Cioran e la poesia del fallimento

Massimo Carloni
Il paradosso romeno – Eliade, Cioran e la «giovane generazione» n. 7/2014
Cioran e la poesia del fallimento

Patrice Bollon, nel suo libro su Cioran, ricorda il loro primo incontro, avvenuto in occasione di un’intervista concessa a un settimanale. La conversazione, a un certo punto, prese una piega insolita: Bollon divagò sulle vicende d’una rockstar, tale Vince Taylor, detto «l’Arcangelo nero del rock», protagonista di un’ascesa fulminante e di un altrettanto precipitoso declino. Insomma, una delle tante meteore che attraversano la storia della musica pop, eroi d’una stagione che salgono improvvisamente alla ribalta, per poi bruciare in poco tempo tutti i talenti e la fortuna per via della droga o dell’alcool. Miti d’oggi, direbbe qualcuno…

Pur essendo lontano mille miglia da quel mondo, Cioran mostrò subito interesse per la vicenda, al punto di non voler riportare la conversazione sui binari della serietà letteraria, pregando Bollon di proseguire nel racconto di quella vita scialacquata, perché, a suo dire, «sono delle lezioni viventi di filosofia. Per quanto mi riguarda ho appreso molto di più a contatto con questi falliti dell’esistenza (ratés de l’existence) che in qualsiasi libro serioso di morale» (1).

 

  1. Un popolo di vinti

 

Prima ancora di essere una questione individuale, il fallimento, almeno in certi Paesi che si trascinano nelle periferie della storia, assume i contorni funesti d’una piaga collettiva, d’un retaggio ereditario impresso nell’anima di tutto un popolo. «La fierezza di un uomo nato in una piccola cultura è sempre ferita» scrive Cioran a venticinque anni, nel suo libro più militante e crudele, Trasfigurazione della Romania (2) – tentativo estremo e disperato di scuotere i compatrioti, dopo secoli di dominazione straniera, dal torpore e dalla paralisi di un’esistenza anonima, al di fuori d’ogni divenire storico e culturale.

Con la spietatezza e la ferocia d’un torturatore, Cioran, reduce dal soggiorno di studi in Germania e imbevuto di filosofia tedesca, analizza le tare antropologiche e culturali del proprio Paese, considerato nulla più che un’espressione geografica (3). Scetticismo superficiale, passività, derisione e disprezzo di sé sono i tratti ereditari del carattere romeno, assieme a mollezza contemplativa, inazione, remissività, rassegnazione, oziosità e fatalismo. L’esistenza larvale e vegetativa del popolo romeno è ascritta da Cioran al folklore pastorale del villaggio, ai miti e ai riti che scandiscono i cicli naturali di una realtà a-storica e provinciale, ben rappresentata da quella «maledizione poetica nazionale» che è la Mioriţa (4).

Ogni popolo elabora nella propria tradizione una parola-simbolo, «un’allusione all’indicibile» (5) in cui è racchiuso il segreto della propria anima, con il suo originario essere al mondo. Il termine chiave romeno è dor: «Significa nostalgia – precisa Cioran – ma nessun equivalente può renderne la sostanza particolare. Cresce su un fondo di sofferenza e si espande, aerea, sopra la prostrazione di un popolo, estraneo alla felicità. Occorre pensare alla sua storia di sconforto, al cumulo di disgrazie, d’insuccessi e di sventure per comprendere la nota lamentosa che sprigiona la sonorità condensata e volatile del dor. L’intera poesia popolare n’è intrisa. Non è un fiore raffinato, né un pretesto per sensibilità disincantate, ma la confessione poetica di un’anima alla ricerca di se stessa. Molto più diffusa tra i contadini che presso gli intellettuali, sgorga dall’oscurità del sangue, come una sorta di tristezza della terra» (6).

L’anima romena si perde nel languore del vago: è un desiderio indefinito, da cui proviene quella vitalità impotente, quella «paura dell’atto» che genera un’inguaribile diffidenza nei confronti dell’esistenza e della storia. La «virtualità dello scacco», così definita da Cioran (7), aleggia come una cappa sopra un intero popolo, stroncando sul nascere ogni tentativo di inserirsi nel flusso del divenire. Il fallimento è marchio indelebile, infamante, autentico genius loci della stirpe valacca. «Non c’è essere più incline allo scacco del Romeno» (8) incalza Cioran, ostentando tutto il proprio disprezzo verso quei perdenti nati, naufraghi dell’esistenza, «appassionati della caduta e della periferia», relitti del genere umano che, ai suoi occhi, «non sono degni di alcuna considerazione» (9).

Pur avendo già assimilato tutti gli elementi filosofici che fanno da sfondo all’idea di fallimento, il Cioran romeno dimostra di non averne ancora elaborata la portata universale, lo sfacelo biologico ch’essa comporta, limitandosi a un’analisi politica e culturale del fenomeno, dagli esiti inevitabilmente scoraggianti per un giovane intellettuale come lui, relegato nella banlieue della storia.

Solo se all’infinito negativo della nostalgia subentrerà quello positivo dell’eroismo, la Romania cesserà di essere un «Sahara popolato» da un «gregge invertebrato» (10) e diventerà una nazione, ovvero un’unità politica che fa la storia invece di subirla, assurgendo a destino per sé e per gli altri popoli. Prima dei trent’anni – limite anagrafico dopo il quale l’intellettuale romeno si pietrifica, «ridiventa materia» (11) – Cioran scommette nella trasfigurazione del suo popolo, in una sua mutazione genetica provocata dall’alto, sotto l’egida di un capo carismatico – nella fattispecie Corneliu Zelea Codreanu – in grado d’incarnare ai suoi occhi l’idea di nazione. Il suo Paese si trova quindi davanti a un bivio, a un’ora solenne: «O la trasfigurazione storica o niente!» (12). Se la Romania, dopo secoli di sordida esistenza, non irromperà bruscamente nella storia con un salto qualitativo, come fece la Russia, ai suoi abitanti non rimarrà che il suicidio o… la fuga.

Ad ogni modo, il furore profetico del giovane Cioran non è del tutto privo di metodo. Imponendo un ultimatum al Paese, egli chiarisce subito di non essere disposto, in caso d’insuccesso, a immolarsi alla causa: «Se la trasfigurazione è illusoria, il problema della Romania non esisterà più per me» (13). Nel 1937, traendo le conseguenze da quell’amara promessa, Cioran lascia la Romania alla volta di Parigi, abbandonando la patria al suo fosco destino. Salvo un fugace e tempestoso rientro tra il novembre del ‘40 e il febbraio del ‘41, non vi farà più ritorno.

Fallita la missione di risvegliare la Romania dal suo letargo storico, al Cioran francofono riuscirà in compenso l’impresa più ardua che possa capitare a un uomo: trasfigurare se stesso.

 

  1. L’erranza profumata di Parigi

 

Un anno prima di partire per la Francia, Cioran aveva scritto: «Chi si distacca dalla propria nazione diventa un fallito» (14); ed è proprio in questa nuova veste di diseredato che inizia a Parigi la sua nuova esistenza di apolide. Tra vaghi propositi di ricerca filosofica e incerte borse di studio, si ritrova a vivere d’espedienti nel Quartier latin, accanto agli espatriati di ogni dove, deambulando senza meta nel ventre d’una città «che vi culla di illusorie promesse di felicità per meglio divorarvi» (15).

Qui, in una corrispondenza per il giornale romeno «Cuvântul» [La parola], ritrae i frequentatori del celebre quartiere, delineando per la prima volta quella concezione estetica e romantica del fallimento che diventerà uno dei tratti fondamentali del suo pensiero. «L’assenza di riserva interiore e il desiderio di esaurire freneticamente la vita fanno, presto o tardi, di quasi tutti gli abitudinari del Quartiere dei falliti. Ogni volta che osservo quelle ombre umane, studenti romeni, polacchi, spagnoli o cinesi (hanno tutti la vocazione all’insuccesso), so fin troppo bene ciò che li ha spinti allo scacco. Non è forse caratteristico trovare i falliti soprattutto nelle metropoli del mondo e nelle piccole città di provincia? La vita non si realizza né nell’infinito né nel finito […]. Qui si è infelici gradevolmente. È il segreto di Parigi, quella poesia conferitagli da individui maledetti erranti di caffè in caffè, posseduti da una noia avida, è il vuoto profumato di Parigi» (16).

Pur essendo questa la ville de l’échec, la città dello scacco par excellence, la cornice ideale di un’agonia, Cioran non cede alle tentazioni suicide d’un Nerval o del Malte di Rilke; piuttosto, sulla scia di Baudelaire ed Heine, egli vuole assaporarne fino in fondo il fascino amaro e decadente, farne «lo spazio ideale della propria solitudine», «irrorare la noia di poesia». Vuole insomma «abbandonarsi esteticamente all’infelicità» (17).

Se Baudelaire ci ha donato lo sguardo per cogliere i fiori che sbocciano dal male, Cioran, ammaliato dal «crepuscolo irresponsabile» di Parigi, ci mostra l’essenza poetica del fallimento o, se si vuole, l’intimità originaria tra il naufragio esistenziale del poeta e la scaturigine del canto – quasi che l’ispirazione lirica presupponesse, in un certo senso reclamasse, l’esperienza dello scacco, con cui sembra condividere lo spazio, la cui unica dimensione si rivela essere l’incompiutezza.

Il canto d’Orfeo, sorgente eterna del dire poetico, è innanzi tutto canto dell’assenza, lamento della mancanza, lacerazione interiore di fronte all’irreparabile perdita. Non si dà poesia nella pienezza dell’essere, ma unicamente nel suo venir meno. È l’impossibilità stessa della vita, la sua straziante invivibilità a farsi musica, parola, nell’incessante dileguare fantasmatico dell’oggetto desiderato. Iniziato alla scienza della caducità, alla geometria dei sospiri, il poeta, cantando gli esseri e le cose, li salva dal loro immediato svanire, conservandoli nella provvisoria immortalità della parola. Vivendo in intimità con la morte, si annulla per essere in tutte le cose, diventando puro sguardo sul mondo. Il prezzo pagato per la superba inutilità della sua arte è altissimo: la perdita d’identità e il fallimento umano agli occhi della società, di cui lo smembramento di Orfeo a opera delle Baccanti è eterno simbolo.

«Non può esserci compimento nella vita di un poeta. È da tutto quanto non ha vissuto che proviene la sua potenza. Più il contenuto dell’istante è nutrito d’inaccessibile, più il poeta è in grado di esprimerne la sostanza. La quantità di resistenza che la vita oppone alla sete di vivere determina la qualità del respiro poetico. L’espressione si condensa nella misura in cui l’esistenza ci sfugge e il peso della parola è proporzionale al carattere fuggevole del vissuto» (18). Se da un lato l’esistenza del poeta implica sempre la realtà dello scacco, dall’altro è possibile leggere l’equazione anche al contrario: vale a dire che il fallito autentico, colui che accetta consapevolmente e fieramente la propria disfatta, approda a suo modo a una dimensione poetica dell’esistenza. In altri termini, s’installa nell’incompiutezza, sebbene vi giunga percorrendo altre strade, privo del concorso delle Muse: «Fallire la propria vita significa accedere alla poesia – senza il supporto del talento» sentenzia Cioran (19).

Non avendo conosciuto la grazia e la maledizione della poesia, ma solo «il rimpianto di non essere poeta», costretto a brancolare «al di qua dell’ispirazione», ad accasciarsi «alle soglie del canto» (20), Cioran è condannato a frequentare i poeti da «amico», o meglio da «parassita», pronto a saccheggiarne la materia, traducendo nell’aridità impersonale della prosa le loro visioni folgoranti.

Del resto, la sua modesta aspirazione di allora sarà di essere nient’altro che «un pensatore pessimista da boulevard» (21), un flâneur melanconico, immerso nella nebbia azzurrognola di Parigi, tra le strade strette e fumose del Quartier latin; un solitario che rimugina sulla vacuità della vita, nel silenzio monacale di una delle «mansarde della terra», tappezzata «dalla patina grigia delle insonnie ospitate» (22). Proprio in quelle petites chambres d’hôtel la poetica dello scacco ispirerà a Cioran le pagine più liriche del suo primo libro francese, quel Sommario di decomposizione dove non disdegnerà di ritrarre se stesso sotto l’effigie del fallito.

 

  1. L’estasi della capitolazione

 

Se in una prima fase il fallimento assume in Cioran una rilevanza prettamente estetica – aspetto ripreso più tardi dallo stesso Beckett (23) – in seguito si radicherà a un livello spirituale più profondo, incidendo sul suo cammino interiore, sino a diventare una vera e propria art de vivre.

Proviamo, innanzitutto, a circoscrivere il fenomeno. Chi è il raté, il fallito? Pur essendo un esemplare tipicamente balcanico, lo si ritrova un po’ ovunque, a ogni latitudine, nelle città di provincia non meno che nelle metropoli. Cioran ne azzarda una definizione: «Un tipo molto dotato che non si realizza, che promette tutto e non mantiene le sue promesse» (24). È quindi un dissipatore di risorse – materiali, ma soprattutto intellettuali – il quale, invece di metterle a frutto, le spreca. Non si abbassa a lasciare un’opera, una traccia scritta del proprio sembiante, preferisce frantumarla e disperderla in mille divagazioni orali, in attesa che un moderno Plutarco le raccolga in qualche Vita parallela degli uomini incompiuti... (25) Detesta sistemarsi o progettare la propria parvenza d’essere; avanza inanellando rinunce, sperimentando tutte le sfumature dell’impasse: sterilità, stagnazione, astensione e trascuratezza. Si adatta a vivere da parassita dell’assurdo, da scroccone del caos: «È un Ecclesiaste da marciapiede, che attinge dall’insignificanza universale un alibi per le proprie disfatte» (26).

Certo, sul piano della performance sociale è destinato ad apparire impotente, goffo, inconcludente, sbeffeggiato com’è dagli atleti della produttività obbligatoria. Inchiodato ai blocchi di partenza, non prende parte alla gara della vita, ben sapendo che tutti i partecipanti, presto o tardi, inciamperanno rovinosamente in qualche ostacolo e che nessuno, veramente nessuno, taglierà mai il traguardo. Se nell’immediato sembra aver torto marcio, alla fine, statene certi, riderà per ultimo. Orgoglio supremo del fallito, rivincita estrema del perdente, la si chiami come si vuole, resta il fatto che le evidenze si schierano a ranghi serrati dalla sua parte. Nei Sillogismi dell’amarezza, Cioran non esita a sposarne la causa (persa), sferrando un fendente micidiale agli apostoli del rendimento: «Se la Storia avesse un fine, come sarebbe penosa la sorte di noi che non abbiamo compiuto niente! Ma, nel nonsenso universale, noi c’innalziamo, puttane inefficaci, canaglie fiere d’aver avuto ragione» (27).

L’universale ineluttabilità della morte ci suggerisce come il fallimento, inscritto dalla natura nell’essenza stessa dell’individuo, finisca per coincidere col nostro destino. In altre parole, «l’individuo è uno scacco esistente» (28), un essere votato al fiasco, insomma. Tuttavia, quanti ne sono consapevoli? Quanti all’altezza? «Gli uomini non sanno essere inutili. Hanno dei cammini da seguire, delle mete da raggiungere, dei bisogni da saziare. Non sanno gioire della propria incompiutezza, mentre la vita non si giustifica altrimenti che per l’estasi di questa incompiutezza!» (29).

Il fallimento non è qualcosa d’accidentale nella vita, che può o meno verificarsi a seconda dei casi, quanto piuttosto una sgradita sorpresa che attende al varco tutti gli esistenti. Se la morte è lo stratagemma più democratico escogitato dalla natura per rinnovarsi, diventa inutile incaponirsi, rilanciare a ogni occasione la posta: tanto vale adeguarsi, ben sapendo che nessuno uscirà vincitore dalla roulette della vita. «Si crede di avanzare verso tale o talaltro scopo, dimenticando che non si avanza realmente che verso lo scopo stesso, verso lo sfacelo, insomma, di tutti gli altri» (30).

Come la malattia svela brutalmente la deperibilità del nostro corpo, così lo scacco ci mette di fronte alla vanità d’ogni obiettivo e alla vacuità dell’Io che cercava in esso la propria realizzazione. Se il perdente saprà mantenersi all’altezza del proprio fallimento, sfruttandone le potenzialità metafisiche, allora sarà a suo modo un illuminato, qualcuno che ha definitivamente compreso: «Anche se incolto, il fallito sa tutto» (31). Solo in quel momento, «sulle rovine della vita» (32), lo spirito si desta, «fiorisce». Poiché «ciò che conta – assicura Cioran – non è produrre ma comprendere. E comprendere significa […] percepire la somma d’irrealtà che entra in ogni fenomeno» (33).

Se lo scacco svela la nudità ontologica del reale, il successo, al contrario, equivale più o meno a un abbaglio, a un annebbiamento interiore, a un arretramento spirituale. Frutto di una congiuntura favorevole quanto imprevedibile di condizioni e accadimenti, la cosiddetta “riuscita” nasconde all’individuo i propri limiti – il determinismo biologico che lo sottende e quello cosmologico che lo sovrasta – rendendolo, in altre parole, oscuro a se stesso. Illudendolo di essere stato lui a pilotare il corso degli eventi verso il raggiungimento del risultato, il successo lo adula, lo lusinga, inoculandogli il veleno dell’onnipotenza e dell’infallibilità. Mostri di superficialità accecati dal demone dell’efficacia, i self-made men procederanno insensibilmente, come dei «perfetti idioti», verso l’abisso, verso «la smentita di tutto ciò che sono stati e di tutto quello che hanno fatto» (34).

Persino uno scrittore di successo come Scott Fitzgerald non riuscirà, secondo Cioran, a trarre tutte le conclusioni dal crollo che lo colpì all’improvviso. Benché The Crack-up – cronaca e autopsia del suo fallimento – sia d’una lucidità abbagliante, dinanzi al gouffre, all’abisso pascaliano, reagirà da romanziere, cercando un improbabile equilibrio tra «il senso dell’inutilità d’ogni sforzo e quello della necessità della lotta, tra la convinzione dell’inevitabilità dello scacco e l’imperativo della riuscita» (35). Trascinato dall’inguaribile ottimismo yankee, Fitzgerald vivrà hollywoodianamente il resto dei suoi giorni, come «un piatto incrinato», spiritualmente al di sotto dell’abissale verità intravista.

Consapevole che «non si sfugge alle proprie origini, specialmente alle nostre» (36), alla fine Cioran, a differenza di Fitzgerald, reagirà pascalianamente, facendo i conti con se stesso e il proprio passato. In altre parole, diventerà ciò che era, riconciliandosi con l’anima romena, quella parte di sé rinnegata e rifuggita in gioventù.

Infine si rende conto che «la Valacchia del cuore» (37) – quel misto di fatalismo atavico e di straziante nostalgia, frutto di un’incompiutezza essenziale, di un’inadeguatezza congenita all’essere – l’ha accompagnato ovunque, come «una poesia senza ritmo, un canto anteriore all’ispirazione, l’abbozzo di un’impossibile melodia» (38). Senza quella disciplina di fronte all’Irreparabile che è l’idea del destino – grazia ereditata dalle sciagure dei propri antenati – sarebbe forse riuscito a sopportare «l’orrore d’ogni giorno» (39)? Quella saggezza funebre, vera e propria metafisica rurale che un tempo lo riempiva di vergogna, ora diventa un segno d’elevazione, «una salvezza negativa», «una filosofia della storia ad uso quotidiano» (40), una risorsa indispensabile per affrontare i rovesci della vita, al punto da far impallidire le sterili elucubrazioni degli intellettuali parigini.

Il debito di riconoscenza va quindi a tutti quei falliti frequentati in gioventù, debosciati sublimi che lo hanno svezzato dalle illusioni della vita: «Imponendomi le loro amarezze mi avevano preparato alle mie» (41). In particolare, rimane indelebile nella memoria di Cioran la figura d’un compaesano di Răşinari. Costui, dopo aver ereditato una fortuna da uno zio d’America, la dilapidò nel giro di qualche anno, trascorrendo le sue giornate cantando e ubriacandosi nelle osterie, in compagnia d’un musicista di strada. «Ma gli dèi si mostrarono clementi: morì subito dopo. Senza sapere perché, ne ero affascinato – racconta Cioran – e avevo ragione di esserlo. Ora quando ripenso a lui, persisto nel credere che egli fosse veramente qualcuno, che tra tutti gli abitanti del Paese lui solo avesse abbastanza levatura da sprecare la sua vita» (42).

Qualcuno, a questo punto, potrebbe insinuare che l’apologia cioraniana del fallimento sia solo una posa letteraria decadente, una provocazione poetica mirata a épater les bourgeois o, peggio ancora, una giustificazione ideologica del proprio status di scrittore senza lettori. Ad ogni modo, l’austera sobrietà della sua vita sarà la migliore confutazione di certe maliziose calunnie, nonché la conferma dell’autenticità, del sonner vrai, della sua prosa.

Sul finire degli anni Settanta, in seguito alla pubblicazione di Squartamento, il successo bussò infine alla minuscola porta della mansarda, al 21 di rue de l’Odéon. Cioran non si scompose, anzi, fu visibilmente contrariato dall’improvviso clamore suscitato dal libro (43). Trent’anni d’apprendistato nel mimetismo dell’anonimato – all’insegna di quell’ama nesciri («desidera di essere ignorato») raccomandata dall’ignoto autore dell’Imitatio Christi (44) – lo avevano corazzato per resistere alle sirene d’una notorietà tardiva, alla calamità di una fama planetaria che aveva già contagiato tanti suoi amici, il filosofo Gabriel Marcel in testa.

Allorché i suoi opuscoli iniziarono a circolare in Spagna, qualcuno insinuò che il nome Cioran non fosse altro che un eteronimo inventato dal traduttore, il filosofo Fernando Savater. Questi lo informò prontamente del malinteso: «Cioran, qui dicono che lei non esiste». Da Parigi, a stretto giro di posta, arrivò l’insolita risposta: «Per favore, non li smentisca!» (45).

La fedeltà alla sapienza dello scacco di chi aveva dichiarato «piuttosto in una cloaca che su un piedistallo» (46) rimarrà inalterata, respingendo l’assalto della più becera alleata dell’«abominevole Clio» (47): la televisione. All’invito allettante di Bernard Pivot, conduttore della celebre trasmissione letteraria Apostrophes, Cioran opporrà un secco rifiuto: «Non voglio che la gente si ricordi della mia faccia e che mi guasti il piacere maggiore della mia vita, le passeggiate per il giardino del Luxembourg» (48). Raramente l’umanità ha dato prova di simili esempi d’eleganza morale, che consiste «nell’arte di mascherare le proprie vittorie in sconfitte» (49).

Per noi moderni, genìa prometeica e faustiana al capolinea della storia, che abbiamo cercato e atteso l’eterno nel tempo, invasati dalla strampalata idea di edificarlo mediante l’azione, per noi, armeggiatori nell’incurabile, il fallimento finisce per diventare un passaggio obbligato, qualcosa come una tappa tutta occidentale verso il risveglio. In aperto dissenso con l’etica mistificante della vittoria, la saggezza paradossale di Cioran invita a vedere la débâcle en rose, ad abbracciarla, ad amarla: «Dopo, non si avranno più sorprese: si è superiori a tutto ciò che capita, si è padroni dei propri scacchi. Una vittima invincibile» (50).

Il fallito? Un recalcitrante divino, un eroe à rebours…

 

  1. Patrice Bollon, Cioran, l’hérétique, Gallimard, Parigi 1997, p. 20.
  2. E. M. Cioran, Transfiguration de la Roumanie, Éditions de L’Herne, Parigi 2009, p. 109. I riferimenti bibliografici cioraniani privi del nome dell’autore e di altre specifiche sono tratti dall’edizione Oeuvres, Gallimard, coll. «Quarto», Parigi 1995.
  3. «La Romania è geografia, non storia» (E. M. Cioran, Transfiguration de la Roumanie, cit., p. 135).
  4. Cfr. ivi, p. 149. Protagonista del poema è un pastore moldavo in procinto di essere assassinato e derubato da altri due, uno transilvano e uno vranceano. Sebbene avvertito per tempo da una sua agnellina (Mioriţa), accetta supinamente e con fatalismo la propria morte, accogliendola come una «regina radiosa», «sposa del mondo» cui si unirà in un matrimonio celebrato e festeggiato dall’intero cosmo.
  5. E. M. Cioran, Les secrets de l’âme roumaine. Le «Dor» ou la nostalgie, in Exercices négatifs. En marge du Précis de décomposition, Gallimard, Parigi 2005, p. 116.
  6. Ivi, p. 118.
  7. Ivi, p. 119.
  8. E. M. Cioran, Transfiguration de la Roumanie, cit., p. 237.
  9. Cfr. ivi, pp. 257-258.
  10. E. M. Cioran, Profilul interior al căpitanului, in «Glasul Strămoșesc», 25 dicembre 1940, ora in Cioran, «Cahier de L’Herne» n. 90, Éditions de l’Herne, Parigi 2009, pp. 53-54.
  11. E. M. Cioran, Transfiguration de la Roumanie, cit., p. 237.
  12. Ivi, p. 125.
  13. Ivi, p. 128.
  14. Ivi, p. 131.
  15. E. M. Cioran, Fragments de Quartier latin, in «Cuvântul», 31 gennaio 1938, ora in Solitude et destin, tr. di Alain Paruit, Gallimard, Parigi 2004, p. 392.
  16. Ivi, pp. 388-392.
  17. Ivi, pp. 389-390. Più avanti, comunque, confesserà di essere stato perseguitato da questo brano dell’Aurelia di Nerval: «Arrivato sulla piazza della Concorde, il mio pensiero era di distruggermi». D’altronde, il suo sogno giovanile era di vivere da eterno studente e morire infine in una stanza d’hotel del Quartier latin. Cfr. L’inconvénient d’être né, p. 1379; Gabriel Liiceanu, Itinéraires d’une vie: E. M. Cioran. Les continents de l’insomnie. Entretien avec E. M. Cioran, Michalon, Parigi 1995, p. 107.
  18. E. M. Cioran, Mihai Eminescu, in Exercices négatifs, cit., p. 112.
  19. Syllogismes de l’amertume, p. 747. Altrove si descrive come «un frenetico che vive nell’interminabile poesia dello scacco» (E. M. Cioran, Cahiers 1957-1972, Gallimard, Parigi 1997, p. 65).
  20. Précis de décomposition, p. 671.
  21. E. M. Cioran, Fragments de Quartier latin, cit., p. 390.
  22. Ivi, p. 391.
  23. «Essere artista è fallire, così come nessun altro ha il coraggio di fallire, il fallimento è il mondo dell’artista, e sfuggirlo equivale alla diserzione, ad arti e mestieri, a buona amministrazione casalinga, a vivere» (cit. in Samuel Beckett, Il “fallimento” di Bram Van Velde, in «L’Europa letteraria», aprile 1961).
  24. Entretien avec Michael Jakob, in E. M. Cioran, Entretiens, Gallimard, Parigi 1995, p. 294.
  25. Cfr. E. M. Cioran, Bréviaire des vaincus II, Éditions de L’Herne, Parigi 2009, p. 61.
  26. Précis de décomposition, p. 655.
  27. Syllogismes de l’amertume, p. 781.
  28. Le crépuscule des pensées, p. 492.
  29. Bréviaire des vaincus I, p. 513.
  30. Aveux et anathèmes, p. 1716.
  31. Des larmes et des saints, p. 322.
  32. Le crépuscule des pensées, p. 263.
  33. Le mauvais démiurge, p. 1221.
  34. E. M. Cioran, Cahiers, cit., p. 989.
  35. Francis Scott Fitzgerald, The Crack-Up, cit. in Fitzgerald, in Exercices d’admiration. Essais et portraits, p. 1617
  36. Lettera ad Aurel Cioran del 30 agosto 1979 in E. M. Cioran, Ineffabile nostalgia. Lettere al fratello. 1931-1985, a cura di Massimo Carloni e Horia Corneliu Cicortaş, Archinto, Milano, di prossima pubblicazione.
  37. E. M. Cioran, Bréviaire des vaincus II, cit., p. 19.
  38. Ivi, p. 16.
  39. La tentation d’exister, p. 852.
  40. Ivi, p. 851.
  41. Ivi, p. 886. Nei Cahiers (cit., p. 913), Cioran ricorda: «Tutti i Romeni che hanno contato nella mia vita: Sorin Pavel, appunto, Ţuţea, Zapraţan, Crăciunel, e il più grande di tutti, Nae Ionescu, erano dei “falliti”».
  42. Aveux et anathèmes, p. 1704.
  43. Cfr. la lettera ad Aurel Cioran del 25 novembre 1979 (ora in E. M. Cioran, Ineffabile nostalgia, cit.): «Ecco adesso questo libro, sicuramente meno buono degli altri, di cui tutti si sono messi a parlare. Fenomeno inesplicabile e… deprimente. Ho chiesto all’editore di bloccare ogni pubblicità e, t’assicuro, se fosse in mio potere, ritirerei questo povero Squartamento dal commercio».
  44. Cfr. L’inconvénient d’être né, p. 1288.
  45. Fernando Savater, Cioran, un angelo sterminatore, tr. di C. M. Valentinetti, Frassinelli, Milano 1998, p. XV.
  46. L’inconvénient d’être né, p. 1342.
  47. Écartèlement, p. 1485.
  48. Cit. in Fernando Savater, op. cit., pp. 153-154.
  49. Écartèlement, p. 1449.
  50. E. M. Cioran, Cahiers, cit., p. 983.

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Inland n. 9/2019
Quello che stringete tra le mani è il numero più complesso, stratificato, polisemantico del nostro – vostro – INLAND. Quaderni di cinema. Lo è innanzitutto grazie al parco autori, mai [...]
Dino Buzzati - Nostro fantastico quotidiano
Vi sono autori, come disse una volta Conan Doyle, che «hanno varcato una porta magica». Tra questi spicca Dino Buzzati, che ha condotto il fantastico nel cuore pulsante della materia. [...]
Jorge Luis Borges - Il Bibliotecario di Babele
Jorge Luis Borges è un autore oceanico, un crocevia di esperienze, storie, civiltà e piani dell’essere, un caleido­scopio nel quale il passato si fa futuro e il futuro si rispecchia [...]
Antonio Bido

Antonio Bido

Inland n. 11/2019
Girata la boa del decimo numero, INLAND. Quaderni di cinema compie altri due significativi passi in avanti. Innanzitutto ottiene il passaporto. A rilasciarlo è stato il Paradies Film Festival di Jena [...]
Carlo & Enrico Vanzina

Carlo & Enrico Vanzina

Inland n. 7/2018
INLAND. Quaderni di cinema numero #7 nasce nell’ormai lontano dicembre 2017, in un bar di Milano dove, di fronte al sottoscritto, siede Rocco Moccagatta, firma di punta di tutto quel [...]
Lav Diaz

Lav Diaz

Inland n. 3/2017
È da tempo che noi di INLAND pensiamo a una monografia dedicata a Lav Diaz. Doveva essere il numero #1, l’avevamo poi annunciato come #2, l’abbiamo rimandato in entrambe le [...]
Lune d'Acciaio - I miti della fantascienza
Considerata da un punto di vista non solo letterario, la fantascienza può assumere oggi la funzione un tempo ricoperta dai miti. I viaggi nello spazio profondo, le avventure in galassie [...]
Rob Zombie

Rob Zombie

Inland n. 1/2015
Con la parola inland si intende letteralmente ciò che è all’interno. Nel suo capolavoro INLAND EMPIRE, David Lynch ha esteso la semantica terminologica a una dimensione più concettuale, espansa e [...]
Sergio Martino

Sergio Martino

Inland n. 5/2017
Giunto al quinto numero, INLAND. Quaderni di cinema affronta uno snodo cruciale, fatto di significative ed emblematiche svolte che segnano uno scarto, un’apertura rispetto alla precedente linea editoriale. Innanzitutto la scelta del [...]
Carlo Verdone

Carlo Verdone

Inland n. 12/2019
"Vi ho chiesto di mettere la mia moto Honda Nighthawk in copertina perché su quella moto c'è passato il cinema italiano. Su quella moto io sono andato e tornato da [...]
Rob Zombie Reloaded

Rob Zombie Reloaded

Inland n. 8/2019
Giunto all’ottavo fascicolo, INLAND. Quaderni di cinema riavvolge per un attimo la pellicola della sua breve ma significativa storia, tornando a percorrere i passi compiuti nel 2015 quando aveva aperto [...]
America! America? - Sguardi sull'Impero antimoderno
L’impero statunitense ha sempre generato nella cultura italiana reazioni contrastanti, che spaziano da un’esaltazione semi-isterica a una condanna a priori, altrettanto paranoica. Sembra sia pressoché impossibile, per chi si confronta [...]
Walt Disney - Il mago di Hollywood
«Credo che dopo una tempesta venga l’arcobaleno: che la tempesta sia il prezzo dell’arcobaleno. La gente ha bisogno dell’arcobaleno e ne ho bisogno anch’io, e perciò glielo do». Solo un [...]
4-4-2 - Calciatori, tifosi, uomini
Nel calcio s’intrecciano oggi le linee di forza del nostro tempo; talvolta vi si palesano le sue fratture, i suoi non-detti. Ecco perché il quattordicesimo fascicolo di «Antarès» è dedicato [...]
Nicolas Winding Refn

Nicolas Winding Refn

Inland n. 4/2017
Perché Nicolas Winding Refn? La risposta è semplice: perché, piaccia o no, è un autore che, più di altri, oggi ha qualcosa da dire. Sebbene sempre più distante dalle logiche [...]
Michele Soavi

Michele Soavi

Inland n. 6/2018
Il nuovo corso di INLAND. Quaderni di cinema, inaugurato dal numero #5, dedicato a Sergio Martino, è contraddistinto da aperture al cinema italiano, al passato, a trattazioni che possano anche [...]

Ultimi post dal blog

In occasione del compleanno di Matthew MacFadyen (Great Yarmouth, 17 ottobre 1974), indimenticato Mr Darcy e Oblonsky rispettivamente in Orgoglio e pregiudizio e Anna Karenina di Joe Wright, vi proponiamo il montaggio dedicato alla cinematografia del regista britannico dalla co-curatrice di Bietti Heterotopia per promuovere il suo numero #30: "Joe Wright. La danza dell'immaginazione, da Jane Austen a Winston Churchill" di Elisa Torsiello, con prefazione del premio Oscar Dario Marianelli e postfazione del direttore della fotografia Seamus McGarvey. [embed]https://youtu.be/Ug5MtNLGAUs[/embed]    
11 Settembre 2001. Sembra quasi superfluo sottolineare come questa data, col suo carico di orrore e violenza, abbia sconvolto per sempre la società occidentale del XXI secolo. La morte di migliaia di persone, che tutti hanno potuto vedere in diretta televisiva, ha avuto un impatto psicologico di portata mondiale. Così come lo hanno avuto tutti gli eventi che ne sono seguiti: le guerre in Iraq e Afghanistan, la scoperta delle torture nel carcere di Abu Graib, la recrudescenza della xenofobia, la grande crisi economica. Una cicatrice che ancora oggi segna profondamente l’Occidente E il cinema, che si rapporta sempre alla società [...]