"Scirocco". Siamo tutti voyeur

Davide Comotti
Aldo Lado n. 9/2019

Con la coproduzione italo-francese Scirocco, Aldo Lado ritorna alla regia cinematografica dopo sei anni, durante i quali si è dedicato a progetti televisivi. Conosciuto anche con il titolo Amantide. Scirocco (da non confondere con L’amantide di Amasi Damiani [1976]), il film prosegue il discorso sull’eros già affrontato nelle opere precedenti.

Avevamo lasciato Lado con La disubbidienza (1981), un affresco erotico decadente ambientato a Venezia, città che torna spesso nella sua filmografia. Sul finire degli anni Ottanta sono però di moda le pellicole ambientate in località esotiche – una tendenza dei generi a cui non si sottraggono neanche gli autori (ricordiamo il curioso Meglio baciare un cobra di Massimo Pirri [1986]) – e Lado vi si adegua mantenendo però il suo inconfondibile sguardo. Scirocco è un film di confine fra “genere” e “autorialità”, dunque in piena sintonia con il percorso portato avanti dal regista nel corso della lunga carriera. Tornano con veemenza tutti gli elementi topici del suo cinema: un erotismo proibito e morboso, la messa in scena di amori impossibili, la critica alla classe borghese, un “mal di vivere” decadente, il voyeurismo insistito. Scirocco si potrebbe dunque leggere come una prosecuzione dell’ideale trittico erotico formato da La cosa buffa (1972), La cugina (1974) e La disubbidienza, anche se Lado ha per vocazione sempre travalicato le etichette (le stesse tematiche sono affrontate anche nei thriller). Difficilmente ascrivibile a un filone, Scirocco è un dramma erotico esotico contaminato con elementi noir e mistery, dove l’erotismo è tipicamente ladiano, cioè al servizio di uno spaccato psicologico ed esistenziale di vite sull’orlo del fallimento.

Lado scrive la sceneggiatura insieme a Fiorenzo Senese, ambientando la storia in un paese nordafricano. Lea (Fiona Gélin), donna disinibita e con l’hobby della fotografia, accompagna il marito Alfredo (Enzo Decaro), ingegnere petrolifero, in una trasferta di lavoro. Tra i due il rapporto è abbastanza logoro, anche a causa della totale dedizione dell’uomo al proprio mestiere: Lea, sentendosi trascurata e desiderosa di evadere dalla routine matrimoniale, si abbandona a varie avventure con amanti occasionali, fra cui un altro turista europeo e due indigeni. Nel frattempo, un misterioso personaggio la pedina a sua insaputa e la protegge. La situazione precipita quando uno degli amanti, il perfido proprietario di un bar, inizia a inserirsi sempre più nella sua vita, facendole visita a casa per ricattarla. Dopo aver sparato all’uomo, Lea torna in Europa, dove si svolge un ultimo e drammatico confronto con Alfredo.

La confezione estetica è molto curata, come sempre nelle opere di Lado, a cominciare dalla fotografia, satura e corposa, che mette in risalto le splendide località esotiche fra deserti, rovine archeologiche e i vicoli della cittadina – Lado ha sempre adottato uno sguardo pittorico nella raffigurazione dei paesaggi, da Venezia a Praga, dalla Sicilia all’Africa. Il montaggio segue fluidamente lo svolgersi della vicenda, raggiungendo alcuni picchi di estro con l’accostamento paratattico di immagini simboliche: l’inquadratura sul polpo al mercato, la cui viscidità richiama alla mente di Lea le mani insaponate dell’amante, e il rapido passaggio dallo schizzo di sangue alla vorticosa fuoriuscita del petrolio. Ma il montaggio è particolarmente riuscito anche nella costruzione delle scene sensuali, piuttosto spinte e creative nonostante la fisiologica patinatura degli anni Ottanta. Particolarmente ricca è anche la colonna sonora composta da Pino Donaggio, che alterna brani d’atmosfera, tonalità arabeggianti e pezzi ritmatissimi tipicamente Eighties – il riferimento è in particolare alla canzone che accompagna i titoli di testa e alle percussioni che punteggiano il narrato.

Il racconto di Scirocco è avvolto nel mistero e nell’ambiguità, in un’atmosfera quasi surreale e fiabesca (ma siamo in una favola nera) che pervade tanto l’ambientazione, mai specificata nel corso della diegesi, quanto i personaggi, che rimangono quasi tutti anonimi. Protagonista assoluta è Fiona Gélin (figlia di Daniel Gélin e sorellastra di Maria Schneider) nei panni di una donna ricca, annoiata e ninfomane che dà sfogo alla sessualità più sfrenata in un mondo magico dove tutto è permesso: lungo il film cerca sempre l’avventura e il proibito, dai quali è al contempo attratta e spaventata. Decaro interpreta invece un piccolo borghese compassato, che per amore e debolezza tollera i tradimenti della moglie – ed ecco tornare con prepotenza l’ipocrisia e i vizi della borghesia, temi tanto cari al regista.

Lado, nella sua filmografia erotica come nei thriller, ha sempre raffigurato l’erotismo come qualcosa di morboso e proibito, in certi casi sporco e perverso, sempre molto carnale. In Scirocco dipinge un affresco senza speranza in cui l’amore è quasi abolito, e l’unica risposta alla routine della vita è il sesso nelle sue forme più selvagge; risposta che, però, non è sufficiente per riempire il vuoto esistenziale della coppia. Amore e sesso sono distanti: tutte le avventure di Lea sono la negazione del sentimento, pura corporalità, e la regia non lesina sul sesso. Lea viene sodomizzata sul dorso di un cavallo dal turista europeo (Gianluigi Ghione, in seguito noto come inviato di Striscia la notizia con il nome di Jimmy Ghione), poi pratica una fellatio a un indigeno completamente nudo che compare sotto la pioggia quasi fosse una divinità pagana, ma è con il selvaggio proprietario del bar (Yves Collignon), incarnazione della primitività sessuale, che consuma le esperienze più spinte: prima un violento amplesso sotto gli occhi avidi della folla, poi un ménage à trois con un ragazzo più giovane, con tanto di bacio omosessuale fra i due uomini (e il tema dell’omosessualità nel cinema di Lado era già apparso velatamente nel noir L’ultima volta [1976]).

Anche in Scirocco lo sguardo cinematografico è intriso di voyeurismo, a livello sia diegetico sia metafilmico. Lea è appassionata di fotografia, la vediamo spesso nell’atto di immortalare (cioè guardare), gli stessi soggetti dei suoi scatti sono voyeur – la folla, l’amico Jeff, Collignon che la guarda e si masturba prima di possederla (ricorda il personaggio cui dà volto Franco Fabrizi in L’ultimo treno della notte [1975]) – ma è lo spettatore stesso a diventarlo, poiché la regia lo induce a un’insistita osservazione dell’elemento erotico. Peculiarità del film è inoltre lo sguardo semi-documentaristico che Lado adotta, dedicando ampio spazio ai suggestivi paesaggi e al folklore locale tra tipici mercati arabi, danzatrici, lottatori e incantatori di serpenti.

 

CAST & CREDITS

Regia: Aldo Lado; soggetto: Aldo Lado, Fiorenzo Senese; sceneggiatura: Aldo Lado, Fiorenzo Senese; fotografia: Ramón F. Suárez; scenografia: Fiorenzo Senese; costumi: Alessandra Montagna; montaggio: Alfredo Muschietti; musiche: Pino Donaggio; interpreti: Fiona Gélin (Léa), Enzo Decaro (Alfredo), Yves Collignon (Serpente), Joshua McDonald (Jeff), Gianluigi Ghione (Stefan), Alberto Canova (Kurt); produzione: Films Jean Alexandre, Futura Films, Jugurtha International Productions; origine: Italia, Francia, 1987; durata: 88’; home video: vhs Eagle Home Video, dvd inedito, Blu-ray inedito; colonna sonora: inedita.

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