Constantin Noica: il divenire entro l’essere

Draga Rocchi
Il paradosso romeno – Eliade, Cioran e la «giovane generazione» n. 7/2014
Constantin Noica: il divenire entro l’essere

Il filosofo romeno Constantin Noica (1909-1987), collega di studi di Cioran ed Eliade, ha posto al centro della sua ricerca il problema dell’ontologia e, in particolare, la possibilità di codificare una “grammatica” dell’essere. Tra le sue opere tradotte in italiano ricordiamo le Sei malattie dello spirito contemporaneo e, soprattutto, il Trattato di Ontologia.

Completato da Noica nel 1981 e pubblicato in Italia nel 2007, il Trattato di Ontologia nasce dal tentativo coraggioso di proporre, dopo tanti dibattiti novecenteschi, la nuova affermazione di un’ontologia che sia espressione di una diversa e originale dimensione dell’essere, dal carattere specificamente intramondano. Lontano dai fasti dell’Essere sublime della tradizione, situato in un “altrove” incorruttibile, il pensiero di Noica si pone al margine della prossimità con le cose più umili, sempre fedele alla formula per cui nulla di tutto ciò che è esprime l’essere, ma l’essere non è senza l’ultima e la più piccola delle cose che sono. Questo assioma fondamentale spinge Noica a rivendicare il ruolo imprescindibile di un’ontologia altra e, allo stesso tempo, a un confronto serrato con la tradizione, avente come referenti privilegiati Aristotele, Kant, Hegel (in particolare, il movimento circolare della dialettica dello Spirito) e Heidegger.

Questo tentativo apologetico d’impostazione del pensiero – ritenuto, forse con troppa facilità, vecchio e inadeguato – si fonda sull’idea secondo cui l’ontologia è scomparsa dalla cultura tutte le volte in cui l’uomo ha voltato le spalle al mondo: a condannare le ontologie passate non è, secondo l’espressione di Martin Heidegger, l’«oblio dell’Essere», ma il mancato accesso a esso, dovuto a un metodo d’indagine che ha cercato l’essere quasi sempre e solo come Essere sublime, rispetto al quale tutto il resto appare destinato passivamente a degradare.

È proprio dall’esigenza di una reintegrazione dell’“ultimo” che nasce la nuova via suggerita da Noica, che, come primo passo, procede dalle cose – con la loro chiusura che si apre – al divenire.

All’interno dell’opera noichiana, questa via è scandita, inizialmente, dal seguente tema: l’essere nelle cose che sono. Questo tema costituisce la radice e il presupposto ontologico di fondo del pensiero di Noica: a ogni livello, dalle realtà più umili – che Noica intende recuperare e integrare nel suo sistema – a quelle più alte e di più ampia valenza spirituale, l’essere si esprime sempre, manifestando la propria presenza nel mondo, mediante una distribuzione indivisa di sé.

Il tema ontologico della distribuzione indivisa dell’essere nelle cose – o meglio, entro le cose, per usare un’espressione cara all’autore – costituisce il Leitmotiv dell’intero Trattato ed è il momento di massima vicinanza a un tema tipico di ogni ontologia, ossia il rapporto tra l’Uno e il molteplice. Nonostante la profonda ricchezza d’analisi derivante dal portato della tradizione, questo tema è riaffrontato da Noica in modo unico, il che attesta la sua abilità di “farsi sempre nuovo” entro i momenti più alti della speculazione ontologica tradizionale.

Niente di ciò che è esprime l’essere, ma l’essere non è altrove rispetto alle cose: è un’assenza in esse. Ogni cosa è, infatti, secondo Noica, “luogo possibile” dell’essere. Pur non essendosi mai mostrato in quanto tale in nessun luogo, l’essere si è distribuito ovunque. In questo senso, non può né venire ricercato in un “altrove” rispetto al mondo né venir separato dalle cose.

È nelle cose, ma non è le cose: ciò significa che non è iscritto in realtà privilegiate e che si trova entro il mondo. Evidentemente, la sua unica differenza consiste nel trovarsi in un altro modo rispetto agli esistenti, nello stare secondo una modalità del tutto speciale. La distribuzione indivisa è il nome che Noica conferisce a questa peculiare modalità dell’essere, la quale però non coincide – e, del resto, non potrebbe farlo, pena la sua riduzione a una forma d’esistenza determinata – con nessuna delle modalità tradizionali dell’attuarsi.

L’essere non può trovarsi in un altrove, ma neppure in un luogo preciso. Agisce dall’interno delle realtà, distribuendosi senza dividersi e, in questo modo, rimane sempre altro, ma mai nella forma di un’alterità totale.

L’essere non è qualcos’altro, ma solo in qualche altro modo: questa idea rende ragione dell’originalità del pensiero di Noica solo se questo “altro modo” non viene a sua volta concepito come una forma specifica d’attuazione. Qui la vicinanza con Aristotele è più intensa proprio per la diversità degli esiti del Trattato di ontologia. Questa alterità dell’essere rispetto alle cose non è mai totale proprio in virtù del fatto che esso riesce a distribuirsi senza dividersi, ovvero a manifestarsi secondo una modalità che non ha nulla dell’attuarsi determinato.

La distribuzione di sé senza mutilazione o perdita è il privilegio più grande delle realtà spirituali e, allo stesso tempo, il piccolo, ma grandioso spiraglio per il recupero di senso di ogni esistente: è quella modalità, mai veramente attuata e attuabile, in grado di salvare l’umiltà della materia, da Noica intesa sempre e comunque come espressione dell’essere, seppure in forma altra.

L’azione dell’essere nell’intimità di ogni cosa attesta come la sua alterità sia profonda ma mai totale; l’essere è diffuso nelle cose, senza cambiare né dividersi: nel suo distribuirsi non c’è perdita, ma solo una positiva testimonianza di precarietà.

Per spiegare il tratto ontologico decisivo di questa distribuzione indivisa, Noica ricorre ad alcuni esempi molto efficaci, tratti dalla distinzione classica tra beni legati alla materia e beni propri dello spirito: tale scelta esemplificativa scaturisce dal motivo di fondo – anch’esso, a nostro avviso, eredità dell’etica tradizionale – secondo cui vige una stretta parentela, o addirittura una palese filiazione, tra il problema del bene e quello dell’essere, solitamente espressa dall’idea per la quale ens et bonum convertuntur. «Un bene materiale si divide distribuendosi solitamente; un pane si divide, il terreno da coltivare si divide, i beni industriali si dividono. Oppure, se persino divise le cose restano unità distinte, esse dividono coloro a cui spettano tra loro, potendo spettare solo o all’uno o all’altro. Il denaro è per eccellenza ciò che si divide (ha “dividendi”), come ciò che spartisce e separa i possessori tra loro. Tutte le cose sono beni da consumare. Ma esistono anche beni da assommare, che non si dividono né dividono i possessori tra loro. Se un pane si distribuisce spartendosi, un canto o una verità si distribuiscono senza spartirsi. Sono così tutti i beni di tipo spirituale, ma non solo. Poiché la materia stessa è, nel suo profondo, della stessa natura del bene che si distribuisce senza dividersi, alla maniera in cui appare come energia e campi, e poi come vita» (Constantin Noica, Trattato di ontologia, a cura di S. Daini, ETS, Pisa 2007, pp. 216-217). Distribuendosi senza dividersi, l’essere, come un canto, fa vibrare di sé tutto il reale, recuperandone gli strati più infimi e i livelli più profondi, per innalzare ogni piccolezza – necessaria – al vertice sommo dell’accordo con sé. In questo accordo intimo scompaiono divisori e dividendi, non ci sono lacerazioni e ferite da lenire.

Niente dell’essere, fattosi esistente, è perso, come se fosse separato in maniera irrimediabile o fatto oggetto di una mutilazione. Niente sanguina di solitudine, poiché tutto ciò che è, sia pur precariamente, si mostra come avviluppato entro l’essere. Quest’ultimo, non più inteso come Eccedente rispetto al tutto o come luminoso centro d’irradiazione, si fa vuoto nelle cose, azione ovunque, presenza intima ed effimera, struttura complessa.

Eliminata l’idea di un essere che parli solo di sé, vengono meno anche i tratti con cui la tradizione ontologica ha solitamente descritto l’essere, ovvero la pienezza, la fissità, la permanenza eterna e la semplicità – elementi che, nell’arco di tutta la storia del pensiero, hanno creato un’immagine cristallizzata dell’essere, mai in grado di rendere ragione della sua peculiare complessità.

Come decisivo spartiacque tra filosofia antica e filosofia moderna, Noica considera in particolare la distinzione di due possibili immagini dell’essere: come sostanza o come funzione. Tale dicotomia è riletta alla luce del testo di Ernst Cassirer Substanzbegriff und Funktionbegriff del 1910, nel quale vengono identificate due concezioni dell’essere in generale, tra loro antitetiche:

– la sostanza, che mira al chiarimento di cosa siano le cose;

– la funzione, che ricerca invece il modo d’essere delle cose e la loro trama interna.

Se l’essere come sostanza ha caratterizzato tutto il pensiero antico, è la comparsa del concetto di funzione a sancire la nascita del pensiero moderno, ovvero di un’impostazione speculativa per la quale le cose sembrano perdere d’importanza e lasciare il posto alle relazioni, in una sorta di sostituzione dell’essere sostanziale con un divenire privo di determinazioni.

Rispetto a queste due modalità di interpretazione dell’essere, Noica sente l’esigenza di individuare una terza possibilità, quasi una forma media tra le due, in grado di restituire a entrambe piena validità, proprio entro quella comunanza reciproca, originaria e imprescindibile che l’ontologia antica e moderna sembra aver smarrito. Nel pensiero di Noica, infatti, le cose scompaiono come realtà sostanziali, ma non si trasformano sic et simpliciter in relazioni.

Pur perdendo la loro consistenza sostanziale, le cose non sono puro divenire, mere relazioni, ma realtà che conservano ancora una certa sussistenza. Per esse, l’essere non è più concepibile né come sostanza né come funzione, ma come modalità terza tra le due. Questa terza via, aperta dalla speculazione noichiana, fa dell’essere un termine medio tra sostanza e funzione, considerandolo allo stesso tempo – al di là di ogni logica binaria, fondata sul principio di non contraddizione – privo di una consistenza sostanziale e privo di una inconsistenza funzionale.

Rifiutando la rigida dicotomia tra sostanza e funzione, responsabile della paralisi speculativa di un’ontologia che ha perso il proprio vigore originario, Noica riaccende la questione dell’essere a partire dalla sua ridefinizione come divenire. A una prima attenta analisi, l’essere è anzitutto divenire, è complessa contraddizione.

Solo l’idea di un divenire entro l’essere (nell’originale romeno, devenirea întru ființă) è in grado, superando il rigido dualismo tra sostanza e funzione, di restituire efficacia all’ontologia, riaprendo la strada stessa dell’individuazione dell’essere in sé, sempre a partire dall’analisi della sua presenza attiva e vivificante entro ogni esistente. Lontano dai fasti, diffuso nell’intimità profonda di tutto ciò che è: questo è l’essere da indagare nella complessità della sua struttura, straordinariamente contraddittoria e altamente intramondana.

C’è qualcosa di comune nell’essere che non è dell’ordine dell’essere messo assieme. Secondo Noica, l’essere si annuncia nelle cose come chiusura che si apre, ovvero come una pulsazione che fa sì che tutto ciò che è sia aperto all’essere, come verso il suo senso più proprio. Ecco ciò che accomuna tutte le cose e le coinvolge entro un’unica apertura.

La chiusura che si apre – tratto comune di tutto ciò che è – è come una contrazione che inizia a espandersi, conferendo continuità al reale e organizzando l’essere nelle cose, secondo un movimento espansivo di tipo ondulatorio. Essa non indica un semplice schema ed è più di una struttura: allude a un sistema in nuce. All’inizio dell’ontologia non va posto alcun principio, ma va pensata una situazione, come un germoglio dell’essere. Tutto ciò che è pulsa. La tensione iniziale, espressa dall’idea di una chiusura che si apre, non si ritrae dalle cose come una causa dai suoi effetti, ma continua a operare al loro interno, come regolarità meccanica, entro le realtà più elementari, e come libertà da ogni forma di ritmo, ai livelli superiori.

Misconoscendo questo tratto distintivo dell’essere, le ontologie tradizionali ne hanno proposto immagini statiche o dinamiche, intendendolo come rotazione o movimento perfetto, ma quasi mai come pulsazione a cadenza libera. In questa forma, invece, l’essere è presente ovunque: in ogni esistente si manifesta come promessa e, allo stesso tempo, come limite che conferisce perfetta realizzazione a tutto ciò che è.

Non si tratta mai di una chiusura netta, ma di una chiusura che si apre ed è tesa intimamente verso l’oltre sé: in essa, infatti, ogni cosa si dà un perimetro per meglio essere, come un’isola che nasce dal profondo dell’oceano e va ad aumentare la realtà del mondo, con i suoi confini che non relegano ma pulsano e sono indizi di espansione e crescita, entro un gioco continuo di sconfinamenti.

Il desiderio dell’essere in tutto ciò che è rappresenta la tendenza spontanea alla saturazione dell’essere e del suo modello. Esiste, infatti, secondo Noica, un preciso modello ontologico atto a individuare la struttura generale di tutto l’esistente, che si articola secondo la tensione scaturita dalla triplice natura dell’essere stesso, presente ora come generale, ora come determinazioni, ora come individuale. Per spiegare questa triplicità in atto nell’essere, Noica ricorre a un parallelo con il sistema categoriale aristotelico che, a suo avviso, tradisce una presenza latente della tripartizione strutturale dell’essere. In questo senso, l’individuale può essere rapportato alla sostanza prima, il generale alla sostanza seconda (ovvero alla specie e al genere) e le determinazioni alle altre nove categorie, ricevute dalla sostanza.

Tale modello ontologico indica uno scandirsi dell’essere entro le cose, prima a partire da un individuale che si dà in svariate determinazioni libere o contingenti, per poi specificarsi secondo una natura che può dipendere ed essere controllata esclusivamente dal generale. Questo modello possiede un dinamismo interiore, dal momento che l’individuale può aumentare le proprie determinazioni non una a una ma con l’infinitezza feconda del generale, e, d’altra parte, il generale stesso si regola e trasforma mediante l’individuale.

A seconda dell’intreccio, ogni volta diverso, di questi tre tratti ontologici, l’essere si manifesta secondo un diverso grado di realtà. Il presupposto fondamentale è che, rispetto al modello ontologico, il reale rappresenti sempre una forma di sviamento, dovuta all’inadeguatezza di uno dei tre termini in gioco. In questo senso, il reale è connotato proprio come il caso, ogni volta diverso, di insaturazione del modello ontologico. L’essere si rivela così come un intreccio, intimo al reale, nella cui struttura triadica è espresso l’andamento e il cammino intrapreso da tutto ciò che esiste al fine di saturare un modello irraggiungibile, in quanto pulsazione mai esaurita e cadenza libera.

Non esiste dunque una trascendenza dell’essere rispetto alle cose. Nelle cose, infatti, il trascendente coincide con il trascendentale, poiché mediante ciò che la rende possibile (trascendentale) ogni cosa supera permanentemente se stessa e rimanda al di là di sé (ovvero si trascende).

Esiste, infatti, un possibile prima della realtà della cosa e un possibile nella sua stessa realtà: della stoffa di quest’ultimo è fatta la tensione immanente a ogni livello dell’esistere o – vista la costitutiva impossibilità di saturare il modello ontologico da parte delle cose – da tale potenza deriva lo stato di precarietà ontologica di tutto ciò che è. Nel modello ontologico noichiano il possibile non si disciplina, se non in parte, entro modalità d’atto determinate, ma come chiusura che si apre nelle cose, si rigenera continuamente in un movimento di straordinaria e sempre inattuale liberazione di sé.

Ogni volta che si realizza il modello dell’essere nelle cose, tutto ciò che è, lontano dall’assumere un assetto statico, si apre al dispiegamento delle proprie potenzialità, entrando così nel divenire. In questo senso, Noica può sostenere che l’essere sia, prima di tutto, divenire. Il divenire è la modalità matura del reale. Infatti, mentre nel costituirsi stesso delle diverse realtà delle cose era chiamato in causa il passaggio dalla potenza all’atto, come passaggio dal possibile al reale, ovvero era richiamato qualcosa all’essere tramite l’esistenza, ora, invece, con il caso del divenire, abbiamo a che fare con una maturazione stessa di ciò che già è e, dunque, con un certo modo di essere reale del possibile stesso. È per questo che, parlando di divenire, Noica afferma che siamo in presenza di una chiusura che si apre.

Il divenire è lo svolgimento di una realtà già in atto, maturazione di un certo modo d’esistere già costituitosi. Il divenire è la chiusura che si apre, propria di un’esistenza che, per essere, ha già chiuso – nell’atto di venire al mondo – la propria possibilità entro un’apertura reale specifica. L’essere è, in prima istanza, divenire: tra essere e divenire non vige più un’opposizione netta. Il divenire entro l’essere rappresenta la maturazione stessa di ciò che è, in vista del perfezionamento della propria realizzazione.

La vera differenza rispetto al pensiero aristotelico, molto vicino in questi passaggi, soprattutto per la possibilità di distinguere, anche al suo interno – si pensi al De Anima ad esempio –, diverse modalità d’attuazione, ora realizzative ora perfettive, è racchiusa nel sintagma tutto noichiano, riferito al divenire, di «chiusura che si apre»: la staticità sostanziale del pensiero antico, operante nel processo di distinzione tra un tipo d’atto e l’altro, viene sostituita da un’idea tutta diversa di limitazione che non limita e che, dunque, in quanto tale, si pone a salvaguardia della pulsazione a cadenza libera entro cui l’essere, inteso come divenire, palpita nelle cose, distribuendosi senza dividersi.

Il divenire è diverso dalla trasformazione e dal cambiamento (ad esempio dal cambiamento del tempo, dall’evoluzione delle stagioni e della natura); è diverso dallo scorrere e dal passare delle cose (ad esempio, il fiume non diviene, la vita non diviene); è diverso anche dall’evolversi, poiché esiste anche un divenire di corruzione, non solo di modellamento.

Il divenire trova una perfetta immagine di sé nella danza, ovvero in un tipo speciale di movimento che si ottiene con un cammino regolato da una forma superiore di equilibrio. È un movimento sui generis che, allo stesso tempo, riesce a essere sovramondano in mezzo al mondo.

Tra essere e divenire non vige più un’opposizione netta: l’essere è, in prima istanza, divenire. Il paradosso costituito dall’ontologia di Noica è di porre nel cuore del reale l’idea del divenire entro l’essere, ossia di una trascendenza immanente che si rigenera in modo costante in tutto ciò che è, espandendone le potenzialità.

Nel suo distribuirsi senza dividersi, l’essere è divenire e, in quanto divenire, apre alla possibilità di una nuova – e paradossale – ontologia: di essa il pensiero di Noica è apertura e fondamento sorgivo.

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