Psicanalisi dell’antiamericanismo

Andrea Scarabelli
America! America? – Sguardi sull’Impero antimoderno n. 6/2014
Psicanalisi dell’antiamericanismo

Francamente, non credo che ogni libro abbia la sua ragion d’essere (soprattutto nell’epoca della stampa on-line fai-da-te, in cui chiunque – chiunque – si arroga il diritto di vedere le proprie turbe psichiche rilegate e brossurate, con risultati sovente, per usare un eufemismo, grotteschi). Eppure vi sono libri esemplari, i quali, pur contenendo idee che non condividiamo, riassumono i tratti di un’epoca, come monumenti di una visione del mondo. È il caso de L’antiamericanismo in Europa del professor Russel Berman, che illustra meglio di mille trattati come gli Stati Uniti percepiscano appunto l’antiamericanismo, il quale «ha poco a che fare con le concrete vicende politiche», seguendo piuttosto «la disordinata logica ossessiva in cui cadono le fantasie europee sugli Stati Uniti» (p. 71). Il meccanismo di questa “psicanalisi dell’antiamericanismo” (che ha avuto notevoli epigoni nostrani) è molto semplice: l’avversione all’America, liquidata come «eccedenza isterica» (p. 76) e «fantasia paranoide» (p. 51), non ha come causa scatenante la condotta americana – che non sfiora nemmeno i peggiori incubi dell’autore – ma è un problema identitario ascrivibile agli “antiamericani”, a prescindere dall’operato concreto statunitense. Questa la fenomenologia dell’antiamericanismo: dato che il nostro agire non è in alcun modo criticabile, suggerisce Berman, che fanno i Paesi europei? proiettano su di noi le ombre del proprio passato, in questo modo discolpandosi innanzi alla Storia. Il caso della Germania – di cui si occupa il libro – è esemplare. Perché qualcuno collega i bombardamenti di Baghdad a quelli di Dresda e Norimberga? Queste metafore «dicono poco sugli Stati Uniti, ma indicano una relazione disturbata con il travagliato passato tedesco e un desiderio di risolverla attraverso manifestazioni di ostilità» (p. 92). Il gioco è fatto… Eppure, aggiunge l’arguto Berman, le culture americana e tedesca sarebbero assai simili, dato che i sondaggi rivelano analoghi indici d’opinione riguardo l’integralismo islamico, il surriscaldamento del pianeta, il budget militare… E c’è ancora chi ritiene azzardata l’espressione guénoniana Regno della quantità… In queste pagine troviamo tutti gli stereotipi propri del giornalismo culturale odierno, ad esempio l’equazione moderno-americano-democratico, secondo la quale criticare l’America equivarrebbe ad avercela a morte con la democrazia e, per converso, essere degli “antimoderni” fedeli ai totalitarismi, secondo il binomio «Saddam-Hitler». Altro che leggi sul revisionismo… Ergo: l’antiamericanismo non farebbe che esprimere semplicemente un rigetto verso «la democratizzazione della politica e la liberalizzazione dei mercati» (p. 57). Che gli USA abbiano qualche colpa, ancora una volta, è del tutto fuori discussione. Nel libro di Berman – e questo è il motivo per cui lo segnaliamo – il lettore troverà condensata e sunteggiata la vulgata statunitense, conoscerà da un altro punto di vista, insomma, la vera identità di chi vede nell’antiamericanismo una «psicosi». Il che, si badi, non inficia la pubblicazione in sé: dando alle stampe questo volumetto, anzi, la casa editrice Rubbettino, che non esita a pubblicare libri dai toni assai differenti, senza essere “allineata” né omologata, ha dato esempio di un liberalismo culturale che molte altre case editrici dovrebbero prendere come esempio. Russel A. Berman, L’antiamericanismo in Europa. Un problema culturale, introduzione di Gaetano Quagliariello, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007, pp. 171, € 12,00.

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