Al cinema con Lovecraft

Gianfranco de Turris
H.P. Lovecraft #2 – L’orrore cosmico del Maestro di Providence n. 8/2014
Al cinema con Lovecraft

È possibile rendere visivamente l’orrore di Lovecraft, lui che invece prediligeva soprattutto l’allusione, più che la descrizione esplicita? Certamente i suoi “mostri” non è che non siano rappresentati, ma non è sull’aspetto esteriore che si basa la paura che incutono, bensì sulla loro totale estraneità al mondo dell’uomo, sul retaggio di un passato a noi sconosciuto, sul desiderio di riprendere possesso di una loro antica proprietà che è la Terra, sull’annullamento e sospensione delle leggi fisiche che governano il nostro mondo e ci danno sicurezza. Quindi, su un’atmosfera generale, che pervade le storie raccontate dal Maestro di Providence. È nella mancanza di scene esplicite di sangue o di episodi efferati, come nei cosiddetti film splatter, che sta la difficoltà estrema di trasporre le storie di Lovecraft sullo schermo grande e piccolo. A questa impresa improba è dedicato un ampio e dettagliato saggio di Antonio Tentori, un critico specialista di questo genere: stiamo parlando di H. P. Lovecraft e il cinema, ricco di dati e illustrazioni. Tentori, che è anche sceneggiatore di film di questo tipo per vari registi italiani, ha esaminato tutte le pellicole ufficialmente tratte dalle storie di HPL: si va dai film di esordio come La città dei mostri (1963) di Roger Corman, ispirato a Il caso di Charles Dexter Ward, e La morte dall’occhio di cristallo (1965) di Daniel Haller, tratto da Il colore venuto dallo spazio, sino all’ultimo Dagon/La mutazione del male (2001) di Stuart Gordon, ispirato, nonostante il titolo, a La maschera di Innsmouth, passando attraverso Le vergini di Dunwich (1969), Re-animator (1985 e 1991), La creatura (1988), il film a episodi Necronomicon (1993) e così via. A nostro parere, tutti più o meno un fallimento (a parte forse quello di Corman, grazie alle suggestioni del bianco e nero): nessuno dei registi si è saputo calare nell’orrore di HPL, puntando invece a quel che è l’orrore di oggi: sangue, sesso, terrore esplicito. Assai meglio, invece, i film che Tentori ha definito «ispirati alla sua opera». Qui l’autore si fa forse prendere la mano dalla sua passione e include pellicole che, per noi, non hanno quasi nulla di “lovecraftiano” se non qualche spunto, ma la cui realizzazione cade dove sono caduti già gli altri. Ad esempio, i film ormai di culto come Non aprite quella porta (1974) di Tabe Hooper o Le colline hanno gli occhi (1977) di Wes Craven di certo si ispirano alle famiglie degenerate, omicide e antropofaghe che vivono in luoghi desolati e sperduti dell’America o dell’Inghilterra descritte da Lovecraft, ma tutto finisce lì, perché HPL non è mai sceso ai livelli splatter, alle orge di sangue e di sadismo efferato dei due famosi registi. I tre assoluti capolavori della cinematografia indirettamente ispirati all’universo lovecraftiano sono, su piani diversi, Alien (1979) di Ridley Scott, Il Signore del Male (1987) e Il seme della follia (1994) di John Carpenter. Il primo perché materializza un puro orrore cosmico, totalmente estraneo (alieno, appunto) all’umanità, una materia caotica in forma umanoide, tra l’insetto e il mostro preistorico insieme. Gli altri due, invece, sono opera di un regista visionario come pochi, che ha ben capito il messaggio dello scrittore di Providence: il mescolarsi di sogno e realtà, incubo e veglia, aspettativa e profezia, il risvegliarsi e l’infiltrarsi del Male e dell’Altrove nella vita quotidiana attraverso una setta e un libro (che non è il solito Necronomicon), che aprono porte su altre dimensioni inumane, trascinandovi l’inerme spettatore. Antonio Tentori, H. P. Lovecraft e il cinema, Edizioni Profondo Rosso, Roma 2014, pp. 240, € 24,90.

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