«Il Borghese»: Nell’economia eretica una risposta alla crisi

Ezra Pound
2015-12-01 09:58:46
«Il Borghese»: Nell’economia eretica una risposta alla crisi

Chiunque si sia avvicinato alla poesia del Novecento, sa sicuramente che uno dei suoi capisaldi è rappresentato dalla produzione di Ezra Pound. Per questo ai Cantos è ormai dedicata un’ampia ed organica bibliografia specialistica. Quando si parla del grande poeta americano si tende però ancora, troppo spesso, a sottacere o a distorcere le ragioni fondamentali che lo portarono ad essere un estimatore del fascismo e del suo Duce. Scelta che, nel dopoguerra, gli costò la reclusione nella “gabbia” di Coltano e successivamente la permanenza coatta nell’ospedale St. Elisabeth, negli Stati Uniti. A chiarificare le ragioni della sua adesione al fascismo ci aiuta la recente pubblicazione di un lavoro poundiano, essenziale per la contestualizzazione storica, non solo della sua azione intellettuale, ma delle sue scelte in tema di politica e di economia. Ci riferiamo al volume Jefferson e Mussolini, a cura di Luca Gallesi, edito dalla Bietti.

Pound si dedicò alla stesura di questo “libretto” nel 1933. Uscì, in prima edizione, in lingua inglese nel 1935 a Londra. In Italia vide la luce a Venezia nel 1944, nella collana che raccoglieva, per la Casa editrice delle Edizioni popolari, gli scritti di carattere economico dell’intellettuale americano. Nel dopoguerra la pubblicazione di questo prezioso testo venne censurata, per evidenti ragioni politiche, dall’editore Hoepli. Luca Gallesi ricorda nell’informata prefazione che il testo è sostanzialmente un saggio di economia volizionista ma, da esso, come ebbe modo di precisare in modo esplicito Pound, è possibile evincere cosa mai abbia rappresentato per lui il fascismo. Nel movimento dei fasci egli vide il riaffermarsi di tesi fino allora ritenute eretiche dagli economisti ufficiali, quali le teorie del Credito Sociale che il poeta aveva avvicinato per la prima volta in Gran Bretagna per la frequenza di A.R. Orage, nonché le idee del terzo Presidente degli Stati Uniti, Thomas Jefferson. Questi, tra i notabili d’Oltreoceano, fu certamente più vicino di ogni altro alla cultura del nostro paese, di cui amava l’arte, la musica ed il buon vino. Nel 1787 trascorse tre settimane in Padania e si interessò del nostro modo di vivere, annotando, da attento osservatore, ogni cosa nel diario di viaggio.

Intellettuale di valore, oltre che politico di grande prestigio, Jefferrson colpì Pound soprattutto per la sua polemica di carattere politico-sociale in tema di debito pubblico. Egli sostenne che lo Stato avrebbe dovuto arrogarsi e mantenere il monopolio del credito “per evitare di finire nelle fauci della speculazione” (p. 10). Ciò lo portò a battersi conto l’istituzione della Banca Centrale negli USA in quanto “questa istituzione è una delle più mortalmente ostili ai principi e alle forme della nostra costituzione” (p. 10). L’ammirazione per il presidente Jefferson era motivata, inoltre, dalla passione, condivisa da entrambi, per la cultura del mondo classico e dalla particolare curiositas erudita del presidente USA, che lo spingeva ad interessarsi ad ogni aspetto della vita. Alla fine degli anni Venti, il poeta abbandonò per oltre un decennio lo studio delle tesi economiche eterodosse: fu indotto a tornare sui suoi passi dagli effetti devastanti prodotti dalla “Grande Crisi” in Europa nel 1932. Egli valutò positivamente la politica economica del regime fascista in forza dei risultati ottenuti nel limitare, soprattutto nei confronti dei ceti popolari, gli sconquassi prodotti dal crollo di Wall Street e, per questo, chiese ed ottenne un colloquio con Mussolini per intervistarlo in argomento. Il poeta incontrò il Duce il 30 gennaio del 1933 a Palazzo Venezia.

Durante l’incontro, Pound si convinse della necessità imprescindibile di scrivere, per spiegare le proprie idee, il volumetto Jefferson e Mussolini. Quaranta editori rifiutarono il manoscritto e, inutile dirlo, quando venne pubblicato suscitò aspre critiche e polemiche, dalle quali il coraggioso americano venne difeso sulle pagine del Corriere della Sera, da un intellettuale autentico e libero quale Camillo Pellizzi (il suo elzeviro di allora è pubblicato in Appendice al volume). A dire di Pellizzi, Pound aveva compreso che l’esperimento fascista, pur centrato sull’azione di un uomo, vedeva la partecipazione corale dell’intero popolo italiano. Il fascismo mostrava di aver contezza che lo Stato “deve essere il solo grande banchiere di una grande società anonima in cui le più diverse attività produttive della nazione sono rappresentate come azionisti” (p. 13). La rivoluzione mussoliniana fu intesa, quindi, dall’autore dei Cantos, quale guerra dichiarata all’usura pubblica e privata, intrapresa al fine di onorare i caduti sulla strada della mercificazione del mondo imposta dalla Forma-Capitale. In forza di tale convinzione, l’intellettuale trascorrerà venti mesi nella trincea della RSI, proseguendo con le trasmissioni radio filo-italiane, tentando di fondare nuovi periodici, fermamente convinto che bisognasse liberare gli uomini dalla dittatura del denaro.

Vent’anni fa è uscita una nuova edizione di Lavoro ed usura, uno degli scritti corsari ed eretici del poeta. La prefazione, ricorda Gallesi, era dell’economista Paolo Savona. Questi, da un lato riconosceva a Pound di aver riproposto valori essenziali anche in economia, quali l’onestà di intenti di una nazione o il rischio implicito in ogni forma di ignoranza, ma definiva come del tutto “improduttive” le soluzioni economiche e politiche poundiane. Tale giudizio è non solo fuorviante e limitativo, ma alla luce dei drammi che la crisi economica ha prodotto nel mondo, dovrebbe essere capovolto. La “scienza” (sic!) economica ufficiale, con le sue previsioni di illimitata espansione dei mercati, alleata di rango della finanza transnazionale, è responsabile della proletarizzazione del mondo occidentale. Guardando all’eresia di Pound sarà, al contrario, possibile trovare vie d’uscita dallo stato attuale delle cose, in quanto tale proposta economica pone “l’eredità culturale come elemento più importante nella creazione dei valori che non il lavoro grezzo ed immediato del giorno che passa” (p. 102). Il che significa che l’assenza di Tradizione determina tanto il pauperismo spirituale che quello materiale.

 

(Giovanni Sessa, «Il Borghese», dicembre 2015)

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