati. Il re ha abdicato. Amputata territorialmente, la Romania si appresta a partecipare al secondo conflitto mondiale. L’autore rischia di partire verso il fronte russo, per partecipare alla «crociata antibolscevica» indetta dal regime militare di Ion Antonescu e dalla seconda ondata dei Legionari di Horia Sima6.

La paura si fa sempre più pressante. Présent passé, passé présent riporta alcuni di quei momenti, strazianti e angosciosi: «Mi chiedo come potremo fuggire. Nel nostro cielo, la minaccia. Il pericolo si avvicina, ci accerchia, stringe sempre di più. Saremo schiacciati, come resistere e durare? Voglio dire: come resistere e durare moralmente, come mantenere la fiducia, come non cedere, come credere nella giustizia?»7.

Gli esponenti della generazione di «Criterion» sono quasi tutti ormai irriconoscibili8: «Guardateli; sentiteli: non si vendicano, puniscono. Non uccidono, si difendono: la difesa è legittima. Non odiano, non perseguitano, ma fanno giustizia. Non vogliono conquistare né dominare, vogliono organizzare il mondo. Non vogliono scacciare i tiranni per prendere il loro posto, vogliono stabilire l’ordine vero. Non fanno che sante guerre. Hanno le mani piene di sangue, sono orridi, sono feroci, hanno delle teste di animali, sguazzano nel fango, urlano. Non voglio vivere con questi pazzi, non prendo parte alle loro feste, mi vogliono trascinare di forza con loro. Non c’è tempo per spiegare»9.

Ionesco assiste in presa diretta alla scalata politica delle frange più estremistiche della Guardia di Ferro, prima del loro imminente tracollo. Non vuole fare la guerra, né per i nazisti né tantomeno per i comunisti. Sa bene che ormai solo «quattro o cinque intellettuali» la pensano come lui, nel Paese. Sogna di essere a Parigi, ma si risveglia in Romania, «pieno di cocente dolore e di nostalgia». È il momento di fare una scelta improrogabile: «Convinto che tutto fosse assurdo e che coloro che combattevano fossero stupidi, ero fiero di “non stare al gioco” e di svignarmela, grazie alla mia condizione che mi permetteva di non essere né romeno né francese, o ora l’uno ora l’altro»10.

Il brano di Passé présent datato 31 dicembre 1941 registra la decisione di Ionesco di lasciare la Romania “rinocerontizzata”11. Ma non è facile fuggire: «Il consiglio dei ministri ha deciso che nessuno può partire al di là delle frontiere a meno di una missione ufficiale»12. Dopo vari tentativi andati a vuoto per ottenere un visto per l’estero, il «miracolo si è prodotto»13. La destinazione della «missione ufficiale» è Vichy, capitale della Francia collaborazionista. Ionesco scrive: «I miei amici di differenti ministeri mi hanno procurato un buon passaporto, con dei visti in regola. Prendo il treno domani. Mia moglie mi accompagna. Sono come un evaso che fugge con l’uniforme del guardiano»14.

Nel 1942, anche quando crede di essere in salvo dai Legionari sotto l’ombrello della missione diplomatica in Francia, Ionesco è ancora attraversato da pensieri atroci: «Anzitutto, la nostra vita fisica è minacciata. Minaccia imminente, viviamo in un rifugio precario: c’è la guerra, per tutti. In più per noi, sarebbe la fine nel caso di una ribellione della Guardia di Ferro (saremmo eliminati come uomini di sinistra); sterminati lo saremmo ugualmente nel caso d’una rivoluzione comunista (come borghesi); oppure, potremmo essere eliminati anche in seguito a provvedimenti presi dal governo legale contro le persone della nostra “categoria”»15.

In Présent Passé può leggersi: «Il fenomeno della Guardia-di-Ferro non è qualcosa di passeggero, è veramente l’espressione della durezza dell’anima balcanica senza raffinatezze»16. Uno dei suoi «Rapporti diplomatici» redatti in Francia durante la Seconda Guerra Mondiale fa cenno a questa «durezza» e inscalfibilità del sintomo della “Cosa balcanica”, sullo sfondo delle «relazioni culturali bulgaro-romene». In qualità di «segretario culturale» presso l’ambasciata romena di Vichy, nel rapporto diplomatico del 1 maggio 1943, dal significativo sottotitolo Su un articolo magiaro sulla cultura romena guardata come vassalla della cultura slavo-bizantino-bulgara, lo scrittore denuncia il discorso della propaganda nazionalista ungherese. Nel contesto della politica collaborazionista, egemonica e competitiva dei regimi totalitari europei allineati all’Asse, il testo di Ionesco riporta, non senza qualche ironia, il resoconto di uno “studio” di Gàldi che all’epoca aveva destato scalpore: «Il numero di febbraio della Nouvelle revue de Hongrie pubblica uno “studio”, intitolato Les relations culturelles bulgaro-roumaines, firmato Ladislau Gàldi. Ecco le tesi che emergono da questo studio curioso: i romeni sono sempre appartenuti alla sfera culturale slavo-bizantina, i cui rappresentanti sono soprattutto i bulgari. Dunque, subordinati a questa cultura “bulgara”, i romeni si sono mostrati ostili all’espansione della cultura di tipo occidentale, rappresentata dall’Ungheria […]. Così, scopriamo che i romeni non sono latini e occidentalizzati […]. L’originalità dello spirito romeno non avrebbe trovato altra occasione di manifestarsi se non nel quadro di una rivolta contadina contro la grande cultura bizantino-slava-bulgara, oppure nel quadro di una setta religiosa come il “bogomilismo”, di origine oscuramente orientale, tipica della mentalità romena di ribellione, mentalità così radicata da essersi manifestata, nello stesso senso, negli ultimi tempi, attraverso il movimento della Guardia di Ferro»17.

Tramite lo studio di Gàldi, Ionesco precisa il nesso analogico tra il bogomilismo e la Guardia di Ferro alle autorità nazionali di competenza, spiegando l’intenzione propagandistica dello “studio” di Gàldi: «Le suggestioni che devono emergere da questo pamphlet sono quelle molto note della propaganda magiara in Francia: i romeni sono anarchici (il “bogomilismo e la Guardia di Ferro”) e quindi non possono gestire uno Stato»18. Il rapporto del «segretario culturale» si conclude con queste parole: «È inutile insistere sull’assurdità delle tesi della propaganda magiara. […] Possiamo tuttavia sottolineare, anche in questa occasione, la tempestiva necessità di pubblicare in lingua francese una rivista di ricerche romene che informi, scientificamente e permanentemente, l’intellettualità francese non solo sulle verità romene storiche e nazionali, ma anche sulle nostre realtà culturali e spirituali e sui nostri valori di civiltà»19.

Il nucleo fantasmatico più persistente del balcanismo romeno sembra dunque essere, come segnalato dal rapporto di Ionesco, etnico, religioso e politico. Nell’après-coup storico, il fenomeno legionario non è leggibile al di fuori dell’immaginario della cultura dei Balcani. Il paradigma del balcanismo, da questo punto di vista, è un sintomo che si manifesta come crisi e ritorno del fantasmatico stesso, che potrebbe essere accostato nell’immaginario alla potenza del reale proprio al fanatismo fondamentalista religioso. L’esperienza della pièce Rhinocéros, elaborata retroattivamente da Ionesco, ha messo a nudo la definizione di ambivalenza fantasmatica della “Cosa balcanica”, soprattutto in ordine al suo possibile “slittamento” in una forma anche politica di ambiguità, la quale si è poi tradotta di fatto in un atto eversivo e cruento per mezzo della mano armata e sanguinaria della Guardia di Ferro.

Il fantasma del nazionalismo, però, è duro a morire. Dopo la destituzione del regime militare di Ion Antonescu, la Romania si avvia verso la stabilizzazione politica e la riappacificazione stalinista. Ed è proprio in tale contesto che la Corte Marziale di Bucarest condanna «in contumacia» Ionesco a cinque anni di reclusione «per insulti contro l’esercito romeno» e ad altri sei «per pregiudizi recati alla nazione»20, a causa di un’ultima Lettera da Parigi pubblicata su «Viaţa românească», a guerra ormai finita, quando credeva ormai di aver vinto la propria battaglia contro i rinoceronti legionarizzati.

Ionesco riporta quell’episodio, che segnerà duramente la sua vita, con queste parole: «Durante la guerra e il dopoguerra ero a Parigi. Da Parigi inviai una lettera a una rivista romena, una lettera che mi attirò le ire della stampa e la condanna di un tribunale di cui faceva parte il cognato [di mio padre], magistrato militare del nuovo regime dopo aver condannato, qualche anno prima, nella stessa veste, le “spie comuniste”. Mio padre, da lontano, mi fece sapere che avevo avuto torto ad attaccare l’esercito, giacché adesso era l’esercito del popolo, e i magistrati romeni, poiché ora erano magistrati socialisti. In sostanza mi si rimproverava di non essere bolscevico»21.

L’autore de La Cantatrice calva non smetterà mai di ripetere che coloro che erano stati realmente legionari e che occupavano posti inattaccabili nell’apparato statale ebbero il tempo di cambiare il costume di scena e diventare perfetti comunisti, al soldo d’un altro padrone. E dirà anche che solamente gli esponenti della generazione di «Criterion», o perlomeno quelli che non erano morti sul fronte russo o in Siberia, scontarono realmente la pena del loro abbaglio. Alcuni di questi – peraltro neppure iscritti nelle liste della Legione – impazzirono, furono ridotti all’afasia o al mutismo coatto imposto con la forza dal nuovo regime totalitario comunista, e altri ancora furono costretti a marcire nei campi di lavoro forzato, per le grandi opere statali di canalizzazione.

 

  1. Il Legionarismo è definito da Ionesco «politicamente falso, tradizionalista», poggiante «su un fondamento nazionalista (e non nazionale)», che parla «in nome di un’idea cristiana altrettanto falsa» (Un sens catolic şi francez de aşezare a lumii, in Scrisori din Paris, ora in E. Ionesco, Război cu toată lumea, vol. 2, Humanitas, Bucarest 1992, p. 216).
  2. E. Ionesco, Disperare şi reînălţare, in Scrisori din Paris, ora in ivi, p. 231.
  3. Ivi, pp. 232-233.
  4. Ivi, p. 233.
  5. Ibidem.
  6. Ionesco scrive: «Come fare la guerra a fianco dei tedeschi? Come farla a fianco dei russi, dopo che essi avevano occupato la metà delle province moldave appartenenti alla Romania, dato che a quell’epoca ero romeno? E come fare la guerra per difendere la Romania, un Paese che non amavo, nel quale mi trovavo malissimo e che non sentivo come mio?» (E. Ionesco, Passato presente, Rizzoli, Milano 1970, pp. 224-225).
  7. E. Ionesco, Présent passé, passé présent, Mercure de France, Parigi 1968, p. 60.
  8. «N. dev’essere nominato libero docente alla facoltà di filosofia dell’Università di Bucarest. È un uomo molto gentile, molto fine, molto distinto, troppo gentile, troppo fine, troppo distinto. È Guardia di Ferro. Raccomanda ai militanti del partito di essere tremendamente buoni. Il buono ha in questo caso il compito, cosciente o no, di nascondere il tremendamente. Egli dunque dice che occorre uccidere, ma con “bontà” (Il leur dit donc qu’il faut qu’ils tuent, avec “bonté”)» (Passato presente, cit., p. 288; ed. Mercure de France: pp. 178-179).
  9. Présent passé, passé présent, cit., p. 75.
  10. Ionesco aggiunge, dopo qualche rigo, questa riflessione: «Che milioni e milioni di persone muoiano è tollerabile. Che esse siano massacrate da altri uomini, questo non è più tollerabile. La mia ribellione era e resta romantica. Fortunatamente. Essa non è politica, giacché colui che prende partito si condanna a essere un assassino» (Passato presente, cit., p. 225).
  11. Présent passé, passé présent, cit., p. 120.
  12. Ivi, p. 183.
  13. Passato presente, cit., p. 274.
  14. Ibidem.
  15. Ibidem.
  16. Ivi, p. 290 (ed. Mercure de France: pp. 181-182).
  17. Cfr. il rapporto di Ionesco in «Manuscriptum», a. XXIX, n. 1-2, 1998, p. 212.
  18. Ibidem.
  19. Ivi, pp. 212-213.
  20. Cfr. M. Petreu, Ionescu în ţara tatălui, Polirom, Iaşi 2012, pp. 107-171.
  21. Passato presente, cit., p. 187.

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