Timor panico

Andrea Scarabelli
Charles Bukowski – Tutti dicevano che era un bastardo n. 11/2016
Timor panico

«Il grande Pan è morto!» Nel corso dei secoli furono in molti a smentire il terribile necrologio riportato da Plutarco: da Lorenzo de’ Medici a John Milton, dai “maledetti” Rimbaud e Mallarmé a Robert Louis Stevenson e William Butler Yeats, fino a Texeira de Pascoaes, Fernando Pessoa e Aleister Crowley. Uno dei più begli inni dedicati a Pan è però il volumetto di Arthur Machen (che con Crowley ebbe in comune la partecipazione, seppur temporanea, alla Golden Dawn, cui aderì su consiglio di Arthur Edward Waite) recentemente ristampato in edizione critica da Tre Editori. Il grande dio Pan è forse la sua opera più famosa, la cui raffinatezza linguistica (ampiamente riconosciuta da Howard Phillips Lovecraft, che ne parlò a lungo nel suo Supernatural Horror in Literature) è pari a quella di altri capolavori dello scrittore gallese, tra cui lo splendido La collina dei sogni. Nella narrazione di Machen, tuttavia, l’antico dio non ritorna attraverso qualche rituale religioso ma è evocato dal bisturi di uno scienziato. Il quale, quando pratica la piccola incisione che consentirà a Mary di vedere Pan, nemmeno s’immagina la forza che ha risvegliato. Mary impallidisce, si addormenta, poi spalanca gli occhi, colmi di una meraviglia e un terrore senza pari. Cerca di afferrare qualcosa d’invisibile, poco prima di crollare, in preda alle convulsioni. Ha perso totalmente il senno. Priva di una preparazione adeguata, la sua mente non si è dimostrata in grado di sopportare lo squarcio del velo di Maya – l’apparenza che vela la realtà, nascondendone la vera essenza – e collassa. La successiva escalation di orrore non è registrata in presa diretta, ma attraverso le reazioni di coloro che ne sono intaccati. Secondo la migliore tradizione horror (Lovecraft docet), Machen utilizza come specchi della Medusa le reazioni dei vari personaggi, limitandosi a suggerire, più che mostrare, l’orrore stesso. Perché è proprio di questo che si tratta: è un antico mistero celebrato «nelle buie strade londinesi anziché fra le vigne e gli uliveti. Sappiamo cosa accadeva a coloro ai quali capitava di incontrare il grande Pan, e i saggi sanno che tutti i simboli, lungi dall’essere vuoti simulacri, rappresentano sempre qualcosa. E Pan era il simbolo meraviglioso con cui anticamente gli uomini velavano la conoscenza delle forze più spaventose e segrete che giacciono al fondo di tutte le cose, forze dinanzi alle quali le anime avvizziscono e muoiono e diventano nere». I moderni pensano di comprendere qualsiasi cosa con l’uso della Ragione? Ebbene, «simili forze non possono essere nominate, descritte e discusse, né immaginate, se non celate da un velo e da un simbolo, un simbolo che appare ai più come un’eccentrica fantasia poetica, e ad altri come una storia priva di senso. Ma voi e io abbiamo appreso qualcosa del terrore che può annidarsi nel segreto della vita. Come è possibile che la stessa luce del sole non si trasformi in tenebra di fronte a questa cosa?» Pan è l’annuncio del ritorno in seno al mondo civilizzato di forze ben più antiche, le quali ne scompaginano l’assetto. È il cuore di tenebra del mondo moderno, che la scienza mai riuscirà a esorcizzare. «Mentì la voce che gridò: “Pan è morto!”» scrisse d’Annunzio, la cui testimonianza è riportata, assieme a molte altre, nell’Antologia panica che chiude questa nuova edizione. Pan attende che l’ennesimo trionfo della scienza profana lo risvegli, infestando l’inconscio collettivo dell’uomo moderno. Arthur Machen, Il grande dio Pan, traduzione, note e appunti di Alessandro Zabini, Tre Editori, Roma 2016, pp. 260, € 19,00.

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