Quell’avventura chiamata adolescenza

Nathan Greppi
Gli ultimi Samurai – Anime e manga, fiabe dall’era atomica n. 17/2021
Quell’avventura chiamata adolescenza

Shonen – letteralmente, “ragazzo” in lingua giapponese – è il termine che indica i manga destinati a un pubblico di adolescenti maschi. Infatti, il primo criterio di classificazione per i fumetti e l’animazione nipponici non è il genere (commedia, azione, thriller, eccetera) ma il target di pubblico: gli shonen per i ragazzi, gli shojo per le ragazze, i kodomo per i bambini, i seinen per gli adulti, e così via. È quindi facile intuire il motivo per cui nei più popolari manga e anime shonen i personaggi principali appartengano perlopiù alla stessa fascia d’età del loro pubblico di riferimento, ossia giovani di età compresa tra i dodici e i diciotto anni: l’obiettivo è permettere a lettori e spettatori di identificarsi con i protagonisti, le cui avventure, per quanto soprannaturali, sono una metafora delle numerose sfide che comporta la fase di transizione dall’infanzia all’età adulta (i primi passi lontano dalla famiglia, i primi amori, la ricerca del proprio posto nel mondo…). Indipendentemente dall’ambientazione e dalle atmosfere, il pubblico premierà gli shonen che più avranno saputo raccontare il viaggio verso l’età adulta in tutte le sue sfaccettature e complessità, come hanno fatto tre delle serie di maggior successo degli ultimi vent’anni: One Piece, Naruto e Bleach.

One Piece, frutto del genio di Eiichiro Oda, è ad oggi la serie manga più venduta nella storia. Iniziata nel 1997 sulle pagine della celebre rivista «Shonen Jump» e tuttora in corso, è ambientata in un mondo dove ci sono poche terre emerse e l’acqua ricopre quasi tutta la superficie terrestre. Il protagonista, Monkey D. Rufy (Rubber nella versione italiana), è un ragazzo di diciassette anni che sin da bambino sogna di solcare i mari per diventare il Re dei Pirati; a tale scopo, inizia a mettere insieme una ciurma per entrare nella “Rotta Maggiore”, un’area marittima che come un equatore divide in due il globo, per circumnavigarlo fino al luogo dove si dice sia nascosto lo One Piece, il tesoro del leggendario Re dei Pirati Gold Roger, giustiziato dal Governo Mondiale ventidue anni prima.

Lungo la strada, Rufy e i suoi compagni devono affrontare avversità sempre maggiori: ciurme rivali, mostri giganteschi e la Marina, legata a doppio filo al Governo Mondiale che domina il mondo di One Piece. E in questo sta una delle particolarità della serie: One Piece è infatti uno dei manga più politicizzati di sempre, nonostante il protagonista in realtà non abbia veri ideali, ma sia un semplice sognatore che passa le giornate a mangiare e a dormire, tranne quando deve combattere. È proprio nel superamento della sua condizione di “pigro sognatore” nel momento del bisogno che si realizza la sua crescita personale.

Come spiegava il giornalista Alessandro Lolli nel saggio Guida all’immaginario nerd (Odoya, 2019), quelli della ciurma di Rufy in realtà sono più avventurieri che pirati, poiché non compiono saccheggi né massacri. In compenso, ogni volta che trovano una popolazione inerme maltrattata da tiranni o invasori, mettono da parte gli impulsi egoistici e finiscono involontariamente per diventare eroi. Rufy è sempre pronto a mettere in secondo piano i suoi obiettivi e il suo comportamento infantile quando si ritrova a dover salvare qualcuno, che si tratti di un compagno o di uno sconosciuto in difficoltà. Nel corso del suo viaggio impara come diventare sempre più forte e acquisire maggiori abilità e nuovi alleati; tuttavia, ciò va di pari passo con la comparsa di ostacoli sempre più grandi da superare. Non mancano le sconfitte, che però lo spingono ad allenarsi ulteriormente per raggiungere i suoi obiettivi e difendere chi gli è vicino, maturando interiormente come persona.

È, insomma, il tipico eroe shonen: un giovane che insegue i suoi sogni e spesso è guidato più dalle emozioni che dalla razionalità. Per dimostrare come Oda volesse creare un’identificazione tra il pubblico e i personaggi principali basta osservare i primi cinque membri della ciurma (oltre a Rufy, lo spadaccino Zoro, la navigatrice Nami, il cecchino Usop e il cuoco Sanji), presenti nel momento in cui l’eroe entra per la prima volta nella Rotta Maggiore: la loro età media in quel momento è di diciotto anni.

La serie, arrivata a novantasei volumi del manga e a novecentotrentasei episodi dell’anime, si presenta come un’unica grande storia suddivisa in saghe: in ogni episodio la ciurma si ritrova in un determinato luogo per affrontare un particolare nemico.

Se quella di One Piece è una narrazione basata sul viaggio, dove l’unica casa è la nave e la crescita e maturazione del protagonista sono inizialmente legate più agli eventi che a una scelta razionale, in Naruto il legame con la terra d’origine è molto marcato, così come il costante desiderio di autosuperamento del protagonista. Realizzato dal mangaka Masashi Kishimoto, è uscito in settantadue volumi tra il 1999 e il 2014, mentre il corrispondente anime è uscito in due serie: Naruto e Naruto: Shippuden. La serie racconta le vicende di Naruto Uzumaki, un orfano di dodici anni che frequenta l’accademia ninja del Villaggio della Foglia, suo paese natio e tra le cinque grandi potenze del continente. Naruto è sempre stato maltrattato e discriminato dagli altri abitanti del villaggio, poiché quand’era piccolo dentro di lui è stato sigillato lo spirito della Volpe a Nove Code, una creatura mostruosa che anni prima seminò morte e distruzione nel villaggio. In quest’ambientazione fantastica risulta sin da subito evidente il debito con l’immaginario nipponico, non solo per il ninjutsu, ma anche per lo spirito volpe, kitsune, elemento classico del folklore shintoista, che nella sua incarnazione a nove code ne rappresenta il rango più alto.

Il sogno di Naruto è diventare l’Hokage, il capo e ninja più potente del villaggio, in modo da non essere più maltrattato. Per farlo, inizia a svolgere varie missioni assieme ai compagni Sasuke, suo rivale, e Sakura, di cui è innamorato, e il loro maestro Kakashi.

Il personaggio di Naruto è forse il più riuscito nella storia dei manga per quanto riguarda l’identificazione del pubblico: dietro il ninja che si esercita nelle arti magiche si nasconde un ragazzo che combina guai e fa di tutto per attirare l’attenzione di chi lo ha sempre disprezzato. Il nemico più grande che deve affrontare non è rappresentato dai pericolosi criminali o dagli animali giganti in cui si imbatte, bensì dalla solitudine, male ben presente nella nostra società. Non è un caso che la sua tecnica di riferimento consista nel moltiplicarsi e creare propri sosia, poiché, come gli dice Sasuke durante il loro ultimo duello, «quella tecnica è il simbolo della tua debolezza, perché serve a mascherare la tua solitudine».

Un altro tema tipico dell’adolescenza è costituito dai primi amori: Naruto ha una “cotta” per Sakura, che però è a sua volta innamorata persa di Sasuke, il che rende Naruto geloso e accresce in un primo momento la rivalità tra i due. Ironia della sorte, Naruto non si accorge per molto tempo dei sentimenti di Hinata, la quale, oltre ad essere l’unica sua coetanea nel villaggio a non averlo mai disprezzato, è anche innamorata di lui, ma a causa della sua insicurezza fatica a rivelargli le proprie emozioni.

Avventure e sentimento, dunque, ma non solo. Il lettore segue infatti la crescita del protagonista fino alla paternità: al termine della serie Naruto è un padre che rimprovera suo figlio Boruto quando, per attirare la sua attenzione, combina guai simili a quelli del padre da giovane. Maturazione e crescita, quella vissuta da Naruto, nella quale è accompagnato dagli altri personaggi: Sasuke, che dopo aver covato una crescente sete di vendetta per lo sterminio della sua famiglia diventa lentamente più lucido, anche grazie a Naruto, che pur considerandolo un rivale non ha mai rinunciato a salvarlo; altro esempio è Gaara, anch’egli discriminato perché porta dentro di sé un mostro simile alla volpe. All’inizio è un sadico guidato da una furia omicida inarrestabile, ma dopo essere stato sconfitto da Naruto diventa più maturo, persino un capo altruista e umile.

Un aspetto insolito sta nel fatto che per realizzare i suoi obiettivi Naruto voglia ottenere il potere politico, decisione che negli shonen è in genere propria degli antagonisti. Ma quella di Naruto è quasi una scelta di famiglia: il fratello gemello dell’autore, anch’egli mangaka, Seishi Kishimoto, nel manga 666 Satan racconta di un bambino che afferma senza mezzi termini di voler conquistare il mondo. In entrambi i casi – è bene puntualizzarlo – ciò che guida i personaggi non è l’avidità, bensì il desiderio di riscatto.

Oltre a serie che raccontano di un cosmo fantastico come metafora del nostro, ce ne sono altre ambientate, almeno parzialmente, nel mondo reale: Bleach, opera di Tite Kubo pubblicata tra il 2001 e il 2016 e il cui anime si è protratto tra il 2004 e il 2012 (anche se non è mai stato doppiato in Italia, salvo per i film ad esso ispirati Bleach: Memories of Nobody e Bleach: The DiamondDust Rebellion), racconta la storia di Ichigo Kurosaki, un liceale giapponese quindicenne che conduce un’esistenza normale, salvo per un particolare, che lo distingue dalle altre persone: è capace di vedere i fantasmi. La sua vita cambia profondamente la notte che incontra Rukia, una shinigami (“Dio della morte” in giapponese, altro elemento rielaborato del folklore nipponico) incaricata di mandare le anime buone nell’aldilà (noto come Soul Society) ed eliminare spiriti maligni detti hollow. Durante uno scontro con un hollow, Rukia rimane gravemente ferita, mentre questo assalta la casa di Ichigo. Per proteggere la sua famiglia, il ragazzo si fa trasmettere da Rukia tutti i suoi poteri di shinigami, diventando così capace di combattere gli hollow. Il ragazzo si ritrova ben presto a dover aiutare Rukia nel suo lavoro, affrontando sfide sempre più impegnative per proteggere non solo il suo mondo, ma anche quelli ultraterreni.

Il primo elemento che distingue Ichigo da eroi come Naruto e Rufy è che egli non agisce per inseguire un sogno, bensì per proteggere chi gli è vicino. Questo è in parte dovuto al fatto che quand’era piccolo sua madre morì per difenderlo, e anni dopo scoprì che era stato un hollow a ucciderla; sentendosi per lungo tempo responsabile della morte della madre, cerca in ogni modo di proteggere la sua famiglia e gli amici. In un episodio, Ichigo dice che il suo nome deriva da Ichi (“uno”) e Go (“guardiano”), e che pertanto significa “colui che protegge”. Continua a crescere e allenarsi non per ottenere di più, ma per non perdere quello che ha.

Lo schema narrativo di Bleach s’inserisce in una tradizione ben consolidata nel fumetto nipponico: la storia di un giovane per metà umano e per metà soprannaturale che dà la caccia a creature malvagie è al centro di molti anime di grande successo, quali Yu Yu Hakusho, Inuyasha e Soul Eater. Con queste opere Bleach condivide un altro aspetto importante, presente anche in Naruto (ma assente in One Piece): la lotta contro il lato oscuro della propria interiorità. Spesso il protagonista e un suo alter ego malvagio sono in lotta tra loro per il controllo del proprio corpo: quando prevale la parte malvagia l’aumento della forza va a discapito della lucidità, il che porta il protagonista a fare del male, pur senza volerlo, anche ai propri cari.

In conclusione, a emergere da questo viaggio nel cuore degli shonen è l’esistenza di anime che sanno trattare con grande maestria il tema dell’adolescenza: dietro alle avventure di ninja, pirati e dèi della morte si celano le difficoltà che i giovani – e non solo – devono affrontare nella vita di tutti i giorni. Perché alla fine anche il più potente degli eroi altro non è che un riflesso di ciò che siamo. O di ciò che vorremmo essere.

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