Il popolo del mais

Diego Sobrà
America! America? – Sguardi sull’Impero antimoderno n. 6/2014
Il popolo del mais

All’inizio del secolo scorso, durante il primo conflitto mondiale, in America circolavano numerosi manifesti che, incitando la popolazione civile al supporto bellico, avevano una funzione educativa anche riguardo al risparmio e all’uso delle risorse alimentari. Tra gli altri colpisce quello che magnificava, attraverso una tavola riccamente imbandita, la versatilità di utilizzo di un cereale – il mais – che di lì a poco avrebbe cambiato in maniera definitiva sia la pratica dell’agricoltura sia il rapporto dell’americano medio con il cibo. Il progresso scientifico ha spinto tale versatilità a livelli all’epoca impensabili, trasformando questa pianta originaria dell’America centrale – Zen Mais, in linguaggio botanico – in una sorta di petrolio giallo, dove ogni singolo chicco, scomposto e declinato innumerevoli volte nel verbo del profitto dell’odierna industria di trasformazione, può essere rivenduto dozzine di volte. Un grande affare per il produttore e, in apparenza, anche per il consumatore – sennonché il basso prezzo dei prodotti ne nasconde un altro, insostenibile, quando a colmare la differenza sono la dignità, la salute e spesso la vita di milioni di persone. Se fosse stampata oggi, l’immagine di quel poster sarebbe affollata da centinaia di prodotti che hanno poco o nulla a che fare con l’alimentazione, come pannolini, cosmetici o taniche di etanolo. Ma come si è arrivati a questo punto? Nel Seicento, le tribù dei Wampanoag, che già lo coltivavano e ne selezionavano le qualità per adattabilità alle variabili condizioni climatiche e facilità di conservazione, introducendo il mais ai Padri Pellegrini nei primi insediamenti del New England probabilmente non avevano previsto ch’esso sarebbe diventato la fonte di energia in grado di permettere la rapida espansione dei coloni europei verso le fertili pianure dell’interno, fonte della loro sopravvivenza. A prova della sua ascesa nelle consuetudini commerciali dei nascenti Stati Uniti, lo troviamo anche, poco dopo, come misura di scambio nella compravendita e nel nutrimento dei primi schiavi provenienti dall’Africa. Il suo complesso e, per certi versi, bizzarro processo riproduttivo – capace di formare abbondanti semi di grandi dimensioni rinchiudendoli però in un solido cartoccio, quindi con scarse possibilità di una diffusione autonoma – è diventato, nelle mani dell’uomo, la perfetta soluzione per la sua sopravvivenza, rapporto non dissimile da ciò che in biologia lega parassita e ospite. Quella mano ne ha plasmato l’evoluzione a uso esclusivo dei propri bisogni e abitudini, ad esempio ingrossando ulteriormente le pannocchie o indirizzando la pianta verso una crescita in altezza che ne facilitasse la raccolta meccanica. La pianta si è piegata docilmente a quella mano, la quale, come sotto una carezza, l’ha portata a essere oggi una specie vegetale che, senza quel tocco, si estinguerebbe nel giro di una stagione senza lasciare traccia.

La fine della Seconda Guerra Mondiale lasciò in eredità magazzini militari stracolmi di nitrato di ammonio, componente base nell’assemblaggio di esplosivi ma anche ricco di azoto, elemento insostituibile nella formazione di aminoacidi e proteine, essenziali a ogni forma di vita. Nei campi, fino a quel momento, il livello di azoto – merce rara in natura – era mantenuto costante dalla rotazione delle colture, in particolare di cereali e legumi. L’ingresso dei concimi di sintesi azotati rese di fatto inutile questa pratica, favorendo la monocoltura, che avrebbe uniformato il paesaggio agricolo e umano delle campagne americane. È una pratica che accelera il processo di desertificazione e l’inquinamento, in particolare delle falde acquifere, le quali, a loro volta, trasportando dai fiumi al mare l’eccesso di nutrienti non trattenibili dal terreno, provocano ad esempio la crescita abnorme della flora marina, evento comune nel golfo del Messico e osservato similmente anche nel nostro Mar Adriatico.

Il principale protagonista e beneficiario di questa rivoluzione fu sicuramente il mais. A tale crescita di produttività si aggiunse, qualche decennio più tardi, il ribaltamento – propugnato dal governo Nixon – di quelle priorità che, dai tempi del New Deal del presidente Roosevelt, avevano regolato le politiche agricole. L’occasione venne offerta dal freddo: colpita da una pessima annata dei raccolti, l’Unione Sovietica fu costretta ad acquistare milioni di tonnellate di cereali dagli USA. Se all’inizio il conseguente incremento generalizzato delle esportazioni e dei margini di guadagno sulle materie prime riempì di dollari le tasche dei coltivatori – in quella che oggi definiremmo una “bolla” speculativa –, poi provocò un deciso rialzo dei prezzi degli alimenti e la loro difficile reperibilità quotidiana, con disagi e proteste in tutta la nazione, trascinata in una paradossale condizione di miseria in mezzo all’abbondanza. La risposta liberista del dipartimento dell’agricoltura a questa situazione fu l’esortazione a un massiccio aumento della produzione. Essa avrebbe goduto di un nuovo programma di incentivi e sussidi, non più, come in precedenza, destinati a regolare costi e volume delle coltivazioni, anche con un periodico riposo dei terreni, ma a integrazione, la cui stima è stata fino ad oggi sempre rivista al ribasso, delle oscillazioni del mercato – il che suggeriva, in pratica, di vendere qualsiasi quantità a qualsiasi prezzo.

L’attenzione si spostava quindi dalla fattoria e chi ci lavorava alla semplice produzione quantitativa, fornendo un primo diretto vantaggio alle multinazionali dell’alimentazione. L’inflazione, che fino alla fine degli anni Settanta mantenne vantaggiosi i tassi di interesse e alto il valore dei terreni, indusse gli agricoltori – che avevano accesso a prestiti concessi in una quantità pressoché illimitata – a correre il rischio di espandersi, acquistando terreni e macchinari. Tra le contee della Corn Belt – i nove stati del Midwest, dall’Ohio al Nebraska, dalla profonda vocazione agricola – presero a serpeggiare interminabili treni merci diretti ai silos, nuovi grandi centri di raccolta destinati a immagazzinare il crescente surplus, soprattutto di granturco e soia. Questo equilibrio, pericoloso e precario, fondato su una crescita sfrenata, venne abbattuto nell’arco di una giornata. La Federal Reserve (FED), la banca centrale degli Stati Uniti, è un organismo che si muove in totale autonomia, in una zona grigia che va dagli interessi nazionali a quelli privatissimi – ricordando non poco la nostra BCE – dei propri influenti componenti: le principali banche e le gilde dell’alta finanza. Furono proprio questi soggetti a influenzare la decisione di una sterzata verso una durissima politica recessiva: il flusso di denaro si bloccò e, finalmente per gli speculatori e i detentori del debito, i tassi di interesse si impennarono vertiginosamente, portando alla rovina migliaia di agricoltori, non più in grado di pagare le rate e successivamente privati del diritto di riscattare le ipoteche sulle loro proprietà, a causa del conseguente crollo del valore dei terreni. Coloro che non avevano perso tutto, per sopravvivere ebbero come unica scelta d’aumentare ancora la produzione, folle corsa che rimandava solo l’inevitabile fallimento, mentre altri videro le proprie aziende rivendute e assorbite a cifre stracciate, mentre i silos scoppiavano e la strada era sgombra per l’avvento delle grandi compagnie di trasformazione.

È a questo punto che il mais diventa quel “petrolio giallo” di cui parlavamo all’inizio, laddove, grazie a modernissime tecnologie, una pianta antica trova la propria affermazione definitiva in una delle economie più prospere di sempre. Corporations come Monsanto, Cargill e Midland sono alcuni dei suoi principali alleati. Avide della biomassa molto economica frutto di politiche iperproduttive che avevano sempre agevolato, inserendo in posizioni chiave dell’amministrazione federale personalità a loro vicine, spesso propri ex-manager, le Corporations si inserirono prepotentemente nella realtà rurale, in quel momento di radicale crisi strutturale, agendo su due piani. Il primo fu quello industriale, dedito alla lavorazione e alla trasformazione del mais in ingrediente base per le multinazionali degli alimenti confezionati e al suo ingresso nel settore dell’allevamento animale.

Ma la duttilità della nostra pianta, apprezzata per secoli nei campi, si conferma soprattutto al suo ingresso nei laboratori – il secondo piano d’azione. Una miriade di prodotti può esser costruita con il sostanziale apporto delle molecole estratte dal chicco, dalla buccia al midollo – ora il poster con cui abbiamo aperto questo racconto appare davvero come una cartolina di un tempo lontanissimo. Alcuni esempi: fruttosio e glucosio possono creare bibite e prodotti dolciari, gli amidi addensanti per creme, salse o gelati, ma anche colle e vernici, maltodestrine, coloranti e lieviti nei prodotti da forno e poi dentifrici, utensili da cucina, buste della spesa, ecc. L’elenco può solo essere parziale, date le quasi infinite possibilità di applicazione. Se poi consideriamo gli oli di semi e le margarine con i quali i cibi vengono preparati, l’effetto viene decuplicato. Le corsie colorate di un supermercato, che sembrano fare a gara per stupirci con la loro varietà, sono in realtà composte in massima parte da quell’unico ingrediente, che lascia spazio solo alla soia. Dalla monocoltura alla monoalimentazione.

Se aggiungiamo la sua introduzione nella catena alimentare di pollame, suini, bovini da carne e mucche da latte, in natura ruminanti erbivori, e perfino salmoni, il quadro si semplifica, o meglio si complica ulteriormente. Negli immensi Fedlot, centri di ingrasso coatto del bestiame, entrano a tutte le ore del giorno e della notte file di camion stipate di cereali e ne escono altrettanti carichi di carne – sono vere e proprie “fabbriche di bistecche”. Industrie nelle quali gli operai, per lo più immigrati clandestini messicani senza diritti né assistenza, sono legati per dieci ore al giorno al ritmo fordiano della macellazione, schiavi come le bestie, rinchiuse in cupi capannoni e costantemente ingozzate con un pastone di mais, steroidi, antibiotici e grasso animale, pratica cannibalesca scoperta dall’opinione pubblica dopo le note vicende legate al morbo della “mucca pazza”. Se le multinazionali si rivolgono ancora alle aziende tradizionali, lo fanno imponendo loro gli stessi standard di produzione dei Fedlot, con la costruzione di nuove infrastrutture e rigide percentuali di guadagno indifferenti alle diverse caratteristiche dei territori, trasformando in breve tempo l’allevatore, prima indipendente, in poco più di un salariato di basso livello. Proprio su queste ultime strategie si basa il secondo piano di azione, che ha come obiettivo l’egemonia sul territorio.

La manipolazione genetica – a parte i dubbi etici e le ancora inesplorate ricadute sull’organismo umano – ha aperto nuove possibilità al concetto di “proprietà intellettuale”: i nuovi semi, variamente modificati (si direbbe “reinventati”), possono essere di fatto brevettati. Questi cataloghi biologici vengono compresi in contratti di esclusiva e “piazzati” ai coltivatori ai quali, se da una parte viene assicurato l’acquisto integrale del raccolto, dall’altra richiedono, come abbiamo visto per gli allevatori, costosi rinnovamenti, decisi unilateralmente. Il non adempimento ad una di queste clausole è automaticamente passibile di multe e ritorsioni legali. Assoluto è il divieto di conservare e utilizzare le sementi dell’anno precedente, risparmiando quindi sull’acquisto delle nuova varietà, infrazione che porta a denunce con cause milionarie per violazione del diritto d’autore. Il risultato ultimo è ancora, e spesso, la perdita dell’intera azienda.

Queste le cause e le spinte finali di quella che era la parte più produttiva della nazione verso movimenti antigovernativi già da tempo raggrumatisi attorno ai movimenti più politicizzati dell’estrema destra, nelle aree del Paese maggiormente depresse. Se, da una parte, la rabbia e frustrazione di milioni di agricoltori programmaticamente rovinati, per i quali il suicidio era diventato statisticamente la prima causa di morte, si è trasformata in pacifico impegno civile no-globalista, ad esempio con progetti di coltivazioni biosostenibili, dall’altra, sempre più spesso, anche sotto la spinta dei conflitti ideologici internazionali, tende a rinchiudersi nel proprio, diremmo legittimo, rancore. Sigle come Milizie Volontarie, We The People e Freemen, si espandono oltre la Corn Belt in tutta l’America centrale, trovando appoggio nell’area del fondamentalismo cristiano come la Christian Identity, che si fonda su una rilettura della Bibbia in termini di lotta razziale. Alimentati da vecchie e nuove teorie cospirazioniste, gli aderenti dichiarano una guerra ideologica e fattiva, come dimostrano le numerose azioni di terrorismo interno di questi ultimi anni, al governo federale di Washington, stracciando i propri documenti di identità, infrangendo le targhe delle proprie auto e dichiarandosi prigionieri politici in caso di arresto.

Tale contrapposizione senza compromessi è pari solo al grande attaccamento al bene di cui sono stati privati, non solo in termini di sostentamento ma anche e sopratutto di valori e tradizione: la terra. Benché universali, nel caso americano questi sentimenti hanno una sfumatura difficilmente leggibile dall’esterno, nella sua interezza. Una storia “giovane”, quella degli Stati Uniti, che sarebbe forse corretto misurare più in termini di velocità che non di spazio. Quel cuore antico però esiste, non nell’edulcorata retorica hollywoodiana del mito della frontiera, ma in ciò che lo scrittore John Steinbeck racconta magistralmente in Al Dio Sconosciuto del 1933. Le pagine di questo romanzo sono nere di una terra grassa e sinistramente feconda contro cui i pionieri, protagonisti di un’epopea pagana di sacrificio e apocalisse, lottano con la stessa violenza con cui la amano. Quel suolo sul quale, come una superficie lunare, ancora oggi si può leggere il fresco passaggio degli antenati, di cui portano addosso i sensi di colpa così come l’incancellabile orgoglio del conquistatore, sottratto da un’economia del raggiro: sicché cercano, in una folla di colpevoli reali e presunti, un nome e una risposta che viene sempre negata.

Ecco allora il fertilizzante diventare esplosivo, nello spesso maldestro ma sanguinoso tentativo di abbattere quel sistema che l’ha introdotto, dando inizio alla catena di eventi nefasti che abbiamo sinteticamente ripercorso, in cui il mais è stato l’inconsapevole strumento a vantaggio di pochi interessi sovranazionali contro il benessere di intere comunità. Oltre a ricalcare tappe già viste più volte nelle politiche predatorie nei confronti dei cosiddetti Paesi del Terzo Mondo, lo sviluppo di queste vicende non può che ricordare anche all’osservatore più distratto l’attuale panorama socio-economico europeo, dove a far le spese dei teoremi recessivi della UE sono in particolare l’artigianato e la piccola impresa.

La cronaca ci ricorda quotidianamente come le due sponde dell’Atlantico siano sempre meno distanti su queste tematiche: in Francia è di qualche mese fa il blocco, su pressione della popolazione circostante, dell’ennesima espansione di un silos della Monsanto; in Italia, del mais avariato, presente nel mangime delle mucche, ha prodotto latte e derivati tossici; nel frattempo, è stata ratificata la nuova Politica Agricola Comune europea che, nonostante una certa opposizione formale, lascia margini di interpretazione al possibile ingresso sistematico di sementi ogm, con le politiche di gestione che abbiamo già tristemente imparato a conoscere nelle pianure del Midwest. Se la memoria ci fosse di qualche soccorso, potremmo ricordarci delle frequenti epidemie di pellagra nell’Italia del nord causate da un’alimentazione esclusivamente basata sul granturco, che, in brevissimo tempo, dal suo arrivo poco dopo la scoperta delle Americhe, aveva soppiantato ogni altra coltivazione. A esserne colpite erano state le classi più povere, che non potevano permettersi una dieta varia. Sembra proprio quanto accade oggi, dove milioni di americani, quasi percorrendo a ritroso il destino degli schiavi sfamati e comprati dalla stessa farina, pranzano quotidianamente per pochi dollari nei fast-food, approdo ultimo di quella catena di trasformazioni fisiche e culturali che ha per centro il nostro cereale, aumentando l’incidenza di obesità e problemi cardiaci.

Monocoltura, monoeconomia, monoalimentazione. Facile ed economico, ma il costo di questa convenienza, che si fa ogni giorno più gravoso sulle spalle di un sempre crescente numero di cittadini, apre le possibilità a reazioni di cui è difficile prevedere la portata, ma che, se ancora ignorate, potrebbero causare una frattura insanabile nelle fondamenta stesse della democrazia, del ruolo e, ancora più drammaticamente, dell’idea che l’America ha di se stessa.

[Vai all'indice]

Scarica il pdf

Ultime uscite

François Ozon

François Ozon

Inland n. 2/2016
Il secondo numero di INLAND è il primo volume dedicato in Italia a François Ozon. Regista tra i generi, firma sfuggente all’etichetta d’autore, nei suoi film Ozon fa riverberare echi [...]
Aldo Lado

Aldo Lado

Inland n. 9/2019
Quello che stringete tra le mani è il numero più complesso, stratificato, polisemantico del nostro – vostro – INLAND. Quaderni di cinema. Lo è innanzitutto grazie al parco autori, mai [...]
Dino Buzzati - Nostro fantastico quotidiano
Vi sono autori, come disse una volta Conan Doyle, che «hanno varcato una porta magica». Tra questi spicca Dino Buzzati, che ha condotto il fantastico nel cuore pulsante della materia. [...]
Jorge Luis Borges - Il Bibliotecario di Babele
Jorge Luis Borges è un autore oceanico, un crocevia di esperienze, storie, civiltà e piani dell’essere, un caleido­scopio nel quale il passato si fa futuro e il futuro si rispecchia [...]
Antonio Bido

Antonio Bido

Inland n. 11/2019
Girata la boa del decimo numero, INLAND. Quaderni di cinema compie altri due significativi passi in avanti. Innanzitutto ottiene il passaporto. A rilasciarlo è stato il Paradies Film Festival di Jena [...]
Carlo & Enrico Vanzina

Carlo & Enrico Vanzina

Inland n. 7/2018
INLAND. Quaderni di cinema numero #7 nasce nell’ormai lontano dicembre 2017, in un bar di Milano dove, di fronte al sottoscritto, siede Rocco Moccagatta, firma di punta di tutto quel [...]
Lav Diaz

Lav Diaz

Inland n. 3/2017
È da tempo che noi di INLAND pensiamo a una monografia dedicata a Lav Diaz. Doveva essere il numero #1, l’avevamo poi annunciato come #2, l’abbiamo rimandato in entrambe le [...]
Lune d'Acciaio - I miti della fantascienza
Considerata da un punto di vista non solo letterario, la fantascienza può assumere oggi la funzione un tempo ricoperta dai miti. I viaggi nello spazio profondo, le avventure in galassie [...]
Rob Zombie

Rob Zombie

Inland n. 1/2015
Con la parola inland si intende letteralmente ciò che è all’interno. Nel suo capolavoro INLAND EMPIRE, David Lynch ha esteso la semantica terminologica a una dimensione più concettuale, espansa e [...]
Sergio Martino

Sergio Martino

Inland n. 5/2017
Giunto al quinto numero, INLAND. Quaderni di cinema affronta uno snodo cruciale, fatto di significative ed emblematiche svolte che segnano uno scarto, un’apertura rispetto alla precedente linea editoriale. Innanzitutto la scelta del [...]
Carlo Verdone

Carlo Verdone

Inland n. 12/2019
"Vi ho chiesto di mettere la mia moto Honda Nighthawk in copertina perché su quella moto c'è passato il cinema italiano. Su quella moto io sono andato e tornato da [...]
Rob Zombie Reloaded

Rob Zombie Reloaded

Inland n. 8/2019
Giunto all’ottavo fascicolo, INLAND. Quaderni di cinema riavvolge per un attimo la pellicola della sua breve ma significativa storia, tornando a percorrere i passi compiuti nel 2015 quando aveva aperto [...]
America! America? - Sguardi sull'Impero antimoderno
L’impero statunitense ha sempre generato nella cultura italiana reazioni contrastanti, che spaziano da un’esaltazione semi-isterica a una condanna a priori, altrettanto paranoica. Sembra sia pressoché impossibile, per chi si confronta [...]
Walt Disney - Il mago di Hollywood
«Credo che dopo una tempesta venga l’arcobaleno: che la tempesta sia il prezzo dell’arcobaleno. La gente ha bisogno dell’arcobaleno e ne ho bisogno anch’io, e perciò glielo do». Solo un [...]
4-4-2 - Calciatori, tifosi, uomini
Nel calcio s’intrecciano oggi le linee di forza del nostro tempo; talvolta vi si palesano le sue fratture, i suoi non-detti. Ecco perché il quattordicesimo fascicolo di «Antarès» è dedicato [...]
Nicolas Winding Refn

Nicolas Winding Refn

Inland n. 4/2017
Perché Nicolas Winding Refn? La risposta è semplice: perché, piaccia o no, è un autore che, più di altri, oggi ha qualcosa da dire. Sebbene sempre più distante dalle logiche [...]
Michele Soavi

Michele Soavi

Inland n. 6/2018
Il nuovo corso di INLAND. Quaderni di cinema, inaugurato dal numero #5, dedicato a Sergio Martino, è contraddistinto da aperture al cinema italiano, al passato, a trattazioni che possano anche [...]

Ultimi post dal blog

In occasione del compleanno di Matthew MacFadyen (Great Yarmouth, 17 ottobre 1974), indimenticato Mr Darcy e Oblonsky rispettivamente in Orgoglio e pregiudizio e Anna Karenina di Joe Wright, vi proponiamo il montaggio dedicato alla cinematografia del regista britannico dalla co-curatrice di Bietti Heterotopia per promuovere il suo numero #30: "Joe Wright. La danza dell'immaginazione, da Jane Austen a Winston Churchill" di Elisa Torsiello, con prefazione del premio Oscar Dario Marianelli e postfazione del direttore della fotografia Seamus McGarvey. [embed]https://youtu.be/Ug5MtNLGAUs[/embed]    
11 Settembre 2001. Sembra quasi superfluo sottolineare come questa data, col suo carico di orrore e violenza, abbia sconvolto per sempre la società occidentale del XXI secolo. La morte di migliaia di persone, che tutti hanno potuto vedere in diretta televisiva, ha avuto un impatto psicologico di portata mondiale. Così come lo hanno avuto tutti gli eventi che ne sono seguiti: le guerre in Iraq e Afghanistan, la scoperta delle torture nel carcere di Abu Graib, la recrudescenza della xenofobia, la grande crisi economica. Una cicatrice che ancora oggi segna profondamente l’Occidente E il cinema, che si rapporta sempre alla società [...]