Intervista a Lucio Valent: «Nascita e ascesa di una potenza egemone»

Emanuele Guarnieri
America! America? – Sguardi sull’Impero antimoderno n. 6/2014
Intervista a Lucio Valent: «Nascita e ascesa di una potenza egemone»

La nascita degli Stati Uniti è abbastanza singolare, a partire dal concetto ambiguo di “rivoluzione americana”. È possibile applicare agli avvenimenti del 1776 l’etichetta di “rivoluzione”? Quali sono gli elementi che vengono rimossi dalla narrazione delle origini degli USA?

Stando agli avvenimenti storico-politici, la nascita degli USA trova le sue radici nella reazione dei coloni, sudditi della Gran Bretagna, i quali – a causa della distanza e delle differenti necessità politiche, strategiche ed economiche – non ritenevano più utile per la difesa dei propri interessi partecipare al cosiddetto Primo Impero Britannico. I sudditi americani di Sua Maestà, dal 1607 – anno di fondazione della prima colonia – fino al 1776, avevano visto nel rapporto con Londra una specie di assicurazione contro i nemici del tempo, ovvero francesi e spagnoli, e, più marginalmente, contro le tribù nativo-americane. Più volte, tra il 1607 e il 1776, i coloni avevano richiesto l’aiuto di Londra a scopo difensivo. Ancor più spesso, però, erano stati chiamati a combattere guerre a vantaggio della Corona. Cosicché, spesso le guerre erano state percepite dai coloni come imposizioni della Gran Bretagna, come testimoniano anche i nomi con cui tali conflitti furono denominati (Guerra del re Giorgio, Guerra della regina Anna). Si può quindi affermare che, in un certo senso, il rapporto tra coloni e madrepatria avesse qualcosa di schizofrenico. Quando il pericolo europeo non venne più percepito come tale, alla fine della Guerra dei Sette Anni e con l’espulsione della Francia dal Nord America, l’esigenza difensiva venne meno, laddove invece crebbe il bisogno di indipendenza. Si diffuse l’idea per cui gli abitanti delle colonie avrebbero dovuto ottenere una rappresentanza politica in cambio delle tasse versate a Londra. L’intenzione di Benjamin Franklin, inviato poco prima della guerra civile a Londra per discutere su queste basi un accordo duraturo, era quella di riformare l’Impero, più che di separarsi da esso, dando vita a una sorta di “Impero democratico”. E questo, per scongiurare una rottura che, agli occhi di molti e nonostante i cambiamenti intercorsi, appariva tutto sommato inutilmente traumatica.

A mio avviso, se si desidera affrontare la novità rappresentata dalla nascita degli Stati Uniti dal punto di vista del pensiero politico, invece, notiamo che fu già con l’arrivo nei primi anni del Seicento dei non-conformisti e dei protestanti (i cosiddetti Pilgrim Fathers) che si sviluppò una concezione di eccezionalità degli Stati Uniti per molti versi rivoluzionaria: i coloni si sentirono chiamati a costruire un’evangelica City upon the hill alla quale tutti avrebbero guardato come momento palingenetico del genere umano. È un’idea che fu ripresa con maggiore enfasi alla fine della Guerra dei Sette Anni, quando l’interesse pratico che spingeva a cercare una maggiore rappresentatività parlamentare a Londra si accompagnò alla consapevolezza di rappresentare qualcosa di nuovo nella storia. Detto questo, possiamo quindi considerare la Guerra d’Indipendenza alla stregua di una rivoluzione, perché segnò la nascita di uno stato molto diverso dal modello più comune a quei tempi, ossia la monarchia assoluta, permettendo la realizzazione di un sogno molto diffuso in epoca medievale e soprattutto moderna: uno Stato in cui il potere politico non fosse retto da un’aristocrazia o una monarchia, bensì gestito da una repubblica. Non va dimenticato, del resto, che i founding fathers erano studiosi di storia greca o romana, e si richiamavano spesso alla Grecia antica o alla Roma repubblicana.

È per questo insieme di ragioni che mi pare importante chiedere che, parlando di Rivoluzione americana, ci si sforzi di intendere il termine rivoluzione rimuovendo i suoi aspetti “novecentesco-ideologici”. C’era infatti una dimensione ideologica o, se vogliamo, anche religiosa (pensiamo al diritto alla ricerca della felicità, ricordato nella Dichiarazione di Indipendenza), ma non era l’aspetto prevalente, pur avendo un peso certo importante. Dal mio punto di vista di studioso di relazioni internazionali, l’aspetto più rivoluzionario venne garantito dal fatto che, grazie all’indipendenza delle tredici colonie britanniche, nacque uno Stato nuovo che fin da subito si pose in termini antagonisti e competitivi con gli altri: infatti, gli Stati Uniti non furono mai isolazionisti.

 

Benché spesso presentata come un blocco monolitico, la realtà statunitense è attraversata da numerose contraddizioni. Quali sono i principali conflitti sociali che segnano la società americana? Gli USA, una novità nel panorama mondiale, esibiscono feroci contraddizioni all’interno della stessa epoca moderna. Come vengono vissute queste contraddizioni?

Molti sono i conflitti della società statunitense. Il primo tra questi riguardò, vale la pena ricordarlo, i difficili rapporti tra coloni lealisti e patrioti indipendentisti. Tale contrapposizione fu risolta, all’indomani della fine del conflitto, con l’espulsione forzata dei primi da parte dei secondi, causando una lacerazione che fu recuperata solo nel tempo. Un secondo motivo di tensione nella società del nuovo Stato riguardò l’espansione oltre i monti Appalachi. La negazione di tale diritto da parte britannica era stata una delle cause della Guerra d’Indipendenza. Una volta raggiunta l’autonomia, però, il problema si ripresentò – e in varie forme – negli anni e nei decenni successivi, dividendo la società statunitense.

In ogni caso, a parte queste vicende che potremmo definire geopolitiche, il più importante tra i conflitti diffusi nella società statunitense (oggi paradossalmente dimenticato) è stato il forte sentimento anticattolico, molto diffuso fino al periodo successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Preminente nel Paese è stata a lungo l’egemonia della cultura protestante dei padri pellegrini, a loro dire emigrati dall’Inghilterra per sfuggire alle persecuzioni degli Stuart, di religione cattolica. In seguito, la concezione del cattolicesimo come esiziale per la libertà dell’individuo è stata assorbita dalla cultura statunitense. Nelle Americhe, l’odio nei confronti dei cattolici generò sempre conflitti con le popolazioni che venivano accusate di “Papismo”, per esempio con i francesi, sconfitti dopo la Guerra dei Sette Anni. Un tale astio – sempre latente – si risvegliò ogniqualvolta gli USA sperimentarono ondate di emigranti cattolici – tra i quali erano preminenti italiani e iralndesi – verso la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Quell’immigrazione di massa fu un notevole elemento di tensione e disturbo: non a caso, in quello stesso periodo ci fu uno di quei risvegli religiosi protestanti che sono una costante nella storia degli Stati Uniti. In generale, comunque, le migrazioni in quanto tali furono sempe fonte di conflitto entro la società statunitense – negli ultimi venti-trent’anni, una delle questioni socio-politiche più significative e dibattute è la migrazione ispano-americana, che parrebbe poter causare un mutamento dell’elettorato dalle conseguenze giudicate imprevedibili, poiché gli ispano-americani sono per la maggior parte cattolici.

Un’altra tensione forte, che investì sia l’ambito economico sia quello sociale, di certo molto più conosciuta e su cui non vale forse la pena soffermarsi troppo, per quanto sia sfociata addirittura in un conflitto armato (la Guerra di Secessione, combattuta tra il 1861 e il 1865), fu quella che vide opposti il Nord industrializzato, moderno, guidato da una classe dirigente protestante in pieno risveglio religioso, e un Sud più propenso al latifondo, gestito con manodopera schiavile, ma comunque inserito entro i flussi economici globali del tempo e nel mercato mondiale.

Tra gli altri conflitti occorre ricordare l’ostitlità di vasta parte dell’opinione pubblica statunitense nei confronti di socialismo e comunismo durante il XX secolo, che si esplicitò in certi periodi attraverso vere e proprie persecuzioni contro gli aderenti ai partiti e ai movimenti di sinistra. Ciò fu causa di forti inimicizie tra i sindacati e le classi dirigenti nazionali, che furono superate – ma solo in parte – dalla società statunitense, grazie all’esistenza di valvole di sfogo.

 

E come sono state metabolizzate queste contraddizioni?

La società statunitense è riuscita progressivamente ad assimilare i nuovi arrivati sotto il segno della cultura della libertà – che è sicuramente l’aspetto più considerevole dal punto di vista teorico – dell’individualismo, se vogliamo anche del consumismo, della possibilità di realizzare le proprie ambizioni – quella che gergalmente chiamiamo American way of life. D’altra parte, tale assimilazione è stata a lungo garantita dalla disponibilità da parte dei migranti ad accogliere questo elemento della retorica USA. Va tenuto presente come gli Stati Uniti siano tuttora un Paese fondamentalmente sottopopolato, se si considera che gli Stati centrali, come Wyoming e Montana, hanno chilometri di praterie disabitate: la possibilità di vivere con un pezzo di terra in effetti è stata offerta praticamente a chiunque. Inoltre, grazie allo ius soli, i figli dei cattolici (riferendoci a una delle maggiori contraddizioni a cui abbiamo fatto cenno) nascevano cittadini americani. Quindi, nel tempo, poterono lavorare per dimostrare sia la fedeltà del cattolico al sistema statunitense, sia l’utilità per il Paese di un contrappeso, quale quello da loro garantito a una società troppo individualista. Ma la tensione con l’elemento cattolico fu anche metabolizzata dalla situazione creatasi durante la Guerra Fredda, e ancor prima nel corso della Seconda Guerra Mondiale, quando la disponibilità del papato a schierarsi a fianco delle democrazie – non tanto contro i fascismi, quanto contro i comunismi, in prospettiva futura – rese più facile la tolleranza nei confronti dei cattolici.

In sintesi, gli Stati Uniti sono riusciti a metabolizzare le tensioni grazie alla capacità di plasmare gli elementi esterni, ma lasciandosi al contempo plasmare da essi, come creta, essendo una società più elastica della nostra.

 

Com’è andato affermandosi il primato geopolitico degli Stati Uniti?

Faccio spesso notare che gli USA non sono mai stati un Paese chiuso in se stesso: essendo nati come colonie di un impero marittimo, il rapporto col mare e con i commerci è stato fin da subito molto forte. Uno degli errori più marchiani è pensare che gli Stati Uniti abbiano adottato una politica isolazionista sino al 1898 o al 1917. Non vi è alcun dubbio che fino alla fine dell’età della frontiera (1890 circa), il confine principale fosse, per così dire, interno: in primo luogo, gli statunitensi si preoccuparono infatti di estendere il controllo sui territori limitrofi, espellendo le grandi potenze europee dal Nord America e, successivamente, da tutto il continente americano. Nel 1783, anno dell’indipendenza de facto, i loro vicini erano il Canada, (che restava colonia britannica), le popolazioni native e la Spagna. Fu per questo motivo che si preoccuparono di allontanare dal continente le potenze che consideravano pericolose, in primo luogo gli inglesi, giungendo perfino a combattere un secondo conflitto con Londra nel 1812-1815, quando, nell’ultima fase delle guerre napoleoniche, si schierarono a fianco della Francia per ragioni essenzialmente strategiche, cercando di occupare il Canada. Il tentativo non ebbe fortuna: gli Stati Uniti vennero sconfitti sul campo, mentre Washington e la Casa Bianca furono bruciate. Ciò però non impedì agli statunitensi di continuare a favorire l’indipendenza dei Paesi latinoamericani e centroamericani.

Tuttavia, fin dalla loro nascita, gli USA si impegnarono in una politica estera attiva e decisa. Per esempio, cercarono da subito di controllare la zona del golfo del Messico, per farne un “mare di casa”, assolutamente sicuro. Questa iniziativa, al pari di altre, aveva la propria base nel motto L’America agli americani, concetto chiaramente espresso al mondo dalla dottrina di Monroe. Sin dalla fine del XVIII secolo, quindi, ogniqualvolta gli europei parvero essere in procinto di tornare sul continente americano, gli Stati Uniti reagirono in modi diversi, aventi comunque la stessa finalità: evitando di avere attorno a sé potenze pericolose, non avrebbero dovuto “guardarsi le spalle”, potendo dedicare così dedicare una parte importante delle proprie risorse a proiettare la propria potenza nel mondo extraamericano. L’attenzione per la sicurezza del continente – percepita come una sorta di livello intermedio tra politica interna e estera – fu da subito coniugata a una certa chiara strategia di quel che accadeva al di fuori di esso e degli interessi globali del Paese. All’inizio del XIX secolo, per esempio, in due occasioni Washington inviò la propria flotta a combattere contro i cosiddetti “Stati barbareschi” del Nordafrica, dal momento che questi assaltavano le navi statunitensi che commerciavano nel Mediterraneo o nell’Atlantico orientale. Questa reazione fu determinata dalla presa di coscienza dell’importanza di difendere il diritto statunitense di poter navigare senza pericolo in tutti i mari del globo e dall’interesse alla difesa dei commerci globali necessari a garantire lo sviluppo interno dell’economia nazionale: significava infatti poter disporre di denaro per combattere le guerre contro gli indiani, gli spagnoli o i messicani. Un altro punto di riferimento fondamentale nell’immaginario geopolitico statunitense – che mostra come gli USA furono sempre e da subito potenza attiva nel panorama politico internazionale – è rappresentato dalla Cina, con la quale essi ebbero sempre rapporti costanti, fin dal 1783. Per gli statisti di Washington l’Estremo Oriente rappresentava un mercato fondamentale, che andava preservato a ogni costo dal rischio di divenire esclusiva proprietà di una singola potenza europea, con uno sforzo tanto più logico se attuato da un Paese, come il loro, che si presentava quale erede del sogno colombiano. Non vi è dubbio che la conquista delle Filippine nel 1898 a seguito della guerra ispano-americana fu la via regia per stabilire una testa di ponte nel continente asiatico. Indubbiamente, allo stesso tempo, i prodromi di tale scelta non vanno cercati solo nel complesso gioco praticato dalle Grandi Potenze nell’ultimo quarto del XIX secolo, bensì in una lunga tradizione che ha le sue basi in epoca moderna.

Così, grazie a questa politica fin da subto attiva e aperta al mondo, sul finire dell’Ottocento gli USA avevano già tutti i requisiti per poter assumere un ruolo di grandissima potenza. Si trovarono a essere un Paese politicamente ed economicamente solido e unito, che aveva trovato il modo di affrontare le proprie contraddizioni con gli strumenti già menzionati e di porsi, grazie a ciò, in competizione con le altre Grandi Potenze del tempo, potendo disporre di un territorio ricco di risorse e materie prime.

Avendo presente questo impegnativo programma politico, non sorprende che gli Stati Uniti abbiano deciso di distanziare la propria politica estera da quella europea, non partecipando, negli ultimi venticinque anni dell’Ottocento, alla corsa verso i territori africani, finalizzata alla conquista di grandi imperi terrestri. Non va, però, dimenticato che l’equivalente dell’imperialismo territoriale ottocentesco europeo fu, per gli USA, proprio la conquista del territorio statunitense attuale, sottratto ai nativi americani o alle potenze europee.

 

Venendo ai nostri giorni, quale (se c’è stato) il ruolo degli USA nelle cosiddette “primavere arabe” in Egitto, Tunisia e Libia?

Rispetto all’Egitto, potremmo dire che gli USA, a un certo punto, dopo averlo per anni sostenuto, nel febbraio 2011 decisero di negare a Mubarak il proprio sostegno politico. Nei tre anni precedenti, con la crisi economica in corso, ebbi l’impressione (ma si tratta di un parere personale) che l’Africa e il Medio Oriente non rappresentassero più la preoccupazione principale degli USA, dato il cambio di marcia significativo dell’amministrazione di Barack Obama rispetto alla retorica degli anni dell’era Bush a proposito dell’“esportazione della democrazia”. Con ciò, si può anche pensare che presso i vertici politici e l’opinione pubblica statunitensi le primavere arabe fossero viste come fenomeni non necessariamente democratici, ma quantomeno sostenuti dalla volontà popolare e quindi osservati con una certa simpatia. Dopotutto, in questi Paesi, le persone sono scese in piazza per esprimere la propria volontà, a fronte di regimi autoritari. La combinazione tra il diminuito interesse per le vicende mediorientali e la necessità di non abbandonare del tutto il ruolo di potenza egemone nella regione fece sì che l’ambasciatrice americana al Cairo, quando si verificarono le prime rivolte di piazza nel gennaio-febbraio 2011, prendesse contatto con i Fratelli Musulmani, probabilmente vedendo in essi un soggetto capace di rispondere alle esigenze della popolazione, nonché di mantenere la situazione pacifica. Ben presto, però, negli Stati Uniti e nei loro alleati occidentali è divenuta evidente l’impressione che la spinta al cambiamento attraverso le proteste di piazza non fosse necessariamente un’espressione di democrazia o la via migliore per garantirne la crescita. Infatti, i compagni di viaggio dei democratici, cioè proprio quei Fratelli Musulmani con cui Washington aveva pensato di poter trattare, hanno subito dimostrato di essere ben consapevoli di come lo strumento del voto potesse essere distorto con finalità antidemocratiche e di essere pronti a sfruttare tali possibilità per sostenere politiche contrarie ai principi democratici e agli interessi occidentali.

Un ruolo di rilievo nei diversi cambiamenti di linea operati da Washington nei confronti delle “primavere arabe” è stato probabilmente giocato dall’intesa USA-Israele. È noto come Israele sia in qualche modo l’“agente” degli USA in Medio Oriente, così come lo è altrettanto il fatto che a volte siano stati gli statunitensi a essere condizionati nelle proprie scelte dai desideri israeliani, avendo i primi combattuto guerre che hanno fatto comodo anche ai secondi – si pensi ai due conflitti in Afghanistan e in Iraq durante la presidenza Bush, in parte continuati durante l’attuale era Obama. È probabile che agli esordi delle “primavere arabe” sia gli Stati Uniti sia Israele avrebbero forse preferito che la situazione rimanesse così com’era, dal momento che sostanzialmente non ingenerava problemi alla loro strategia di sicurezza regionale e complessiva. A un certo punto – questa è la mia impressione –, visto l’evolversi della situazione, Tel Aviv insistette con Washington affinché questa trovasse un accordo con quelle forze politiche che potevano garantire la stabilità. In due diverse occasioni (nel febbraio 2011 e nell’estate scorsa), l’amministrazione Obama non ha esitato perfino a minacciare di non versare più l’usuale cifra (circa due miliardi di dollari) all’esercito egiziano se questo non fosse stato disposto a intervenire per stabilizzare il Paese, evitando una crisi interna che avrebbe avuto conseguenze su tutta la regione e, a cascata, su Israele stesso.

A mio avviso, il ruolo degli Stati Uniti è stato più attivo nelle vicende egiziane del 2013 che non in quelle di due anni prima, proprio grazie al rapporto privilegiato con i vertici dell’esercito locale. Potremmo azzardarci a dire che hanno imparato la lezione irachena, quando, una volta tolto di mezzo Saddam Hussein nel 2003, si resero conto che avrebbero dovuto trovare qualcuno capace di guidare il Paese quanto lo era lui, per altro non riuscendovi. La prudenza con cui hanno affrontato le crisi arabe tra il 2011 e il 2013 è figlia, quindi, della necessità di una attenta valutazione della realtà presente e il ruolo degli USA negli ultimi anni mi sembra dunque essere non tanto di progettazione degli eventi che si sono verificati, quanto di una gestione successiva degli stessi.

 

Come si configura, al giorno d’oggi, il primato geostrategico degli Stati Uniti?

Barack Obama, nel dicembre 2011, in un discorso ai paesi dell’Oceania, affermò che negli anni a venire gli USA avrebbero dovuto guardare più all’Oceano Pacifico che non all’Atlantico. Con queste parole, assai significative, ha messo sul tavolo una serie di elementi che sono e saranno tipici della geopolitica statunitense. In primo luogo, il loro rapporto stretto con i mari dovrà essere difeso con decisione: non avendo al momento particolari competitors terrestri (in primo luogo sul continente americano), gli Stati Uniti potranno dedicarsi al controllo oceanico, che è un elemento fondamentale di potere nelle relazioni internazionali. Infatti, gli USA hanno mantenuto, mantengono e continueranno a mantenere flotte nel Mediterraneo, nell’Atlantico, nel Pacifico e nell’Oceano Indiano. Obama ha esplicitato il desiderio dell’America di continuare a essere una grande potenza marittima, perché chi controlla il mare controlla i traffici di merci, la stragrande maggioranza dei quali avviene per questa via. Il controllo dei canali e degli stretti (ancora pienamente a disposizione di Washington) resta dunque l’atout fondamentale nelle mani della superpotenza: presso gli stretti di Malacca e Gibilterra, e i canali di Suez e Panama, gli statunitensi continuano a mantenere portaerei e incrociatori.

Per quanto riguarda invece lo spostamento dell’interesse dall’Atlantico al Pacifico, non essendoci rispetto al primo un potenziale nemico (come poteva esserlo l’URSS), guardare al Pacifico significa concentrarsi soprattutto su Cina e India. È come se Obama avesse detto: «torniamo a prenderci cura di un’area delicata, perché per noi è utile avere buoni rapporti economici con la Cina, ma sappiamo al tempo stesso che essa è anche un concorrente, a causa della sua alta produttività, delle sue ambizioni e della grossa fetta di debito pubblico statunitense da essa posseduto». Cina e India sono oggi grandi potenze – o quantomeno grandi Paesi industrializzati o in via di industrializzazione – che stanno divenendo potenziali competitori. Essi, però, continueranno a soffrire un problema che gli Stati Uniti non hanno. Infatti, Cina, India e Russia hanno dei rivali terrestri – o meglio, lo sono tra loro. È anche per questo che i dirigenti americani ritengono che il rapporto con quell’area debba essere monitorato con attenzione. Area nella quale sono sorti nuovi competitori internazionali e da cui potrebbero sorgere (o risorgere) nemici globali, l’Asia gode di condizioni privilegiate e soffre di contraddizioni e insufficienze nelle quali l’amministrazione attuale e (con ogni probabilità) anche quelle successive cercheranno di destreggiarsi a proprio vantaggio.

Lo scopo di tutto ciò è, chiaramente, mantenere la centralità degli USA nelle relazioni internazionali. È un dato di fatto che, attualmente, essi occupino questa posizione: garantiscono la sicurezza dei mari, fatto salvo il problema della pirateria, e rimangono il principale soggetto con il quale chi volesse rimettere in discussione gli equilibri internazionali dovrebbe discutere eventuali cambiamenti.

Credo inoltre che negli anni avenire gli Stati Uniti cercheranno di rilanciare il proprio ruolo in America latina, dove incontrano grossi problemi a causa delle rinnovate resistenze dei poteri locali. La fine della Guerra Fredda ha visto, in quest’area, non il trionfo della democrazia liberale tanto cara all’opinione pubblica statunitense, ma il diffondersi di governi dalle marcate fattezze populiste. A causa di ciò, i governi di Morales in Bolivia, di Chavez in Venezuela, ma anche (a tratti) alcuni esecutivi cileni, peruviani ed ecuadoregni, hanno assunto posizioni più spesso anti-statunitensi che non filo-statunitensi. L’attenzione mostrata da Washington verso la Cina si spiega anche con la consapevolezza del fatto che i cinesi stanno investendo molto in America latina, il che crea un potenziale avversario sul continente che potrebbe dar luogo a tensioni per nulla indifferenti.

 

Quali sono i contemporanei rivali degli USA? Quali sono i territori e le risorse per cui si compete? Gli USA prevedevano l’ascesa di nuovi protagonisti, di un mondo multipolare?

Di fatto, tutti e nessuno. In questa fase, non c’è un’evidente volontà di rivaleggiare con gli USA “a caldo” – o anche a freddo, com’è stato con l’URSS, quando la competizione coinvolgeva anche due visioni del mondo differenti. Non si vedono, in sostanza, i prodromi di una nuova “Guerra Fredda” che veda contrapposti gli Stati Uniti a veri e propri nemici. Ci sono, invece, molteplici avversari, reali o potenziali. La Cina a cui abbiamo fatto più volte riferimento, per esempio. Oppure la stessa Europa, se ci fosse la volontà di creare un sistema politico realmente unito. Tra gli avversari potenziali potremmo trovare anche gli altri paesi del BRICS, escludendo la Cina (ovvero Brasile, Russia, India e Sudafrica). Da un punto di vista puramente teorico il Brasile potrebbe essere il maggiore competitore nel continente latinoamericano, ma al momento non si vedono avvisaglie di ciò, mentre la Russia potrebbe cercare di ritagliarsi (o di riconquistare) un proprio spazio sul fronte del Pacifico, ma soprattutto in Asia centrale. Si tratta tuttavia, a mio modo di vedere, di sfide che sono di là da venire.

La verità è che ci troviamo in un momento di transito, poiché potenzialmente vi sono degli avversari, ma non sono ancora usciti allo scoperto, non avendo interesse a palesarsi. La Cina, non teoria il più plausibile prossimo avversario di Washington, si trova in una situazione intermedia, non essendo ancora una grande potenza in grado di imporre con decisione la propria volontà, ma già in netta ascesa e sempre più decisa a conquistare una solida posizione internazionale. Ciononostante, la classe dirigente cinese è molto prudente, in quanto figlia di una cultura decisamente diversa. Non sente l’urgenza di bruciare le tappe e di entrare in contrasto diretto con gli Stati Uniti (a differenza di quanto avvenne con la Germania, prima delle Guerre Mondiali, o con il Giappone imperialista del ’41) e si sente forte per il fatto di disporre del controllo su una larga fetta del debito americano, condizione che fa riflettere i vertici di Pechino sul fatto che, se gli USA facessero bancarotta o entrassero in guerra, essi non potrebbero più recuperare i loro crediti. Dal canto loro, gli americani hanno il loro interesse a che l’economia cinese mantenga alti livelli di sviluppo.

Da ciò deriva che, al momento attuale, non esistono veri e propri competitori di Washington, tant’è che la classe dirigente americana, per mantenere alta la tensione e il livello di mobilitazione dell’opinione pubblica negli anni Duemila, si è dovuta inventare la retorica dell’islamo-fascismo. In fondo i vertici statunitensi sono andati a cercarsi nemici fittizi, non di certo la Cina o l’India. Anche laddove hanno identificato qualche avversario concreto, si trattava dell’Iran, che fra i vari nemici reali o presunti si è dimostrato, a mio avviso, meno pericoloso dell’Arabia Saudita, per esempio, che ha finanziato gli islamisti più radicali.

Un certo ruolo di avversario delle politiche strategiche statunitensi è, a voler ben vedere, rivestito dall’opinione pubblica internazionale. Oggigiorno, determinate cose che un tempo gli USA si permettevano di fare impunemente non sono più tollerate. Prendiamo l’esempio della guerra in Iraq: nessuno chiaramente è stato in grado di fermare il loro attacco, ma è altrettanto vero che contro Washington si sollevò una vasta ondata di proteste, di modo che si trovò spogliata di ciò che le restava di quell’aura di potenza benevola che in passato l’aveva rivestita, soprattutto di fronte all’opinione pubblica occidentale. Quest’ultima, poi, non ha ancora perdonato agli Stati Uniti il fatto di trovarsi, a distanza di dieci anni, a dover fare i conti con i debiti creati con quella guerra sciagurata.

 

Quali sono i rapporti tra gli Stati Uniti e i loro alleati fondamentali? Penso all’Unione Europea, sul cui territorio sono presenti ancora numerose basi militari statunitensi, a sessant’anni dalla Seconda Guerra Mondiale e a venti dalla caduta dell’URSS, oppure al recente caso Datagate.

L’alleanza con l’Unione Europea è di comodo. Dopo la Guerra Fredda, la NATO si è trasformata in un soggetto che agisce anche su un piano extraeuropeo, avendo subìto una progressiva trasformazione che, per una ragione o per l’altra, è stata accettata da tutti. Doveva trattarsi di un’alleanza contro un eventuale attacco da parte sovietica sul territorio europeo. A oggi, l’Europa ne ottiene una difesa parziale (gli Stati mantenendo comunque i loro eserciti), con garanzie certe di copertura da parte statunitense in caso di attacco. Ciò consente agli Stati continentali di investire meno risorse nella spesa militare, in particolare per sistemi d’arma che dovremmo acquistare se non volessimo rimanere totalmente privi di difesa. Dal punto di vista delle relazioni politiche fuori dal continente, il fatto che non vi sia più la minaccia rappresentata dall’Unione Sovietica ha fatto sì che ci fossero linee d’azione a volte divergenti tra le potenze continentali e gli Stati Uniti, mentre, rispetto al mondo arabo, ogni Paese europeo gestisce le relazioni singolarmente. Reciprocamente, però, USA e UE mantengono anche dei rapporti molto competitivi dal punto di vista economico – il che non toglie siano anche realtà complementari. Sebbene sia stato messo al vaglio il progetto di una zona di libero scambio tra Europa e Stati Uniti, rimane comunque una certa competizione per la produzione o la ricerca di materie prime.

Per come la vedo io, i rapporti sono complessivamente cordiali, salvo cadute di stile temporanee – come la questione Datagate. Il problema vero è che l’Europa continua a non essere un soggetto politico veramente unitario, mentre gli Stati Uniti, al contrario, lo sono. Di fronte ad alcune questioni internazionali, gli Stati Europei si confrontano ciascuno per conto proprio con gli USA – benché esista un ministro degli esteri europeo, la cui importanza, a dir la verità, è praticamente nulla. Di fatto, l’amicizia eurostatunitense ha un’importanza inferiore rispetto al passato, non essendoci autentiche ragioni di tensione.

Le vicende Datagate o Wikileaks dimostrano che gli Stati Uniti hanno nei confronti dell’Europa un atteggiamento di tipo certamente imperiale. Negli anni Settanta, non potendo pensare di favorire colpi di stato simili a quelli in Sudamerica di Pinochet o dei generali argentini, si limitavano a spiare le forze politiche ostili, al tempo stesso sostenendo quelle più legate ai loro interessi. Oggi, pur non essendoci più un sostanziale pericolo comunista, si preoccupano comunque di conoscere le decisioni degli alleati con una costanza degna di miglior causa. Di conseguenza, credo si possa dire che nessuno oggi tra gli USA e l’UE veda l’altro in sinistra parte. Sono aree che hanno grande interesse a mantenere buoni i rapporti reciproci, nonostante questi siano stati indeboliti dalla crisi e, a ben vedere, gli USA hanno valide motivazioni per desiderare la ripresa europea, avendo interessi economici oramai consolidati nel continente.

Altrettanto certo è, però, che gli USA non avrebbero alcun vantaggio a interloquire con un soggetto fortissimo come potrebbe essere un’Unione Europea veramente unita sotto il profilo politico. In effetti, si tratta di un atteggiamento un po’ schizofrenico. Da un lato, durante la Guerra Fredda, gli USA accolsero e promossero con piacere la nascita della comunità europea, barattando qualche svantaggio economico con un sicuro sostegno politico. Con gli anni Sessanta, si resero però conto che la competizione economica era molto sbilanciata a favore degli europei (al tempo, era in corso il boom economico) e chiesero un maggiore appoggio politico, mentre con la fine degli accordi di Bretton Woods diedero il via a una serie di scontri commerciali significativi che ebbero effetti duraturi sull’economia occidentale. Il tutto, all’interno di un contesto che continuava a mostrare gli europei incapaci di formare un soggetto politico veramente unito e forte.

Gli USA, di conseguenza, non hanno interesse a che nascano degli ipotetici “Stati Uniti d’Europa”, ma hanno anche capito che, allo stato attuale, un’Europa unita potrebbe anche non esserci mai. In questa fase non si vedono grandi capacità di progettazione da parte della classe dirigente europea: non ci sono politici che abbiano la caratura necessaria a dar vita a un simile soggetto – senza contare, inoltre, un certo sentimento antieuropeista abbastanza diffuso.

 

Quali mutamenti possiamo aspettarci nella situazione geopolitica mondiale? Il primato degli Stati Uniti è stabile o declinante?

Per usare una metafora sportiva, gli USA sono come quei pugili molto forti che hanno ricevuto qualche pugno importante, che ha rallentato le loro azioni. Ma i loro avversari farebbero bene a mantenere alta la guardia: sono capaci di metterti a tappeto con un solo gancio. Gli Stati Uniti restano un elemento imprescindibile dello scenario mondiale. Una loro uscita di scena creerebbe una serie di problemi non indifferenti: mantengono tuttora truppe sul suolo europeo, il che ha permesso a tutti di essere sollevati dalla preoccupazione che i tedeschi diventassero nuovamente una potenza militare – questi ultimi non avendo avuto più la spinta ad armarsi, essendo la loro difesa garantita dagli americani.

Un’eventuale uscita di scena in Asia, o anche solo dalla Corea, renderebbe la Corea del Sud molto più vulnerabile. Ne conseguirebbe probabilmente un conflitto fra Nord e Sud Corea, oppure una riunificazione dei due Stati, che darebbe alla luce una piccola ma significativa potenza regionale. Il Giappone si sentirebbe molto più debole rispetto ai vicini coreani ma soprattutto cinesi, e si scatenerebbe quindi una corsa agli armamenti, che creerebbe tensioni non indifferenti.

Si pensi ancora a cosa succederebbe se gli USA si ritraessero dal Medio Oriente, se non controllassero più le vie del petrolio o il Golfo Persico: si può ipotizzare plausibilmente il pericolo di una guerra tra Arabia Saudita e Iran, per non parlare del rischio che alcuni Stati arabi, vedendo Israele non più coperto dagli Stati Uniti, potrebbero essere tentati di compiere un gesto insano, i cui esiti sarebbero disastrosi. Le stesse potenze regionali arabo-persiane finirebbero per competere tra loro, non scatenando necessariamente un conflitto, ma senz’altro aumentandone la probabilità. Crescerebbe sicuramente il costo del petrolio, per le maggiori difficoltà di trasporto – se non altro perché una petroliera dovrebbe essere assicurata con un premio molto più alto, dal momento che in caso di conflitto la nave rischierebbe di andare distrutta. Alternativamente, potremmo non poter più reperire il petrolio in quell’area, e ci troveremmo, con una certa difficoltà, legati ad altre fonti. Il mondo intero, in effetti, sarebbe costretto ad accedere a fonti petrolifere diverse, come Venezuela o Russia. Diminuendo il numero di fornitori, aumenterebbero i prezzi. Gli stessi cinesi sono ben felici che siano gli americani a controllare il Medio Oriente, non costringendo loro a spendere soldi per riportare la pace in quella regione. È stato un problema che hanno avuto anche gli inglesi, o comunque tutti i grandi imperi. Diventare potenza imperiale significa necessariamente occuparsi anche delle vicende regionali, e quindi essere parte in causa di conflitti che, in altre condizioni, non avrebbero determinato la necessità di prendere posizione.

Le altre potenze hanno interesse a che un’altra grande potenza controlli un territorio, per non dover essere loro a farlo. Se non ci fossero gli Stati Uniti, toccherebbe ai cinesi, agli europei, ai russi, agli indiani (o a chiunque ne abbia voglia, capacità e interesse) tenere sotto controllo e mantenere la pace in un’area strategica come il Golfo Persico, salvo non accettare che siano gli stessi locali ad acquisire un ruolo fondamentale nella gestione del territorio. Però, affinché si possa arrivare alla condizione per la quale una grande potenza regionale diventi egemonica nella regione, ovvero sia in grado di controllare l’intero Golfo Persico, sono necessari dei conflitti, quindi dei costi, e con l’ulteriore conseguenza del dover successivamente trattare con un unico soggetto, a questo punto capace di sottoporre dei diktat economico-politici non indifferenti. Di conseguenza, molti vedono negli USA una potenza comunque benigna: credono sia meglio che siano essi stessi a controllare certe aree.

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