Narrativa: «Quando i lillà»

Pierfrancesco Prosperi
America! America? – Sguardi sull’Impero antimoderno n. 6/2014
Narrativa: «Quando i lillà»

[“Bara che passi per strade e sentieri, / Di giorno, di notte, una gran nube oscura la terra, / Tra la pompa delle bandiere abbrunate, delle città parate a lutto, / Con lo spettacolo degli Stati che sembrano donne ammantate di crespo, / Con lunghi tortuosi cortei, fiaccolate notturne, / Tra il perpetuo clangore di campane, che suonano, suonano a morto, / Ecco, bara che lentamente transiti, / Eccoti il mio rametto di lillà”. Walt Whitman, Quando i lillà per l’ultima volta]

 

È buffo pensare che appena quindici anni fa ciò che è narrato in queste pagine sarebbe potuto sembrare il frutto di una mente malata e allucinata. Ma oggi, dopo le mirabolanti scoperte di questi ultimi anni, non ci sarà persona che potrà stupirsene, almeno sotto l’aspetto tecnologico.

Eppure il caso merita di essere segnalato. Anche se la diffusione di questo scritto potrà dispiacere a qualcuno. A Deakin Moore, per la esattezza.

Non l’ho denunciato alla Lega Morale perché sono suo amico, forse, o perché lo sono stato. In fondo, la cosa non mi riguarda da vicino.

Non sono contro i transpex a priori, come alcuni potrebbero pensare. Non nego l’utilità storica e speculativa di questi apparecchi. Non ne nego neppure il valore sotto l’aspetto puramente ricreativo, benché su questo preferisca avanzare più di una riserva. Ma penso che in ogni cosa – e specie in questo campo – esistano limiti ben definiti.

Sarà meglio cominciare dal principio.

 

22 novembre 1963, Dallas

11,43

L’aereo è apparso nel cielo, puntuale, lucente, argenteo. È un Boeing 707 modificato, un gigantesco quadrireattore di centodieci tonnellate. Cala lentamente, nel fischio furioso dei getti, dopo soli otto minuti di volo da Fort Worth.

È una splendida mattinata, piena di sole. L’ombra dell’aereo si disegna sulla pista, sulla folla, che si assiepa lungo le transenne. Il 707 scende sibilando, i flaps abbassati, gli aerofreni estratti, e le grosse ruote scure del carrello protese verso il suolo. Tocca terra con un leggero sobbalzo, perfettamente assorbito dai giunti pneumatici, e scivola lungo la pista, mentre il sibilo frusta il terreno e trapassa le orecchie di tutti, di tutta la gente in attesa là intorno.

Tutti sapete cos’è un transpex. Ma pochi di voi ne avranno visto uno da vicino. Immaginatevi otto metri cubi di meccanismi, una stanza piena di congegni di ogni forma e dimensione raggruppati intorno a un grande cilindro di vetro che molto alla lontana può ricordare il tubo catodico dei vecchi televisori, il tutto con un grande quadro di controllo sul davanti.

Sapete anche che l’uomo del transpex è Deakin Moore. È stato lui, dopo che il suo staff di scienziati l’aveva messo a punto, a lanciarlo sul mercato, se si può chiamare mercato la ristretta élite di coloro che possono permettersi un transpex.

Conosco Moore dal ’68. E in questi undici anni non è avvenuto nulla che abbia potuto modificare la prima impressione che mi sono fatta di lui. Ho avuto occasione di visitare diverse volte il suo splendido retiro sugli Allegany, che troverete citato su molte riviste come uno dei più interessanti pezzi d’architettura del xx secolo. Non c’è dubbio che oggi Deakin Moore – con i suoi abiti da trecento dollari e la sua Ferrari nove litri – sia una delle persone più ricche del mondo.

 

22 novembre 1963, Dallas

12,00

L’auto attende ai limiti del campo, mentre la folla grida e rumoreggia battendo le mani, e si accalca lungo le transenne. È una Lincoln Continental speciale, preparata nel 1961 dalla Ford Motor Company su precise indicazioni del Servizio Segreto. Sette metri di cromo e lucente vernice nera, un pulsante motore di settemila centimetri cubi, trecentoquarantacinque cavalli racchiusi sotto il cofano vastissimo, enorme, nascosto dalla brillante argentea griglia che corre per tutta la larghezza del muso, dall’uno all’altro alloggiamento dei doppi fari.

L’auto attende, immobile e silenziosa, i sedili odoranti di morbido cuoio, il parabrezza panoramico rilucente sotto il sole.

Ricordo perfettamente quello che fu il primo – e per quel che ne so, l’unico – incontro fra Deakin Moore e Hope Langart. Ebbi l’occasione di essere presente e ricordo che Moore si comportò come se, nella stanza, ci fossero soltanto lui e Langart.

Non ho mai saputo come Hope Langart abbia potuto arrivare all’ufficio di Moore senza passare la trafila delle segretarie e senza farsi bloccare dagli uscieri. Forse si aprì la strada con la corruzione. Fatto sta che a un certo punto lo vedemmo comparire sulla soglia, dietro la porta che aveva spalancato senza bussare. Era lungo e magro, con uno striminzito completo nero rigato che s’intonava sinistramente alla barba alla Lincoln che gli incorniciava il volto. Ricordo anche che tutto quello che Moore fece fu alzare un poco – ma solo un poco – le sopracciglia.

«Signore» disse Langart avanzando fino alla scrivania, «sono qui per elevare una formale e vibrata protesta…».

«Si presenti» interruppe seccamente Moore.

L’uomo in nero abbozzò un inchino appena percettibile.

«Hope Williamson Langart, Presidente della Lega per la Tutela degli…».

«Basta così» disse Moore con voce tagliente. «Si tolga dai piedi».

Langart si accomodò su una poltrona.

«Ho avuto occasione di assistere due giorni fa – per dovere professionale! – a uno spettacolo in transpex. Ne avevo già sentito parlare, ma solo ora che ne ho preso visione direttamente posso esprimerle tutto il mio profondo disgusto per…».

Moore batté una mano sul tavolo.

«Senta, Langart. Anch’io ho sentito parlare di lei e della sua Lega di pazzoidi». Vidi Langart irrigidirsi. «E premetto che non ho mai accettato critiche e intrusioni da gente molto più qualificata di lei. Ora, se ha qualcosa da dirmi, si sbrighi e lasci stare le frasi roboanti. Non ho tempo da buttare».

«Va bene». Langart si tolse gli occhiali pulendoli rapidamente ma con cura. «Tutto quello che voglio dirle è questo: il transpex, nell’uso che ne fanno i suoi… clienti, a quanto ho potuto constatare, è moralmente inaccettabile. Occorrono delle precise regolamentazioni, signor Moore. Non può lasciare le cose come stanno. Non so se lei lo sa, ma i possessori di transpex si sentono in diritto di abbandonarsi ad abusi… inconcepibili. E…».

«È tutto qui?» chiese Moore, con impazienza. «Signor Langart, sapevo tutto questo, e anche qualcosa di più. E le dirò che quello che a lei sembra un abuso inconcepibile è stato riconosciuto come uno dei ritrovati più intelligenti del secolo. E ora, se vuol togliere il disturbo…».

Hope Langart si alzò, finalmente paonazzo. «Posso darle dei fastidi, signor Moore. Le sue idee sono mostruosamente ciniche, semplicemente. E si ricordi questo…» aggiunse puntando l’indice.

 

22 novembre 1963, Dallas

12,03

Il motore ha preso a rombare in sordina nel cofano della Continental. L’agente seduto al volante spinge in avanti la leva del cambio automatico e la lunga auto nera si muove con un sussulto, mentre tutt’intorno, nel frastuono dei motori che si scaldano, in un baluginante intrico di cromi, le auto del seguito si avvicinano incolonnandosi dietro di essa, attraverso le urla della folla, tra uno sventolar di braccia e di bandiere, verso i cancelli dell’aeroporto Love.

L’ultima volta che ho visto Deakin Moore è stato il 2 ottobre scorso. Mi aveva invitato a cena nel suo appartamento di ventidue stanze al trentottesimo piano del Rockefeller Building. Ma avevo capito che non si trattava di un semplice invito per passare una serata in compagnia di un vecchio amico. La mia supposizione si avvalorò quella sera, quando, appena terminato di cenare, Deakin pregò me e la signora Moore di passare nella sala accanto.

 

22 novembre 1963, Dallas

12,20

A velocità ridotta il corteo devia a destra imboccando la Houston Street e, lasciandosi dietro la prigione della Contea, passa accanto al massiccio Palazzo degli Archivi. Intorno, la folla continua a gridare acclamando.

La grossa Continental nera è in testa al corteo, preceduta e affiancata da due agenti motociclisti. Sui lati del cofano, sventolano due bandierine americane.

L’auto gira a sinistra, entrando in Elm Street. Il prato intorno alla strada è affollato, la gente agita le mani, i cappelli, decine di rullini girano nelle macchine fotografiche.

C’è stato un suono strano, mentre la Continental si sta avviando a venti chilometri l’ora verso il sottopassaggio della ferrovia. Un suono acuto e stridente, brevissimo. Nel giro di pochi secondi, si ripete altre due volte, mentre l’auto continua ad avanzare lentamente, cromo e vernice fusi nel riverbero solare. La folla ride, urla, delira, come una massa di scolaretti allo stadio.

C’è un po’ di confusione, a bordo dell’auto. Le grida d’entusiasmo si smorzano, fra le persone più vicine. Ma gli altri non hanno visto, non hanno capito e continuano ad agitare le braccia e a sventolare cappelli, i larghi, immacolati cappelli texani. Una figura in rosa si sporge, in posizione strana, dal sedile posteriore.

Ora la scena è radicalmente diversa. La Continental abbassa la larga coda e il sussurro del suo motore diventa un rombo, nell’improvvisa accelerazione. Sul prato, alcuni si sono gettati a terra. Gli agenti che seguivano la vettura hanno accelerato anch’essi, azionando le sirene. Il suono stridulo e lacerante si fonde con le grida della gente che, ora, comincia a capire.

Sullo schermo l’immagine si fece confusa.

«Bene» dissi stropicciandomi gli occhi. «Ora vuoi spiegarmi cosa diavolo mi hai mostrato?».

Deakin Moore girò alcuni interruttori, abbassò due o tre leve.

«Lasciami il tempo di sintonizzarmi per la prossima sequenza» disse. Lo schermo divenne di nuovo grigio.

 

25 novembre 1963, Washington

È una scena strana, difficilmente definibile.

Vediamo. Innanzitutto c’è la strada. Una delle strade americane larghe, bianche, sconfinate. E vuota. Silenziosa, con la folla assiepata ai lati, muta anch’essa.

Poi c’è l’affusto che avanza trainato dai cavalli grigi.

Nero sulla strada bianca.

Piccolo sulla strada immensa.

E non c’è un solo rumore. Cioè sì. Campane. Campane a martello. Un suono lontano e lugubre nell’aria di questo grigio giorno d’autunno.

E dietro l’affusto, dietro il carro coperto dalla bandiera stellata che avanza lento, cammina un cavallo nero.

Un cavallo solo. Condotto alla briglia da un ufficiale. Un cavallo con un paio di stivali infilati alla rovescia nelle staffe.

E dietro?

Dietro avanza il corteo. Una massa nera e lunga, molto lunga.

Deakin spense lo schermo.

La signora Moore emise un verso strano, molto simile a un singulto strozzato, e dopo aver mormorato «Scusatemi» si alzò e uscì dalla stanza.

Deakin la seguì con lo sguardo. Poi tornò a fissarmi.

«Allora, Archie?».

Mi sentivo un po’ confuso. E sentivo anche un lucido orrore salire lentamente dentro di me.

Moore si accese una sigaretta, sprofondandosi in una poltrona.

«Andiamo, vuoi dire che non hai riconosciuto quel tipo di cerimonia?».

«Credo di sì» dissi lentamente, con le labbra che mi tremavano. «E questo significa che la scena che abbiamo visto prima…».

«Esattamente».

Fissai con espressione assente lo schermo opaco che avevamo davanti, mentre Moore lanciava in alto circoletti di fumo.

«Ho impiegato diversi giorni a preparare tutto. Ho dovuto fare ricerche sulle vecchie annate di diversi giornali. E ho appurato che “lui” fece un viaggio a Dallas, il 22 novembre 1963, all’inizio del suo giro propagandistico, un anno prima di essere rieletto».

«E l’hai assassinato» mormorai a occhi socchiusi.

«L’ho fatto assassinare» assentì, guardandosi le unghie. «Ho impiegato un po’ di tempo per scegliere il tipo adatto a compiere il delitto, ma credo di aver fatto un bel lavoretto».

Tacque, e nella stanza si fece un silenzio innaturale. Fuori tirava il vento, e lo sentivo fischiare contro la superficie della vetrata alle nostre spalle.

«Questo non significa» riprese Moore «che io sarei un potenziale assassino di Presidenti. Conosco personalmente il vecchio Jack – anzi, una volta mi ha invitato a passare il week-end a Hyannis Port – e so che senza di lui l’America non sarebbe quella che è oggi. Ed è stato appunto il desiderio di vedere come si sarebbe risolta la guerra fredda senza di lui, che mi ha spinto a fare quello che ho fatto. Oltre, naturalmente, al desiderio di esaurire la mia carica emotiva.

«Cos’è in fondo un transpex? Un apparecchio che ti permette di collegarti con uno degli infiniti universi paralleli e di apportarvi delle modifiche mediante il controllo ipnotico di qualcuno dei suoi abitanti. Io ho scelto un mondo assai simile al nostro, quasi identico direi. E quello che hai appena visto è uno dei casi in cui l’azione di un solo uomo può apportare enormi variazioni».

«Ne sapevo qualcosa» dissi. «Ho sentito parlare delle variazioni apportate da alcuni tuoi clienti ad altri mondi…».

«Già. Naturalmente c’è chi esagera. Quell’idiota di Rogerson, per esempio, si è impadronito della mente di un colonnello tedesco del 1944 e ha fatto fallire lo sbarco in Normandia. Così la guerra si è prolungata per altri tre anni, il Reich ha avuto il tempo di mettere a punto l’atomica e ora lui si è ritrovato con un mondo per metà distrutto e per metà dominato dal nazionalsocialismo. Per non parlare di Duryea che si è sintonizzato sul 25 d.C., in Galilea, e… Be’, lasciamo perdere. Comunque questi sono casi limite, e poi non ci riguardano. Nei casi normali il transpex permette di scaricare in modo innocuo, la propria aggressività; il proprio nervosismo, il proprio odio, se vogliamo. Permette di scaricarlo su cose e situazioni esterne al nostro mondo, eppur simili alle nostre, alle cose e alle persone che ciascuno di noi odia, teme, invidia, combatte. È una perfetta catarsi. Tutti dovrebbero essere in grado di possedere un transpex. Pensaci un po’, Archie. Niente più crisi emotive, uccisioni, delitti. Niente più guerre!».

Lo guardai. «In modo innocuo, hai detto?».

Moore rispose fermo: «È quello che ho detto».

Be’, questo è tutto. Forse qualcuno riterrà inutile e superfluo questo mio sfogo, qualcun altro mi accuserà di vuoto e sorpassato sentimentalismo.

Io la penso diversamente.

Il transpex è tuttora oggetto di discussione. La Lega Morale per la Difesa degli Universi Paralleli l’ha condannato senza appello, e credo che tutto sommato Moore sottovaluti l’importanza – soprattutto psicologica – di Langart e del suo movimento. Io ho già detto all’inizio cosa ne penso.

Ma ci sono due cose che mi turbano. La prima sono le parole che Hope Langart pronunciò nell’ufficio di Moore prima di andarsene: mi sembra ancora di vederlo, l’indice teso, in direzione di Deakin, la corta barbetta fremente.

«…le è mai passato per la mente che forse ci sarà, un giorno, in uno degli infiniti mondi con cui si baloccano i suoi clienti, qualcuno che potrà considerare le cose da un punto di vista opposto? Che forse c’è già qualcuno, in uno di quei mondi, che si serve di noi come suoi giocattoli? Qualcuno che davanti a un enorme transpex si diverte a controllare la mente di Deakin Moore e di mille altri burattini senza volontà come lui, facendoli agire come vuole?».

Ma Deakin Moore dice che queste sono fantasticherie.

E la stessa risposta diede a me, quando gli feci osservare che il suo modo di scaricare l’emotività era prettamente egoistico. Che non avevamo, che nessuno aveva il diritto di uccidere, colpire, far soffrire le creature di un altro mondo per soddisfare i propri istinti aggressivi.

No, dice Moore. Non è così. Quegli esseri, dal nostro punto di vista, non esistono, è come se non esistessero. Non sono reali come noi. Possiamo considerarli proiezioni della nostra mente. Essi e i loro mondi sono soltanto quello che noi e il nostro mondo potremmo essere stati.

Non c’è corrispondenza biunivoca, dice Moore. Il nostro è l’unico mondo reale, l’unico nel quale le possibilità si sono svolte e incanalate in un certo modo per portarci a quello che siamo oggi. Gli altri… sono tutte difformità, deviazioni dalla realtà.

E credo che non ci sia nessuno che possa dimostrare con prove concrete che Deakin Moore ha torto. Non nel nostro mondo, almeno. Ma io mi domando: è possibile che in un altro universo Deakin Moore abbia realmente ucciso Jack Kennedy, quel fatale giorno, a Dallas, il 22 novembre del 1963?

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