Essere il numero uno

Massimo Zanichelli
4-4-2 – Calciatori, tifosi, uomini n. 14/2019
Essere il numero uno

Essere portiere significa essere il numero uno: una condanna, più che una celebrazione. È il numero uno perché è il primo giocatore della squadra in ordine di schieramento, non perché il più importante: la vulgata popolare, incapace di riconoscerne il valore delicato e determinante (il portiere riunisce in sé fragilità e forza), non lo ha infatti mai considerato tale. Il suo è uno stato singolare, non plurale: non partecipa all’azione di gioco, è escluso dal collettivo, è un giocatore solitario. L’ultimo baluardo, l’ultima speranza, l’estremo difensore.

Le conseguenze di tale stato – psicologiche e ambientali – possono essere devastanti: pressioni e responsabilità, euforia o depressione, secondo un semplice e decisivo atto, anzi due, esposti agli occhi di tutti: la parata o la papera. La prima, specie se spettacolare (la “grande parata”, espressione che contiene anche il non casuale significato di esibizione in pubblico), porta all’esaltazione individuale e all’incensazione collettiva (ma sempre momentanea: il gol lo ricordano tutti, la parata si perde nella memoria a breve termine), la seconda alla mortificazione personale e alla gogna pubblica.

«Calciatori non si nasce, si diventa: ma portieri si nasce. E forse per questo sostiene qualcuno che il portiere non sia propriamente un calciatore», sentenziava Gianni Brera(1). «Essere un bomber è un sogno, fare il portiere è una missione», scrive Gianpaolo Santoro(2). «È un predestinato. Portiere lo sei dentro, lo sei nella vita quotidiana, lo sei fra i banchi di scuola, in mezzo agli amici. Il portiere è una figura che agli occhi degli altri è coraggiosa, impavida, matterella, carismatica e forse anche un po’ immatura», dice Gianluigi Buffon(3), uno dei più grandi portieri della storia, uno che doveva fare il mediano. Talvolta il portiere è anche un istrione (le linguacce e il balletto di Grobbelaar nella finale di Coppa Campioni del 1984 a Roma, «una furberia di paese piuttosto che un’esibizione di bravura»(4), e “il colpo dello scorpione” di Higuita contro l’Inghilterra in un’amichevole del 1995) o un “figlio di puttana”, per citare il titolo del libro di Fausto Bagattini(5).

Nella nutrita galleria di portieri (teste calde e teste matte, guasconi e spacconi, attaccabrighe e filibustieri) ce n’è uno che si è impresso nella mia memoria di ragazzino come uno dei più controversi protagonisti del mio primo Mondiale vissuto da spettatore, quello del 1982 in Spagna: Harald “Toni” Schumacher, noto anche come “il piccolo Hitler”. Siamo a Siviglia, stadio Rámon Sánchez Pizjuan, semifinale del Campionato del Mondo. Due squadre storicamente rivali, Germania e Francia, si affrontano in una partita che segnerà il destino di molti giocatori in campo e che in molti non dimenticheranno. Grintoso, spavaldo, antipatico, il credo di Schumacher era inequivocabile: «La cosa principale è spaventare l’attaccante avversario, intimidirlo. Lui deve pensare che sono un drago volante, agile come un diavolo, e che i sedici metri dell’area di rigore mi appartengono. La porta è un tempio sacro che devo proteggere a ogni costo»(6).

Applica alla lettera il proprio comandamento al cinquantasettesimo minuto della partita. Platini lancia Battiston, entrato da pochi minuti («So di essere entrato in campo, ma non ne ho memoria. Mi sentivo come dentro una nuvola. Fluttuavo nell’aria»)(7), verso la porta con un assist al bacio dei suoi. Schumacher, che aveva già fatto sanguinare il naso di Amoros (in panchina pare che lo stesso Battiston avesse definito il portiere tedesco come «matto» e «aggressivo»), esce a valanga sul giocatore proiettato verso il gol (ancora Battiston: «La mia impressione, anche se è difficile da credere, fu che il campo fosse un corridoio e che fosse deserto, come gli Champs-Élysées alle cinque del mattino»), disinteressandosi del pallone e investendolo come un tir: «Vidi una massa nera avvicinarsi a me, ma non feci in tempo a scansarmi. Poi ci fu l’impatto e, da quel momento in poi, non ricordo davvero più nulla». Il francese crolla a terra, rischiando la vita (rimasto privo di sensi per sette minuti, rinviene con due denti rotti, due costole fratturate e una vertebra lesionata), l’arbitro olandese Charles Cover non fischia né il fallo né l’espulsione del portiere, mentre Schumacher ritorna verso la propria porta giocherellando con il pallone e minimizzando con dei gesti (del tipo “sta perdendo tempo”) l’accaduto, facendo inviperire tutti e scatenando una ridda di polemiche. Dopo il rocambolesco 3-3 dei supplementari, la partita finisce ai rigori, i primi nella storia dei Mondiali di Calcio. Schumacher, che si era adeguatamente preparato sui tiri dei calciatori avversari, era sicuro di pararne almeno due e lo fece. La Germania andò in finale, dove, com’è noto, finì sconfitta dall’Italia (Cabrini si fece ipnotizzare da Schumacher sullo 0-0, calciando fuori il rigore del primo tempo, ma il portiere tedesco commise nella ripresa un’incertezza sul gol di Paolo Rossi).

Anni dopo, Schumacher tentò di ridimensionare la gravità dell’accaduto, dicendo che non era andato a sincerarsi delle condizioni di Battiston per non provocare una rissa; avrebbe voluto scusarsi con il giocatore francese ma non lo fece perché la polizia scortò la squadra direttamente all’aeroporto (oppure, in un’altra versione, perché la stampa aveva già assaltato l’ospedale); ma fu il campo la sua nemesi. Il portiere tedesco più forte di sempre dopo Sepp Maier fu ancora protagonista al Mondiale messicano del 1986, superando tutte le polemiche e parando due rigori (ancora) nei quarti di finale ai messicani, ma capitolò nella finale contro l’Argentina. Una sua uscita sconsiderata sulla punizione di Burruchaga provocò il primo gol di José Luis Brown, l’unico della carriera di questo difensore, e poi nel pirotecnico finale, dopo il miracoloso pareggio di una Germania capace di recuperare due gol di svantaggio, un’altra incertezza in uscita su Burruchaga lanciato a rete da un prodigioso assist di Maradona (un’azione che ricorda quella tra Platini e Battiston nella semifinale di Siviglia) decretò la definitiva sconfitta della sua squadra.

Al di là del suo più o meno presunto, più o meno diffuso caratteraccio (esistono anche estremi difensori “per bene”), la singolarità del portiere rispetto agli altri ruoli è manifesta e variamente declinata. La sua diversità è anche nella divisa, ed è l’unico che indossa guanti e imbottiture oltre ai parastinchi. Usa le mani al posto dei piedi, anche se dal 1992 l’hanno costretto a calciare i retropassaggi e dal 1993 le rimesse laterali dei compagni.

La sua mobilità è relativa: è un giocatore confinato nell’area di rigore, oltre la quale il suo privilegio (usare le mani in un gioco di pedatori, per usare una parola cara a Brera) smette di esistere ed è punito con un fallo, talvolta con un’espulsione. Il portiere agisce in uno spazio ordinato ma deve reagire continuamente al disordine delle cose. Il disegno entro cui si muove è retto da princìpi geometrici e matematici: ci sono rapporti proporzionali tra le misure crescenti della linea di porta (7,32 metri), della linea dell’area piccola (18,32) e della linea dell’area di rigore (40,32), così come le rispettive altezze (2,44; 5,50; 16,5), mentre il rapporto tra i famosi undici metri che separano il dischetto del rigore dalla porta e la lunghezza di quest’ultima (7,32) si avvicina molto al numero che rappresenta la sezione aurea. Attorno è però il trionfo della causalità: traiettorie dritte, oblique, bizzarre, impossibili, letali, alle quali il portiere, prigioniero di spazi ortogonali, reagisce o si arrende.

È il numero uno perché il suo ruolo è irriducibile, indivisibile: è l’elemento fisso, il numero primo dello schema di gioco che non viene calcolato nella distribuzione degli schieramenti. Nelle principali varianti moderne (dal 4-4-2, alto e corto, del rivoluzionario Sacchi, al 4-4-3, tutto a trazione anteriore, dell’offensivista Zeman, dal 4-3-2-1, o “albero di Natale”, di Ancelotti, all’ormai celebre e funesto 4-2-4 della Nazionale del folle Ventura contro la Spagna) il portiere – per nulla casualmente – non compare mai. Essendo il numero uno, è per statuto inamovibile dai confini del suo campo: la porta di cui è custode e che difende con le sue possibilità atletiche e mentali; l’area piccola della rimessa dal fondo, luogo di costrizione; e l’area di rigore, lo spazio preferito dagli attaccanti avversari che vogliono violare la sua rete.

È il numero uno perché – a differenza dei giocatori di ogni altro settore del campo – non ha compagni sulla linea di gioco della porta. Ogni tanto qualche difensore riesce a salvare un gol dell’attaccante avversario con spettacolari scivolate o più spesso perché si trova sulla traiettoria del tiro, ma sono eccezioni: il portiere non ha alleati, solo scudieri. È un giocatore-spettatore assente, che non partecipa attivamente alla manovra corale dei compagni.

Il portiere è un capro espiatorio. Su di lui spesso ricadono le colpe, anche quando immeritate, delle sconfitte, da parte di tifosi, pubblico, compagni di squadra e allenatore. Ancora oggi un giocatore come Salvatore “Totò” Schillaci, ospite il 16 settembre 2018 a L’Altra DS su Rai 2, dichiara che Walter Zenga è il principale responsabile della sconfitta della Nazionale nella famigerata semifinale con l’Argentina ai Mondiali italiani del 1990. È stato ed è il pensiero di un intero popolo, il convincimento radicato di un Paese. Se è vero che nel secondo tempo della partita l’uscita sciagurata di Zenga su Caniggia causò il pareggio dell’Argentina, è altrettanto vero che nessuno cita i rigori sbagliati da Donadoni e Serena, errori tecnici altrettanto, se non più, determinanti: per l’immaginario collettivo la colpa di quella sconfitta (maturata solo ai rigori e non sul campo) è tutta del portiere. «Io ho fatto un grande Mondiale. Purtroppo, insomma, un portiere può anche sbagliare, ma quando sbaglia è fatale, per un errore di Zenga non abbiamo vinto i Mondiali», dichiara pubblicamente Schillaci. E questo è quanto. Tutti, del resto, ricordano la tripletta di Paolo Rossi nel leggendario 3-2 dell’Italia contro il Brasile, sempre al Mondiale spagnolo del 1982, ma in pochi la parata decisiva di Dino Zoff all’ottantanovesimo minuto su colpo di testa di Oscar Bernardi su cross di Éder: il portiere azzurro vola alla sua sinistra bloccando a terra il pallone, anzi quasi aggrappandovisi, proprio sulla linea di porta(8).

In quanto esseri umani, i portieri, come tutti gli altri giocatori, commettono errori. Ma risultano imperdonabili. Non c’è equilibrio nel giudizio. Un portiere può fare cinque “miracoli” in una partita e una papera: tutti sapranno a chi attribuire la sconfitta (non importa i gol che ha salvato, solo l’errore che ha fatto) e nelle pagelle del giorno dopo fioccheranno le insufficienze. Al contrario, un attaccante può “mangiarsi” tre gol ma, segnando al quarto tentativo, sarà l’eroe della giornata. Il portiere non ha mai alibi, né giustificazioni, tantomeno comprensione. «Chi ha sbagliato, Pagliuca?»: la celebre frase di Vujadin Boskov la dice lunga sull’atteggiamento di chi pensa al portiere come primo responsabile del gol subìto (in quel caso, Pagliuca, estremo difensore della Sampdoria, non c’entrava niente).

Quel ruolo è una vocazione, una sfida, un destino, una maledizione. Scomodo ed esaltante, capace di farti sentire in paradiso o spedirti all’inferno. Per la sua natura differente, ha ispirato scrittori e poeti. Umberto Saba gli ha dedicato una celebre poesia, e sulla sua figura hanno scritto Primo Levi, Alfonso Gatto, Cesare Pavese, Jorge Amado, Osvaldo Soriano, Peter Handke. Albert Camus è stato portiere in Algeria, Vladimir Nabokov a Cambridge. Giuliano Terraneo, portiere del Torino, amava Giacomo Leopardi («Mi piace il suo pessimismo-realismo, così vicino al mio modo di sentire»)(9) e scriveva poesie esistenzialiste.

Il portiere è un uomo solo, uno contro tutti. Talvolta gli tocca perfino di salvare la propria rete dai maldestri autogol dei suoi compagni. Il suo destino è la solitudine. È un ruolo sensibile: la passività della posizione, la fragilità del ruolo, la bellezza dei movimenti. La sua azione più spettacolare – il volo, altrimenti detto “tuffo”, parola più prosaica e imprecisa – contiene l’assoluto della grazia: è l’unico giocatore capace di librarsi nell’aria. Chi è stato portiere sa cosa significa: essere uno spirito dell’aria, non rendersi conto di volare, staccandosi dalla gravità del suolo con la grazia di una ballerina o di un felino. È il dissidio tra ragione e istinto: il portiere non deve pensare – la riflessione nuoce all’agilità dell’istinto, all’improvvisazione del movimento, alla reattività irriflessa del corpo – ma solo reagire. «Quest’obbligo di perfezione, questa dannazione sportiva, crea una condizione mentale affascinante, assoluta. Serve una lucidità asettica, gelida. Difficilissima da mantenere durante gli infiniti tempi morti di una partita. In quei novanta minuti abbondanti si creano e si disfano praterie di nulla, vastissime, pronte a riempirsi d’interferenze a ogni istante, con pensieri laterali, ricordi fuori luogo, considerazioni tecniche, preghiere, paure. Basta abbassare la guardia, smarrirsi in uno di quei pensieri, ed è fatta. […] Tenere chiuso il cervello a tutto è l’unico modo per non sbagliare», racconta Dino Zoff, portiere campione del mondo e icona del calcio italiano(10).

Dopo la celebre parata sul colpo di testa di Pelé in Brasile-Inghilterra al Mondiale messicano del 1970, Gordon Banks disse: «Non avevo subito capito quello che era successo. Solo quando Bobby Moore venne ad abbracciarmi, capii che quella palla non era entrata in porta. Subito non ebbi la cognizione di quello che avevo fatto, di quello che era successo»(11). La parata che ha fatto la storia del calcio – «Nessuno si ricorderà di Banks campione del mondo, tutti però si ricorderanno di quella palla strappata dalla rete e della faccia incredula di Pelé con le braccia alzate che non credeva ai suoi occhi»(12) – è stata compiuta in stato di trance.

Avere gli occhi sul pallone, seguirlo, intercettarlo, con le mani e con i piedi, ma anche con la testa o altre parti del corpo, comprese le anche. Garella, indimenticato e dinoccolato goalkeeper vincitore di due storici scudetti con il Verona (1985) e il Napoli (1987), è stato l’epitome di tutto questo: celebre la sua performance in un Roma-Verona del 21 ottobre 1984, inchiodata sullo 0-0 grazie alle sue respinte con ogni parte del corpo.

Il portiere, ultimo uomo prima della rete, è il giocatore degli estremi e degli opposti. Mani e piedi, terra e aria, alto e basso, azione e inazione, esterno e interno (il “dentro” rappresentato dai pali della porta e il “fuori” caratterizzato dalle uscite, spesso più croce che delizia per il portiere e i supporter della sua squadra: a tutti i grandi è capitato di andare “a farfalle”). È la dialettica perenne del suo stato, sono le dicotomie del suo ruolo.

Dal paradiso alla polvere il passo è breve e ogni portiere sa cosa significhi aver fatto una papera: la palla che ti sfugge dalle mani, che ti passa sotto le gambe, un liscio di piede con il pallone che s’infila lento e inesorabile in rete senza che tu possa fare alcunché per impedirlo, guardando pietrificato l’irrimediabile che si sta compiendo. «Mio Dio, come ho fatto? Com’è stato possibile?». Gli insulti, il disprezzo, il dito puntato. Ogni tanto qualcuno arriva a simulare un dolore, rimanendo per terra. Vorresti sprofondare all’inferno. Rivivi quella scena dieci, cento, mille volte, non prendendo sonno, immaginando di tornare indietro per fare almeno dieci cose basilari e non madornali che avrebbero evitato il peggio. Poi ci si rialza e si affrontano i compagni, lo stadio, la vita.

  1. Gianni Brera, Il portiere, in Il mestiere di calciatore, BookTime, Milano 2008, p. 49.
  2. Gianpaolo Santoro, La solitudine dei numeri uno. Quei calciatori strani che usano le mani, manifestolibri, Roma 2010, p. 9.
  3. Gigi Buffon, prefazione a Darwin Pastorin, I portieri del sogno. Storie di numeri 1, Einaudi, Torino 2009, p. 6.
  4. Marco Ansaldo, prefazione a Luigi Guelpa, Un manicomio tra i pali. Portieri con la camicia di forza, Limina, Arezzo 2007, p. 7.
  5. Cfr. Fausto Bagattini, Portieri. Figli di puttana, Lit Edizioni, Roma 2015. Dello stesso autore si veda anche Portieri. Eroi di sventura, Ultra, Roma 2013.
  6. Fausto Bagattini, Portieri. Figli di puttana, cit., p. 63.
  7. Questa e le successive dichiarazioni di Battiston sono tratte da Ben Lyttleton, Undici metri. Arte e psicologia del calcio di rigore, Tea, Milano 2015, pp. 126-27. Il capitolo dedicato alla semifinale tra Germania e Francia è uno dei più belli del libro.
  8. Cfr., a riguardo, il capitolo Dino Zoff e la parata mundial, in Darwin Pastorin, op. cit., pp. 17-21.
  9. Cit. in Darwin Pastorin, Giuliano Terraneo e Giacomo Leopardi, in ivi, p. 12.
  10. Dino Zoff, La maledizione del portiere, in Dura solo un attimo, la gloria, Mondadori, Milano 2014, p. 57. «Vi siete mai chiesti cosa passi nella testa di un portiere durante una partita? Non fatelo. Sarebbe inutile. Se non avete giocato in porta, non potrete capirlo mai. C’è tutto e niente, lì dentro. C’è un vento silenzioso che dilata il tempo e comprime la volontà, proprio come si comprime una molla. Una molla che però può scattare solo quando arriva l’“occasione”. Per esprimere la propria vocazione di atleta, la propria rabbia agonistica, un attaccante può calciare con violenza, un’ala può volare lungo la fascia su e giù fino a sentire i polmoni esplodere, un centrocampista può rincorrere gli avversari in tutto il campo, un difensore può fare il più violento dei tackle. Il portiere no. Non può fare niente di tutto ciò, eppure è un atleta anche lui, e che atleta! Di tanto in tanto è chiamato a scattare come un puma, e in quel momento può esplodere tutto, furia, rabbia, potenza, velocità, astuzia, coraggio; ma può farlo solo quando capita, quando lo richiede l’azione, e non quando lo decide lui. Per il resto, la sua vita è attesa. Agguato. Compressione. Cose che poi magari nemmeno servono a niente, quando il tiro dell’avversario è imprendibile, o la traiettoria è troppo sporca. E allora deve raccogliere la palla e rimettersi lì, ad aspettare con il suo vento silenzioso nella testa. Concentrato».
  11. In Gianpaolo Santoro, op. cit., p. 20.
  12. Ibidem.

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