Di manga e tradizione

Umberto Maiorca
Gli ultimi Samurai – Anime e manga, fiabe dall’era atomica n. 17/2021
Di manga e tradizione

Le parole manga e anime suscitano in quelli della mia generazione lo stupore e la meraviglia, ma anche quella sensazione mista di euforia e trepidazione nell’attesa dell’appuntamento televisivo con i “robottoni”, con quell’esplosione di forza fisica e tecnologia nello scontro tra eroi e antagonisti, nel dispiegamento dell’intelligenza tecnica e scientifica di un Giappone che produceva televisori, radioline e tecnologia da fantascienza dopo essere uscito da un conflitto mondiale conclusosi con lo sganciamento di due bombe atomiche sul suo suolo. Poi sono arrivati i manga (sarebbe meglio dire gli OAV, Original Anime Video, le miniserie in VHS figlie del boom dell’animazione nipponica tra gli anni Ottanta e Novanta, visto che in Italia abbiamo prima guardato la tv e poi letto i volumi), che hanno portato all’attenzione del pubblico la forza dei sentimenti più intimi, dell’amore, delle lacrime e della gioia per gli eventi quotidiani della vita; ma anche i sorrisi, l’ironia, il divertimento, le situazioni paradossali. In qualche caso persino sensualità e sessualità, prontamente censurate nelle trasposizioni televisive italiane.

Questo è avvenuto grazie alla rivoluzione di due prodotti che, nella tradizione giapponese, segnano anche una divisione di genere in maschile (shōnen) e femminile (shōjo), cioè manga diversi, per tematiche e personaggi, per lettori differenti.

Con il passare del tempo e grazie ad alcuni autori e autrici, tutto è cambiato. Due donne sono entrate di prepotenza nel manga di preferenza maschile, introducendo nuovi stimoli su un sostrato tradizionale. Al tempo stesso, un autore visionario è diventato il maestro del fumetto romantico, ma anche sportivo, rivoluzionando entrambi i generi, pur rimanendo ancorato alla tradizione e alla cultura giapponesi. Stiamo parlando di Riyoko Ikeda, Rumiko Takahashi e Mitsuru Adachi.

Nei tre autori si possono rintracciare elementi comuni, legati alla cultura giapponese, a uno stile di vita sempre in lotta tra modernità e tradizione, ai legami familiari e all’obbedienza che ne deriva, ai comportamenti sociali da tenere e a quelli da condannare, fino al mito dell’eccellenza posto nell’uso delle armi, nella scuola o nello sport; ad essere affrontato, senza condanna sociale, è anche l’aspetto inverso, cioè quello del fallimento, visibile nelle vicende di chi non riesce a emergere e viene considerato un reietto.

L’evoluzione del Giappone postbellico, con il complesso passaggio dalla tradizione alla modernità, fa da sfondo al lavoro dei tre autori, è una traccia sotterranea che riemerge in alcuni comportamenti tipicamente orientali dei personaggi, pur inseriti in un contesto occidentale. Emerge quando sono trattati triangoli amorosi, incomprensioni sentimentali, misteri e intrighi di corte, così come quando l’attenzione si sposta su giovani innamorati di famiglie rivali o su una ragazza che si finge maschio, inserendo questi personaggi nella grande storia del mondo oppure nel piccolo universo scolastico nipponico.

Riyoko Ikeda è diventata famosa per Lady Oscar (Versailles no Bara, “la rosa di Versailles”), cioè la storia di una donna allevata come un uomo e che primeggia in un mondo maschile. È lei a disegnare la prima scena di sesso/letto in uno shōjo manga. Caro fratello è, invece, ambientato in un esclusivo e competitivo collegio femminile. Orfeo è la storia di una ragazza costretta a fingersi uomo per poter accedere all’eredità paterna e la cui ambiguità sessuale la porterà al centro di un triangolo amoroso (tematica già presente in Lady Oscar e ripresa dalla commedia francese Il trionfo dell’amore di Pierre Carlet de Chamblain de Marivaux, del 1732).

L’autrice appartiene al “gruppo dell’anno 24”, Hana no Nijūyo-nen Gumi (cioè il novero di “fiori dell’anno 24”, con riferimento al 1949, il ventiquattresimo anno dell’era Shōwa), che riunì un insieme di autrici con l’ambizione di rivoluzionare il mondo dei manga (anche se Ikeda è del 1947, ventiduesimo dell’era Shōwa).

Il lavoro di Ikeda parte da un presupposto culturale ben preciso: la considerazione sociale dei manga, soprattutto quelli destinati ai giovani e alle ragazze in particolare, è molto bassa. Non sono considerati prodotti culturali, ma fascicoli “leggi e getta”; quelli che narrano vicende storiche sono ancora meno letti, sulla base di un preconcetto: se si tratta di letture dedicate a bambini o donne, è impossibile che questi capiscano un tema storico. Sin dai lavori d’esordio dell’autrice è invece presente l’intenzione di ritrarre e raccontare le storie e i drammi degli esseri umani, inserendoli in un contesto più ampio. Alla mangaka Ikeda, infatti, interessa innalzare il manga da un ideale di sottocultura a prodotto culturale pieno, nazionale. E lo fa puntando sulla Storia e sulle grandi rivoluzioni – quella francese e quella russa, in particolare –, utilizzate come espediente per condurre le donne dalla condizione sociale di bambine educate e rispettose dei voleri della famiglia alla piena espressione personale, come individui che possono raggiungere obiettivi e soddisfare i propri sogni.

Lady Oscar diventa così una sorta di ambasciatrice del Giappone nel mondo, mentre in patria si trasforma in simbolo di denuncia delle difficoltà femminili in un mondo lavorativo prettamente maschile. Oscar assurge così a simbolo della rivendicazione dello spazio sociale per le donne che scelgono di entrare nel mondo del lavoro, fortemente osteggiate nel Giappone degli anni Settanta. Ikeda entra così in un mondo maschile e porta la sua visione della donna, nuova e diversa, sempre ancorata alla forza della tradizione, all’obbedienza delle leggi non scritte del Giappone, ma ponendosi come fenomeno dirompente: numerose donne si immedesimano nel personaggio e chiedono nuovi spazi sociali, culturali ed economici.

Oscar François de Jarjayes è una ragazza dai lineamenti androgini, veste la divisa da colonnello ed è un’abile spadaccina, oltre che scaltra nella vita di Corte e abile a sventare gli intrighi. Di lei s’innamora anche Maria Antonietta, oltre ad uno stuolo di dame di compagnia, anche se il cuore di Oscar, alla fine, sceglie André Grandier, l’amico d’infanzia. Un amore impossibile per la diversa condizione sociale, coronato solo poco prima della morte, specchio di un tipo di gerarchizzazione sociale ancora attuale nel Giappone dell’autrice. Che sia donna o uomo, però, Oscar rimane fedele ai suoi compiti e ai desideri della famiglia; nel suo caso quelli del padre, «che voleva un maschietto, ma ahimè sei nata tu» (una frase che, inutile dirlo, oggi sarebbe fortemente condannata).

In Caro fratello Ikeda si spinge ancora più in là, affrontando temi scabrosi come il suicidio, l’incesto, i rapporti lesbici e l’uso di droga. Fenomeni che non appartenevano al Giappone tradizionale – o erano vissuti soltanto in maniera nascosta. L’autore non si fa scrupolo di sconvolgere le ragazzine con la morte dei personaggi amati, di condire la storia con l’amore e la sessualità, aprendo il mondo dei fumetti a temi che costituiscono l’ossatura del nuovo manga contemporaneo. Caro fratello ricalca tutto questo introducendo il lettore nel mondo scolastico – in particolare, quello degli istituti per sole ragazze –, rompendo una realtà chiusa ed esclusiva, sbattendo in faccia al lettore l’amore saffico, il fenomeno del bullismo, e parlando di nuove forme di “famiglia”. Un viaggio nel mondo femminile giapponese, sempre più aperto alla cultura occidentale, ma incapace di allontanarsi dalla tradizione e incessantemente alla ricerca di una sintesi tra i due mondi.

Rumiko Takahashi, nata il 10 ottobre del 1957, è nota come la regina dei manga, resa famosa da capolavori come Lamù, Inuyasha, Ranma ½, One pound gospel e Maison Ikkoku (in Italia, Cara dolce Kyoko), una delle più belle storie d’amore manga mai scritte.

Il filo conduttore dei suoi lavori è costituito, tendenzialmente, dal romanticismo e dall’amore, dalla commedia degli equivoci e dalle arti marziali (l’autrice è un’ammiratrice di Jackie Chan). Takahashi è una fan di Go Nagai; prova ne è la sua concreta capacità di passare, come il maestro, dal comico al tragico senza mutare stile; lo dimostrano i suoi manga, di ambientazione goticheggiante.

Il suo approccio realistico al disegno, attraverso una narrazione che spazia dal noir al thriller, dalla fantascienza al sentimentale, le permette di realizzare opere introspettive ma anche smaliziate, come Maison Ikkoku e Lamù, dove il comico trapassa nella farsa, con una caratterizzazione dei personaggi che appare superficiale, ma in realtà racchiude una profonda analisi sociale, resa più leggera dal racconto dei sentimenti amorosi dei protagonisti.

Nei suoi manga assistiamo al continuo ribaltamento ironico degli stereotipi culturali e tradizionali giapponesi: Lamù, ad esempio, è potentissima, ma di fatto si comporta come una bambina, e la sua aspirazione è quella di fare la mogliettina devota, tutta giapponese, di un inetto come Ataru. Costui, a sua volta, è un giovane incapace, un vero sessuomane (nel manga viene descritto come “sporcaccione”), ma di fronte alle avances esplicite di Lamù non sa mai come comportarsi. Vorrebbe essere un maschio alfa, ma è uno sprovveduto.

Nelle opere di Takahashi c’è un continuo richiamo al folklore giapponese, a partire dalle creature mitologiche Oni, che sono servite come base per Lamù e i suoi simili, la volpe mutaforma, il gatto gigante, il vecchietto malizioso, la bella ragazza esperta di cose del mondo. Personaggi inseriti nel racconto, come fossero tasselli della realtà quotidiana che vivono i giapponesi.

Stereotipi replicati nella sgangherata combriccola di pensionanti di Maison Ikkoku, dove ogni personaggio è connesso agli altri ed è funzionale alla serialità della storia. In Kyoko ci troviamo di fronte a un’accozzaglia di falliti, a scuola o all’università, mariti ubriaconi, ragazze allegre e casalinghe trascurate. L’autrice utilizza un tono mai drammatico, a volte apprensivo, ma ricco di gag, che i bizzarri personaggi sembrano provocare con naturalezza, mentre la relazione tra i due protagonisti muta, andando verso il lieto fine.

La bizzarria e lo scompiglio creato da situazioni paradossali si concentrano in un unico personaggio in Ranma ½, metà ragazzo e metà ragazza per via di una maledizione. Il manga riprende tematiche già trattate ne La principessa Zaffiro di Osamu Tezuka e tipiche del teatro Takarazuka, nel quale recitano solo donne, anche nei ruoli maschili (a differenza del teatro antico classico occidentale, nel quale recitavano solo uomini).

Questo vivere a metà, tuttavia, per Ranma diventa un valore aggiunto. Dal ribaltamento degli stereotipi si passa all’accettazione di sé e alla tolleranza. Gag esilaranti si mischiano a combattimenti che finiscono con le consuete secchiate d’acqua tra Ranma e Akane per avere la meglio in una sfida di kung fu o in uno scontro sentimentale, per far prevalere alternativamente la ragazza o il ragazzo racchiusi nel corpo del protagonista. In realtà, Ranma e Akane non si baciano mai; tuttavia, si comprende che qualcosa è cambiato ed è subentrata la consapevolezza dell’amore.

Il tema della doppia natura torna in Inuyasha, un mezzo demonio, figlio di un demone canino e di un’umana. Il personaggio soffre questa situazione, risultando sempre rabbioso e calmandosi solo vicino alla protagonista Kagome, l’unica in grado di bloccarlo urlando: «A cuccia!». La giovane Kagome ricalca la personalità di Kyoko: pura, quasi ingenua, ma capace di fermezza. In questa serie l’autrice pesca a piene mani nel mondo dei demoni e personaggi fantastici tipici del folklore giapponese.

Il gusto per le gag, i personaggi bizzarri, l’idillio romantico tra giovani impacciati, battibecchi sentimentali e arti marziali si mischiano con la cultura popolare tradizionale delle fiabe e delle leggende giapponesi. Con lei, il manga maschile e quello femminile non esistono più, si fondono in un unico prodotto, consacrato dai risultati di pubblico come ammirato e apprezzato dai lettori di entrambi i generi.

Le donne di Takahashi si fanno notare non solo per la loro avvenenza, ma anche per la loro forza morale, l’intelligenza e l’intensità dei loro sentimenti. I maschi sono spesso la parodia del machismo, del maschio alfa, del dongiovanni che, alla fine, appare sempre e solo come uno stupido egoista, almeno fino alla presa di coscienza definitiva e all’accettazione dell’amore per la protagonista.

In Rinne la Takahashi torna ad affrontare il mondo esoterico e folkloristico del Giappone. Lo fa ispirandosi agli yurei, i fantasmi giapponesi, e alle storie di apparizioni di spettri in luoghi, oggetti e persone. Per scacciarli, è necessario celebrarne i riti funebri: sciolti i legami con il mondo terreno, le anime devono essere aiutate a reincarnarsi. Questo è il compito di Rinne Rokudo, alle prese con i poteri extrasensoriali della compagna di classe Sakura Mamiya.

Mitsuru Adachi (9 febbraio 1951), famoso per i suoi manga di commedia romantica e sportivi, scrive sia per maschi sia per femmine e le sue storie piacciono ad entrambi: è l’autore che ha reinventato il manga tradizionale a tema sportivo. Maestro del genere spokon, comprendente cioè opere ambientate nel mondo dello sport (una categoria che ha avuto pietre miliari come Holly o Mila, Rocky Joe o L’Uomo Tigre), ma che affondano nelle radici della cultura giapponese, sempre alla ricerca dell’eccellenza sportiva e della perfezione del gesto.

Nel manga classico spokon, lo sport è visto come mezzo di rivalsa personale per eccellere a scuola o nella vita. Allenamenti estenuanti, ripetitivi, fantasiosi e di dubbia utilità (ricordate il Tiro della Tigre di Mark Lenders, sviluppato calciando palloni contro le onde?), sofferenza fisica e vessazioni di allenatori senza scrupoli (tremendi quelli di Mila e di Mimì Ayuara) sono presenti in ogni opera di questo genere. I manga sportivi ricalcano la disperazione provata dall’intero Giappone dopo la sconfitta del judoka Akio Kaminaga ad opera dell’olandese Antonius J. Geesink alle Olimpiadi di Tokyo nel 1964 – una nazione intera impietrita di fronte alla disfatta e allo sconforto, che cerca il riscatto nell’immaginario dei manga. Nascono così i campioni di baseball, pallavolo, nuoto, persino del calcio (non certo uno sport nazionale nipponico).

Mitsuru Adachi compie, invece, un’opera di ricostruzione del genere, impostandolo su altre basi: non vede più lo sport come mezzo di rivalsa, come strumento per eccellere, ma lo utilizza per introdurre il lettore nell’esistenza dei protagonisti. È la vita dei giovani adolescenti, al di fuori del campo da gioco, che diventa fondamentale: il campo da baseball o la piscina sono soltanto il principale luogo di incontro dei protagonisti, non è più lo sport in sé ad essere il fulcro del racconto.

La trama, qui, è costituita dalle relazioni tra ragazzi, cioè i problemi dell’adolescenza, le amicizie, le rivalità e gli amori, accomunati dagli allenamenti, dai sacrifici fisici, dalle sofferenze, dalle delusioni e dalle gioie sportive. Oltre alle dinamiche scolastiche, Adachi crea una miscela tra shōjo e spokon tradizionale e, cambiando una consuetudine invalsa, crea un genere nuovo e unico. Anche il tratto sottolinea questo mutamento: linee essenziali, con un disegno che è non più rivolto alla spettacolarità dello sforzo fisico dell’atleta ma si concentra sul volto e sull’espressività, così come sulle situazioni fuori dal campo, creando un parallelismo tra sport e sentimenti personali ed emozioni. Da qui anche le tavole, che appaiono senza le nuvolette dei dialoghi, con soltanto i visi dei protagonisti o gesti che sembrano indicare i pensieri, le riflessioni e i sentimenti: indecisione, tristezza, timidezza, scelta. Un invito, rivolto al lettore, ad immedesimarsi nelle storie dei ragazzi.

Adachi si propone, quindi, come cantore dell’adolescenza, con protagonisti in fase di transizione verso l’età adulta, di formazione personale (una sorta di Bildungsroman a fumetti). Le loro scelte sono condizionate dalle famiglie, dalle aspettative sociali, dall’ambiente scolastico, dallo sport praticato e dalle relazioni intessute.

In Touch partecipiamo alla storia dei gemelli Katsuya e Tatsuya Uesegi, tra baseball e liceo. I genitori puntano tutto su Katsuya, eccellente nello sport e a scuola, oltre che nelle attività sociali, mentre Tatsuya è svogliato e inconcludente. I genitori dei gemelli sperano che il primo gemello sposi Minami, la figlia dei vicini e amici, la quale sembra preferire il secondo, anche se è combattuta, perché non vuole andare contro il volere dei propri genitori, attenendosi al rispetto della tradizione, con la famiglia che gioca un ruolo importante, anche nella scelta del marito.

L’improvvisa morte di Katsuya, travolto da un’auto per salvare un bimbo, stravolge tutto e tutti, facendo scoprire in Tatsuya un talento innato che lo porta a vincere il campionato liceale, nello stadio Koshien, con una partita perfetta (nel baseball, quando un lanciatore mette in fila tre zeri: zero battute valide concesse, zero errori compiuti – nessun uomo in base –, zero punti da parte degli avversari).

In Rough Adachi ripropone la storia di Giulietta e Romeo, ma a bordo vasca. I protagonisti sono Ami Ninomiya e Yamato Keisuke. Le loro famiglie si odiano e i due ragazzi dovranno prima imparare a superare tale divisione e poi ad accettare l’amore. C’è anche il rivale, Hiroki, campione di nuoto e innamorato di Ami, una presenza che spinge Yamato a dare tutto in vasca e in amore.

La metafora sociale di Adachi è completa: l’outsider, o lo sfavorito, quello a cui nessuno pensa, diventa protagonista nello sport e in amore, trasformando il tutto in un nuovo topos letterario.

Si potrebbe obiettare che Mitsuru Adachi racconti sempre la stessa storia, con personaggi spesso sovrapponibili, anche fisicamente, ancorati alla tradizione e alla quotidianità del Giappone: la famiglia, lo sport, la scuola in divisa, i club, il ramen e il cibo in genere. Eppure, ogni volta descrive con successo una storia e un mondo diversi, perché non è il contenuto del racconto ma la sua modalità espressiva a renderlo un maestro del genere.

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