Lui con(tro) tutti. Verdone e gli altri mattatori della risata

Rocco Moccagatta
Carlo Verdone n. 12/2019
Lui con(tro) tutti. Verdone e gli altri mattatori della risata

Ci sia consentito, un po’ sfrontatamente, di iniziare dalla V non già di (Carlo) Verdone ma di (Enrico) Vanzina. Che del primo è, com’è noto, amico e sodale, anche in un certo gusto perfido nell’osservare grandezze (poche) e miserie (tante) del mondo del cinema e del jet-set romano (spesso nella forma di esilaranti calembours composti in tanti anni di frequentazione reciproca).
Com’è altrettanto noto, i due non hanno mai condiviso uno stesso film. Vanzina s’è dovuto accontentare di scrivere un personaggio chiamato Carlo Verdone, nome assunto quale quintessenza dell’essere “romano de Roma”, però usato a sfottò per un tifoso milanista (interpretato da Massimo Boldi nell’episodio calcistico di Fratelli d’Italia [1989], regia di Neri Parenti). Verdone ha spesso frequentato comici e attori usati anche sui set dei Vanzina in un ideale universo a vasi comunicanti, soprattutto quei piccoli e grandi caratteristi che speziano i film dell’uno e degli altri (oltre, com’è ovvio, il cognato De Sica, agli inizi degli anni Ottanta in condominio, prima del definitivo ingresso nel pantheon vanziniano). E resta la curiosità verso Eccezzziunale… veramente (1982) com’era in origine, quando, accanto ad Abatantuono, avrebbero dovuto esserci, in rappresentanza di altri spicchi di tifoseria regionalistica, pure Troisi, Benigni e, appunto, Verdone.
Poi, Vanzina ha spesso parlato – ma non riferendosi a Verdone, che più volte ha definito «un caso a parte» – di quei comici di fine anni Settanta e primi Ottanta, in parte figli degli ultimi sussulti dell’avanspettacolo e in parte nati nei nuovi templi del cabaret (il Derby, ma non solo), vidimati dal successo televisivo (in programmi come Non stop di Enzo Trapani, dove c’è pure Verdone), che sono rapidamente diventati registi di se stessi, spinti da produttori desiderosi di sfoltire il numero degli interlocutori nella realizzazione dei film. È innegabile che la generazione dei cosiddetti “nuovi comici” dell’epoca (dalla B di Benigni alla V di Verdone, passando – incredibile a dirsi oggi – per la M di Moretti) da subito abbia coltivato un’inedita vocazione all’auto-gestione, si sia spesa poco sui set degli altri (e con gli altri), abbia accarezzato con insistenza l’idea di una cifra autoriale personale ed esclusiva. Ecco, Verdone rientra in pieno in questo rapido profilo appena tracciato, fin da quando, agli esordi, s’ingegna a costruire una forma filmica adatta alle sue maschere, prima di azzeccare la formula spesso ripetuta nel tempo della convivenza, buffa e non necessariamente romantica, con l’attrice/primadonna di turno.
Prima e durante, però, utili a trovare la propria identità, ci sono stati anche scambi di cortesie con padri metaforici, coabitazioni più o meno faticose con altri mattatori (maschi), persino un blockbuster comico affollato di divi della risata.

Quattro amici al Grand Hotel Excelsior

 A Grand Hotel Excelsior, strenna autunnale del 1982 prodotta dai Cecchi Gori (fortemente voluta da Vittorio, che convince papà Mario) con la regia complice degli affidabili Castellano & Pipolo, da subito campione d’incassi, Carlo Verdone è ancora oggi molto grato. Schierato al fianco di altri tre mattatori comici del momento (Celentano, Abatantuono e Montesano, tutti allora sotto contratto Cecchi Gori), è forse quello che beneficia di più di un’operazione pensata a tavolino – e quindi molto contestata dalla critica dell’epoca – per attirare il pubblico in sala. Il suo pugile farlocco non sarà forse niente di particolarmente originale per chi già lo conosce in tv e al cinema (pochi mesi prima c’è stato Borotalco [1982]), ma si amalgama perfettamente in un film che, dietro la strizzata d’occhio autarchica ai Grand Hotel della tradizione hollywoodiana (però, questo sta a Stresa ed è appunto Excelsior…), offre l’occasione ai quattro protagonisti di portare avanti ciascuno il proprio episodio, con tenui punti di contatto con gli altri. E Verdone ha sempre riconosciuto che il film, grazie in particolare all’enorme popolarità di Celentano, gli è servito per essere conosciuto davvero in tutta Italia. Con il senno di poi, dunque, Grand Hotel Excelsior, per lui, non è semplicemente un film all star interno alla scuderia Cecchi Gori, ma è anche e soprattutto un modo per emanciparsi dalla stretta appartenenza romanocentrica e aprirsi davvero a un pubblico più ampio. In più, Pericle Coccia si colloca bene nella galleria di farfalloni ingenui e un po’ burini che sta costruendo dall’inizio, con maniacale attenzione ai dettagli e ai modi di parlare della “ggente”, compresa una parvenza di liaison sentimentale che conferma l’efficacia di quella maschera quando messa in relazione al femminile (qui un’ingenua camerierina solo abbozzata, non ancora un vero personaggio).

Due è il numero perfetto?

Dopo i film degli esordi con padrino Sergio Leone costruiti sui personaggi figli delle sue doti di osservatore sottile (Un sacco bello [1980], Bianco, rosso e Verdone [1981]) e un primo tentativo di farli evolvere verso un maggiore respiro narrativo (Borotalco), il cuore degli anni Ottanta verdoniani passa attraverso una serie di ipotesi e di esperimenti di coppia con altri comici di successo. D’altronde, sono gli anni di piena maturità del successo dei movie-movie alla Festa Campanile e Castellano & Pipolo e del lancio delle formule cumulative all star (alle quali paga pegno anche Grand Hotel Excelsior) e i Cecchi Gori vi indulgono più che volentieri. Per Verdone, poi, la stagione dei film di coppia con partner femminili alla pari, modulati oltre la pura commedia sentimentale, verso inediti e sorprendenti buddy movie tra sessi opposti, arriverà in seguito, soprattutto con gli anni Novanta, dopo qualche avvisaglia nel decennio precedente (Io e mia sorella [1987] con Ornella Muti, più che Borotalco con Eleonora Giorgi), grazie in particolare all’apporto in sceneggiatura di voci come quella di Francesca Marciano.
E se il rapporto con l’altra metà del cielo diventerà per Verdone centrale (anche quando filtrato attraverso la competizione maschile, come in Stasera a casa di Alice [1990]), nel tempo, e con esiti altalenanti, si ripresenterà pure l’occasione di duettare con altri attori, magari su un piano generazionale (Il mio miglior nemico [2006] con Silvio Muccino, più che C’era un cinese in coma [2000] con Beppe Fiorello) oppure alla ricerca di un bromance comico (L’abbiamo fatta grossa [2016] con Antonio Albanese), anche di gruppo (Posti in piedi in paradiso [2012], con Giallini e Favino).
Però, prima di tutto questo, si procede per tentativi, prove ed errori, intuizioni, cercando di andare oltre la pura somma algebrica. Complementarità sembra essere la parola d’ordine. Non a caso, in I due carabinieri (1984) lo zio di Marino (Verdone, in un trionfo di timidezze, esitazioni, ganascini sulle guance pacioccone, compreso un amore impossibile e adolescenziale per la cugina), quando incontra Glauco (Montesano, sgamato e praticone) alla cerimonia d’investitura dei carabinieri, esprime un giudizio sui due amici-nemici («Voi siete complementari. Lui ha tutte le qualità che tu non hai!») che suona quasi come la ricetta produttiva dietro il film. D’altronde, la quarta regia di Verdone aspira a essere una commedia d’azione (Massimo Boldi muore pure!) e non una parodia alla I Carabbinieri di Francesco Massaro (1981) o alla Scuola di polizia di Hugh Wilson (1984). È costruita sulla complementarità della coppia protagonista, che è anche una contrapposizione di caratteri. Forse è quella complementarità che manca nell’immediatamente precedente Cuori nella tormenta (1984), Verdone & Arena protagonisti di un triangolo sghembo con Marina Suma prodotto dagli Angeletti & DeMicheli di Sapore di mare (1983), con Enrico Oldoini esordiente alla regia (ma già co-sceneggiatore di Borotalco e Acqua e sapone [1983]) che, spezzino DOC, porta in dote anche l’ambientazione ligure, tra Portovenere e Monterosso.
Il Walter («Uolter!») di Verdone, sottufficiale della Marina Militare che si atteggia a uomo di mondo millantando una donna in ogni porto, in realtà giuggiolone alla ricerca del grande amore, non è poi così diverso dal Raf di Arena, cuoco di bordo, romantico e naïf. Resta quindi azzoppato il gioco delle parti tra i due protagonisti, rispetto a quello più efficace tra i due carabinieri Verdone-Montesano, dove quest’ultimo può sempre essere meno goffo dell’altro (sorpassato a destra in goffaggine solo da Boldi), anche se in fondo resta a unirli una certa inadeguatezza al ruolo («Siamo Starsky & Hutch!», «No, semo Stanlio & Ollio!»).
Comunque, entrambe le coppie non sono mai state ripetute, la prima (Verdone-Montesano) per una difficile convivenza tra mattatori sul set, poi ammessa da entrambi (anche se con differenti indicazioni di responsabilità), la seconda per un cocente insuccesso al botteghino. Resta un unicum anche l’ulteriore accoppiata in vitro, tentata sempre nel laboratorio Cecchi Gori, con Renato Pozzetto in 7 chili in 7 giorni (1986), con la mediazione registica dell’altro Verdone, il fratello Luca. Ma, forse, qui conta più il fatto che i protagonisti sono in momenti agli antipodi delle rispettive carriere: in ascesa Verdone, molto più precario Pozzetto (già provato da qualche flop, come quello di È arrivato mio fratello [1985]). Va detto che il frequente inclinare al nonsense di quest’ultimo genera una curiosa alchimia con l’indulgere nel consueto bietolone frustrato e messo sotto dalla vita (amore impossibile compreso) dell’altro. Ma la parabola farsesca dei due aspiranti dietologi truffaldini, che poi si ricicleranno nei pingui ristoratori del ristorante I due porconi, è una commedia semplice semplice di puro accostamento di vis comiche. Dietro l’angolo preme già per Verdone Io e mia sorella, con la scoperta del mondo femminile.

In tandem con Albertone

A onor del vero, però, il primo esperimento di convivenza a due non è con un pari grado, ma con un peso massimo piuttosto ingombrante, quell’Alberto Sordi nei confronti del quale da più parti, all’epoca, si ipotizza prima o poi un passaggio di consegne a Verdone, che di Albertone è indicato con insistenza come l’erede più plausibile. Il rapporto Verdone-Sordi si struttura, calcisticamente, in un’andata (In viaggio con papà [1982]) e un ritorno (Troppo forte [1986]), dove i rapporti di forza, esattamente speculari tra i due film, il primo con la regia di Sordi, il secondo con quella di Verdone, rispecchiano anche i differenti pesi di entrambi nel cinema italiano pur a pochi anni di distanza. In viaggio con papà è film intimamente sordiano, anche nella società che descrive, i giovani ingenui e inconcludenti, puri ma fresconi, e i vecchi smagati e trafficoni, certo un po’ figli di mignotta, però non c’è dubbio che tengano botta, ed è meglio così.
Quindi Sordi è Armando, il papà (ma guai a chiamarlo così) in spider, maturo ma non vecchio, battuta pronta, sorriso concupiscente, occhio da triglia; Verdone è Cristiano, il figlio, un po’ hippie, tanto pasticcione, negato per qualunque tipo di relazione, fissato con gli uccelli (e giù battute), idealmente non tanto distante da quei figli e nipoti che Albertone va mettendo in scena, soprattutto da regista, da un buon decennio. L’uno, insomma, sta a pigione in casa dell’altro, che, ovvio, non lo fa mai sentire davvero a proprio agio (e il produttore Caminito è un fedelissimo di Sordi). Anzi, in questa genitorialità sofferta (e per buona parte del film rifiutata), fino a quella conclusione in un “volemose comunque bene” di prammatica, è lecito leggere anche l’insofferenza del primattore verso il suo successore.
Quattro anni dopo, in Troppo forte, tocca a Sordi entrare quasi come un ladro nel film dell’altro. Alla lettera, visto che – è noto – Verdone aveva pensato a Leopoldo Trieste per il ruolo dell’avvocato mattocchio Pigna Corelli che porta alla rovina il bullo trasteverino aspirante stuntman Oscar Pettinari, ma poi il solito Caminito impone Sordi. Niente rapporto padre-figlio questa volta (per quanto siamo sempre in una genitorialità per transfert), ma certo l’ingombrante presenza di Sordi, che estremizza un carattere già estremo (con una vocina querula come quella di quando doppiava Ollio, ben oltre qualunque compagnuccio della parrocchietta), squilibra il film, quasi in un disperato tentativo di farlo proprio. Non può che finire con una dichiarazione d’infermità mentale del personaggio sordiano che vale anche come (non) indolore passaggio di consegne tra i due protagonisti della corona di “re di Roma” (ma a Sordi Verdone tornerà negli anni più recenti, conservatore della sua memoria post mortem, anche con il doc Albertone il grande, realizzato insieme al fratello Luca).

Verdone fuori-Verdone: una postilla

In un certo senso, insomma, anche questi détournements iniziali nella propria traiettoria di registattore, dove spesso è comunque co-sceneggiatore (succede in In viaggio con papà, accanto al Rodolfo Sonego doppio storico sordiano, e in Cuori nella tormenta), servono a Verdone per trovare il proprio posto nella scena cinematografica nazionale. Insieme lo convincono della necessità di perseverare nel bastare a se stesso, e, infatti, non ci saranno altre incursioni d’attore in film altrui per almeno quindici anni.
La grande bellezza (2013) a parte, Verdone torna solo attore nel 2000 con il commissario bulletto e cialtrone di Zora la vampira (in una sfortunata esperienza anche da produttore, dove vorrebbe essere per i Manetti Bros. quello che Leone è stato per lui agli esordi) e poi nei Manuale d’amore di Veronesi per Filmauro, ai quali bisogna aggiungere pure il movie movie Italians (2009). In questi ultimi, anzi, attraverso una sequenza di cinquantenni arrembanti e in crisi (soprattutto sentimentale), tenuti in scacco da donne di ogni tipo (lolite, maliarde, psicotiche), pare quasi continuare – al sicuro in un film altrui e nel breve respiro dell’episodio – il solito lavoro di fioretto sul suo personaggio, qui liberato in una dimensione di puro divertimento.

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