«Libero»: Anatomia del dolore filiale nel solco dei fratelli Grimm

Bruna Magi
2016-11-29 11:36:11
«Libero»: Anatomia del dolore filiale nel solco dei fratelli Grimm

C’è quasi un’incosciente voglia di chiudere con tutte le forze il rubinetto delle emozioni, di fronte alla morte. Soprattutto quando è inattesa ed ha il potere di frantumare, in un istante soltanto, tutto ciò che sei.

«Del dolore, però, si dovrebbe cercare di farne una forma di vita. Concependolo come una dimensione di speranza che nulla ha a che fare con la tristezza. Ma che, persino davanti al ricordo di una vita che non c’è più, prende le forme del sogno», scrive Bruna Magi, critica cinematografica e penna di Libero, agganciandosi alla realtà ma senza fare a meno del suo “lato fantastico”. E racconta così la genesi di Vietato al padre (Bietti Edizioni, euro 14, 166 pp). Una favola per grandi che si consuma tutta d’un fiatto. In cui spiccano i “Fratellino e Sorellina” dei fratelli Grimm, Rodrigo e Barbara, uniti non soltanto dal sangue, ma da un vincolo magico: un’abitudine a fantasticare senza tregua, tanto da superare ogni limite. Sin da piccoli, «Rodrigo Principe Ranocchio» e «Barbara Morgana», questi i soprannomi che s’erano affibbiati, giocavano a viaggiare nel tempo, «dai personaggi famosi a quelli storici, a tutte le persone cui avevano voluto bene, immaginavano di poterli portare sempre a spasso nelle loro vite».

Erano cresciuti l’uno accanto all’altra e la vita aveva regalato loro più soddisfazioni che dispiaceri. Lei, affermata cardiologa sempre in giro per il mondo; lui, la cui unica vocazione era l’amore della sua vita, Susanna. Una donna appariscente, che pareva nutrirsi solo dei complimenti degli uomini, aveva conosciuto Rodrigo a vent’anni e da quel momento non l’aveva più lasciato, se ne era impossessata, tanto da impedirgli di frequentare madre e sorella. Tra Barbara e Susanna infatti, c’era sempre stata una velata gelosia nei confronti del «loro uomo»; come una competizione, che dal giorno della morte di Rodrigo si era trasformata in guerra fredda. La vita si fa gioco di noi, illudendooci di un lieto fine, ma poi ci fa tornare alla realtà. Per Barbara la realtà arriva in una dorata mattina di Settembre, che lascia presto spazio a nuvoloni grigi, verso i quali l’amato «Principe», vola via inaspettatamente. Ed è a partire da questa perdita che la donna scopre l’esistenza di una verità, da sempre taciuta dal fratello e che, raccogliendo tutte le sue forze, tenta di ricostruire. Capirà presto che dietro a tale segreto si nasconda una vita: che era stata vietata persino a lui.

Anche questa, come tutte le favole, insegna. A riconoscere il valore dei propri affetti; ad appagare, sfidando il destino, il bisogno di ricerca della verità, anche quando il fallimento sogghigna proprio appena dietro di noi. E che le nostre radici, per quanto intricate o, talvolta persino celate, siano ci ricordano sempre chi siamo perché «il sangue, non è acqua, è scritto nel destino e nel nostro Dna».

Fabrizia Mirabella

©Libero, 11 Novembre 2016

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