Un pamphlet di Giorgio Galli

Guido Giorgio
America! America? – Sguardi sull’Impero antimoderno n. 6/2014
Un pamphlet di Giorgio Galli

La bandiera a stelle e strisce garrisce al vento invernale. Gli U.S.A. continuano a rivendicare un ruolo geopolitico dominante, in un’ottica unipolare derivante da una radicata consapevolezza storica e da un progetto egemonico dai connotati messianici. Vale dunque la pena approfondire le fondamenta su cui si erge il modello statunitense. In proposito interviene un acuto saggio dello storico Giorgio Galli, il cui stesso titolo problematico induce a una riflessione preliminare: L’impero antimoderno intende infatti ribaltare numerosi luoghi comuni relativi al Nord America, smascherando le ingenuità – o le malizie – del politicamente corretto e rivelando una dimensione “altra” degli U.S.A. Lo scrittore rileva infatti come negli Stati Uniti si dipani, attraverso processi sottesi e fluttuanti, spesso riemergenti in modo carsico, una consapevolezza identitaria legata ai concetti di “impero” e “antimodenità”, che costituiscono una ben precisa modalità di approccio alla politica, alla società e alla religione. Le riflessioni di Galli si sviluppano con la finalità di proporre suggestioni da approfondire ulteriormente, il tutto in una prospettiva storico-genealogica che prende le mosse dal governo di Clinton per giungere sino all’attuale amministrazione di Obama. La prospettiva che anima il presente lavoro è così sintetizzabile: la modernità, originata dall’invenzione della democrazia rappresentativa, è entrata in una crisi radicale determinata, o testimoniata, proprio dalla degenerazione del suo modello politico fondante. Gli U.S.A., patria storica della modernità, sono anche il luogo di elezione per constatarne la crisi, le cui manifestazioni possono essere ravvisate in ambiti differenti ma correlati. Tra questi, possiamo annoverare l’escalation di disordine connesso al terrorismo interno ed esterno, il rafforzamento di movimenti estremisti di una destra cristiano-evangelica, suprematista, settaria e razzista, ben emblematizzata dai controversi Diari di Turner e legata a frange del partito repubblicano e del Tea Party, la crisi di legittimità delle istituzioni e l’antipolitica diffusa; infine, il problema immigratorio, legato soprattutto ai cosiddetti “latinos”. Tali fenomeni non vengono considerati come semplici patologie del sistema, bensì come indici di una visione del mondo eterogenea rispetto a quella democratica, laica e progressista, meritevole di attenzione. L’antimodernismo americano non sarebbe tanto una semplice reazione frustrata e populista a una fase di difficoltà economica e sociale, quanto piuttosto la rivendicazione da parte di una fetta consistente della popolazione di “un’altra modernità”, una diversa tipologia di organizzazione politica e religiosa in nome di valori forti connessi a una vera e propria Weltanschauung, a una precisa visione del mondo. Sono notazioni che si concludono con una proposta indirizzata a trasformare il modello vigente europeo per adattarlo alle nuove sfide della contemporaneità: l’estensione dell’ambito del diritto di voto dalla sfera politica a quella economica, secondo un ampliamento democratico da collegarsi non al mero automatismo anagrafico – che ci rende elettori per ragioni semplicemente biologiche – ma a una decisione consapevole, realizzando un superamento del fittizio egualitarismo moderno secondo l’ampliamento dei diritti condizionato da una vocazione alla scelta. E il conseguimento di questa responsabilità è compito nostro, di noi cittadini, volenti o meno, di questa modernità. Giorgio Galli, L’impero antimoderno. La crisi della modernità statunitense da Clinton a Obama, Edizioni Bietti, Milano 2013, pp. 109, € 14,00.

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