HPL, ovvero come curarsi dai propri incubi

Giuseppe Magnarapa
H.P. Lovecraft #2 – L’orrore cosmico del Maestro di Providence n. 8/2014
HPL, ovvero come curarsi dai propri incubi

Se fino alla fine del XIX secolo i sogni venivano interpretati dagli intellettuali in base ai dettami della cultura predominante, all’inizio del Ventesimo, la scoperta dell’Inconscio aprì la strada a una concezione molto diversa. I sogni, secondo Freud, altro non sarebbero che finestre aperte dal sonno sul passato del sognatore – in particolare, sulle sue parti meno gradevoli.

A differenza dei più, tuttavia, i quali nei sogni rivivono simbolicamente le brutte esperienze relegate nell’inconscio, affinché non turbino più la vita quotidiana, sembra che nel corso della sua non lunga esistenza H. P. Lovecraft abbia effettuato l’operazione inversa: è andato incontro ai suoi incubi, al punto che, in lui, il confine tra la visione onirica del sonno e la rimuginazione immaginativa della veglia appare molto sfumato, fino a scomparire del tutto. Non risulta che lo scrittore di Providence si sia mai rivolto a un medico per affrontare le proprie angosce, ma di certo la sua vita è stata un concentrato di esperienze inquietanti: la follia di entrambi i genitori, la protettività ossessiva di una madre paranoica che lo teneva chiuso in casa per via della sua asserita bruttezza e che fu a sua volta internata in manicomio, le difficoltà economiche e l’isolamento quasi completo, con una grave compromissione dell’autostima.

Il suo percorso mentale è rappresentato da una serie di meccanismi di difesa, tra i quali spicca quello che oggi chiamiamo razionalizzazione; anziché sfuggire ai suoi incubi, li ha affrontati, dissezionandoli con lo sguardo freddo dello scienziato: ha dato loro un nome, una consistenza fisica, una forma e uno scopo.

Ed ecco apparire Shub-Niggurath, immagine della sessualità repressa, il Grande Cthulhu, orribile simbolo del potere assoluto, Nyarlathotep, incarnazione dell’Irrazionale in agguato, e Azathoth, il dio deforme che bestemmia al centro dell’Infinito, specchio dell’immagine rimossa dell’Io, di cui Lovecraft ha sempre avuto terrore. Trasformandoli in personaggi letterari, è riuscito a tenerli a bada e a non farsi distruggere da loro.

Molti dei sogni riferiti dall’autore sono una combinazione quasi alchemica di tematiche abituali appartenenti all’esperienza di ciascuno e di reazioni emotive legate tanto alla necessità di ricostruire il passato – anche nelle sue componenti sgradevoli, che appartengono comunque alla nostra identità – quanto a quella di anticipare un futuro ignoto e impregnato di ipotetici pericoli.

Uno dei motivi onirici più frequenti è la casa. È nella dimora paterna, in cui si nasce e cresce, che fermentano tutti i problemi primari dell’infanzia. Qui si verificano i cambiamenti più importanti e rapidi della vita, si consumano i rapporti emotivi tra i familiari. Il bambino se ne rende conto assai più di quanto siamo indotti a credere e percepisce precocemente i conflitti che ne derivano, introiettandoli e facendo germogliare i semi delle angosce future.

Ed è la casa, naturalmente, il tema centrale di alcuni dei sogni di Lovecraft, come quello della Città Ancestrale, della Casa nella Palude e del Castello Infernale.

Nel primo, il dormiente non partecipa attivamente al sogno, rispetto al quale è solo una presenza incorporea (anche se senziente e percettiva): la magnifica città del sogno è completamente deserta e circondata da un paesaggio oscuro e ostile.

Ricordiamo che Lovecraft visse per molti anni nella casa dei nonni materni, persone di ottima famiglia e di grande cultura classica: ma crebbe praticamente solo, accudito da una madre che gli impediva persino di uscire e andare a scuola, come se all’esterno fossero in agguato chissà quali pericoli (il paesaggio circostante del sogno). Eppure, lì si sentiva al sicuro, respirando un’aria di classicismo, senza tuttavia sentirsi appagato dalla tradizione e sempre tormentato dalla tendenza a risalire ancora più indietro, per capire la provenienza di quest’ultima. Così, a forza di sondare compulsivamente il passato del passato, la sua mente, nell’estremo tentativo di dare un volto all’immensa solitudine e al terrore dell’inconoscibile, si perde nella convinzione che la città del sogno sia stata funestata migliaia d’anni prima da un evento tragico e ignoto.

Nel sogno della Casa nella Palude, il simbolo si personalizza ulteriormente: non è più la “sua” città, ma l’abitazione in cui è vissuto, assai più simile a quella reale, una casa del New England col tetto a mansarda – anch’essa, come la Città Ancestrale, circondata da un paesaggio impregnato di significati oscuri. Stavolta, però, il sognatore non è incorporeo, né solo; è accompagnato da un uomo vecchissimo e, tuttavia, molto più “in forma” di lui, incarnazione di un passato remoto pregno di tradizione classica, forse uno dei saggi ritratti nelle inquietanti statue della città ancestrale.

A differenza di quest’ultima, in cui l’attenzione è rivolta prevalentemente al passato – nelle cui viscere cerca d’identificare l’origine dell’evento orribile che l’ha resa deserta – nella Casa della Palude la scala, per quanto insicura, sembra indicare un anelito verso il futuro. L’idea che il sognatore possa essere deceduto e rinato compare in molte altre visioni oniriche, come una specie di filo d’Arianna attraverso cui Lovecraft tenta di tracciare un continuum temporale, forse nel tentativo di prendere le distanze dagli incubi infantili per proiettarsi in un futuro nel quale la casa, sempre uguale, preservi il suo “Io”, tormentato da ulteriori peggioramenti. Si tratterebbe, cioè, della ricerca di una stabilità impossibile e, per di più, inquinata dal terrore che possa rivelarsi il Nulla assoluto, coincidendo con la morte.

Nel sogno del Castello Infernale il tema della casa ricompare in forma più strutturata e dinamica. Senza l’intermediazione del simbolo, appare molto più pertinente alle origini britanniche del nonno di Lovecraft: si tratta, infatti, di un tipico castello inglese di epoca medioevale di cui il sognatore è signore. La differenza principale rispetto ai sogni precedenti risiede nella rappresentazione esteriorizzata del conflitto. Il sognatore s’identifica infatti nel capo dei difensori che, in singolar tenzone col comandante nemico, gli fa saltare via l’elmo, scoprendo come sotto di esso non vi sia alcuna testa.

L’incubo, stavolta, non è incarnato da divinità ultraterrene ma da presunti avversari “umani” contro i quali è possibile combattere e persino vincere; salvo poi scoprire che questi “nemici”, celati da inquietanti armature, in realtà non esistono – o, meglio, non hanno consistenza fisica, proprio come le angosce di Lovecraft, anche in questo caso razionalizzate e trasformate in soggetti (apparentemente) tangibili.

In questi sogni predomina il tema simbolico del contenitore fisico, la propria casa, espressione di un presente gravido di rischi. Un presente sempre posto tra due fuochi: il passato, con le sue esperienze dimenticate o da dimenticare, e il futuro, che incombe col suo carico di eventi ignoti e, dunque, potenzialmente tragici.

Aggiungiamo solo che, dal punto di vista psicopatologico, questo corrisponde a una coloritura stabilmente depressiva del tono dell’umore – come i cultori di Lovecraft avranno certamente capito, senza bisogno di una consulenza psichiatrica. Ma si tratta solo di una conferma di quanto i nostri sogni possano essere rappresentativi dello stato d’animo, soprattutto quando questo si consolida in un tratto caratteriale destinato a persistere tutta la vita, proprio come un connotato fisico.

Analogo stato traspare anche in altri due sogni, i cui protagonisti sono rispettivamente l’arcano bassorilievo e lo sciame d’oltrespazio.

Nel primo compare il tema, ricorrente nella produzione lovecraftiana, della reincarnazione. Nell’immaginario dello scrittore, essa rappresenta sia l’estrema difesa contro l’angoscia della morte, cioè del Nulla, sia un evento da custodire nella propria intimità, come fosse un segreto oscuro e talmente pericoloso da indurre a distruggere la prova della sua esistenza; al pari delle sensazioni che il depresso evita di comunicare, nel timore di perderne il controllo.

La ragione, tuttavia, non può che chiedersi quale sia l’origine di queste forze oscure, anche perché una parvenza di spiegazione potrebbe attenuarne l’impatto doloroso sulla coscienza: ed ecco che, ogni tanto, vengono abbozzati tentativi di dar loro un senso, come avviene, per esempio, nel sogno dello sciame d’oltrespazio, dove una massa di creature volanti molto piccole penetra nel cranio del sognatore, colonizzandone il cervello e procurandogli visioni alternanti, affini alle allucinazioni uditive e visive degli psicotici.

È chiara, in questo caso, la tendenza a proiettare all’esterno la causa dei tormenti stessi, attribuendola a parassiti alieni che alterano le funzioni cerebrali: la cosa non è documentata, ma è probabile che il padre di Lovecraft fosse affetto da paralisi progressiva, grave complicazione cerebrale della sifilide e che, quindi, le minuscole creature volanti del sogno potessero rappresentarne, nell’immaginario dello scrittore, proprio i germi, unici responsabili della malattia, identificati con un meccanismo di proiezione e razionalizzazione, sempre allo scopo di alleggerirne l’angoscia.

Queste ipotesi confermerebbero, comunque, la struttura depressiva di Lovecraft, come pure la fortissima eventualità che egli potesse soffrire di cicliche e gravi recrudescenze di questo disturbo emozionale sotto forma di autentiche crisi depressive monopolari che solo la sua fervida attività immaginativa, la sua produttività letteraria e le sue capacità di razionalizzazione avrebbero potuto tenere a bada, impedendogli il suicidio.

Vale la pena ricordare che Lovecraft mai apprezzò Freud, che definì il «ciarlatano di Vienna», il che, in un certo senso, conferma la nostra ipotesi, dato che molti pazienti psichiatrici sono aggressivi proprio verso ciò di cui hanno bisogno.

“Trauma” deriva dal tedesco Traum, il cui significato letterale è proprio “sogno”; ciò si adatta perfettamente al caso di H. P. Lovecraft. Sembra dunque che un qualunque sogno s’identifichi con la rappresentazione di un evento traumatico, cioè negativo, per il soggetto che lo subisce. Il che, di fatto, conferma quanto già rilevato, cioè che l’attività onirica è liberatoria solo nella misura in cui la sua interpretazione l’alleggerisce dell’angoscia di cui è gravato l’evento reale rimosso da cui scaturisce – e poco importa che si tratti di un evento oggettivo o soggettivo, cioè esclusivamente di un “vissuto”. È lo stesso Lovecraft a confermarlo allorché, a conclusione del suo resoconto del sogno nel castello infernale, avverte il lettore che «il sogno era reale… reale come la mia stessa presenza a questo tavolo, con la penna in mano!».

Non sappiamo se il «ciarlatano di Vienna» avrebbe potuto aiutare il maestro di Providence a liberarsi dai suoi fantasmi, ma di una cosa siamo certi: se i due si fossero incontrati per una terapia e se questa fosse andata a buon fine, oggi la nostra immaginazione sarebbe più povera e non potremmo star qui a parlare di Lovecraft, dopo esserci lasciati coinvolgere con masochistica soddisfazione dalle arcane armonie e dal languore ipnotico che impregnano la sua narrativa.

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