"Inferno". Tre film, tre precetti, tre madri

Andrea Scarabelli
Dario Argento n. 15/2022

Se passate da Milano e considerate Inferno di Dario Argento un vero film di culto, vale la pena fare un salto in piazza San Fedele, dietro al Teatro alla Scala. Se poi amate quella singolare categoria di libri che risponde al nome di pseudobiblia – in bilico fra esistenza e inesistenza, come grimori emersi da oscure biblioteche solo per finire inghiottiti, altrettanto repentinamente, dall’oblio dei secoli1 – allora questa storia fa per voi.
Ecco cosa troverete – o, meglio, non troverete – in quella piazzetta: Palazzo Imbonati, incastonato tra i luoghi più “maledetti” di una città che sembra averla fatta finita con il mistero, annacquato tra fashion week e movide, ma di fatto trasuda enigmi in ogni dove. Non lo troverete perché il Palazzo non esiste più, soppiantato nell’Ottocento da un Teatro Manzoni – raso al suolo nel 1943 – e poi da una grigia filiale bancaria. Ebbene, questo edificio, proprietà della celebre famiglia Imbonati, è legato a doppio filo con quello che resta uno tra i migliori film di Argento.
La sua sorte è assai bizzarra. Fu maledetto da una giovane fanciulla, murata viva in una delle ampie stanze perché ostile a passare il resto della sua vita tra chiostri e conventi, in obbedienza ai desiderata paterni. Poco prima che l’ultimo mattone facesse precipitare nel buio eterno la sua giovane esistenza, la ragazza scagliò un anatema su quanti avrebbero abitato successivamente le sontuose fughe di saloni del palazzo, che nel 1658 – un trentennio dopo l’ingresso della peste nel capoluogo lombardo – fu semidistrutto da un incendio (la cui causa, ovviamente, non è mai stata accertata). Ricostruito nel 1743 dal conte Giuseppe Maria Imbonati, il Palazzo diviene la sede dell’Accademia dei Trasformati, uno dei circoli culturali più celebri della città, dove la letteratura dialoga con l’astronomia e l’alta matematica con le discipline umanistiche. Eppure, all’ombra del razionalismo trionfante, il luogo riesce comunque a guadagnarsi la fama di casa infestata. Cigolii di catene, apparizioni di fantasmi, una sinistra luminescenza baluginante dalle pareti esterne…2 Una vera e propria casa dei fantasmi, insomma, nel cuore di una Milano oggi scomparsa. Ma che c’entra Argento?
L’aura di questa dimora, di giorno sede di auguste conferenze (spesso comunque interrotte da fenomeni “ai confini della realtà”)3 e nottetempo patria d’elezione di spettri ed ectoplasmi, fece pian piano il giro dell’Europa giungendo fino all’Inghilterra, alle orecchie di un amante del mistero come Thomas De Quincey, il quale decise di passare qualche notte tra le sue mura nel corso di un celebre viaggio in Italia battezzato dal successo delle sue Confessioni di un mangiatore d’oppio. E la dimora milanese si vendicò sullo scrittore, infestando il suo immaginario: appena tornato nel suo Paese, De Quincey fece una serie di sogni terribili, poi trasfusi tra le pagine immaginifiche del Suspiria De Profundis. Sognò la dea romana Levana, incedente con un corteo di tre figure fantasmatiche, le “Nostre Signore del Dolore”. Chi conosce Inferno, a questo punto, comincerà a vederci più chiaro.
La maggiore delle sorelle oniriche si chiama Mater Lacrimarum: «Giorno e notte si lacera in deliri e gemiti, invocando visi svaniti. […] Ha occhi ora dolci e sfuggenti, ora fissi e sonnolenti; sovente si levano al cielo; sovente sfidano il firmamento». Il diadema che, come Lucifero, reca sulla fronte cavalca i venti al triste mormorio di litanie disperate o al funereo tuonare dell’organo. Dotata di chiavi invisibili che schiudono l’accesso al dolore e alle atrocità di ogni latitudine e longitudine, «Nostra Signora delle Lacrime s’intrufola, ospite spettrale, nelle stanze degli insonni, uomini e donne, bambini, dal Gange al Nilo, e dal Nilo al Mississippi».4
Segue Mater Suspiriorum, i cui occhi gelidi sono un deserto di vita, «colmi di sogni agonizzanti e rovine di estasi obliate». Cinto da un turbante fatto a brandelli, il suo capo «è in eterno tra le polveri. Non strilla, né singhiozza. Non fa che sospirare impercettibilmente». Mentre Mater Lacrimarum scaglia invettive contro il cielo, «Nostra Signora dei Sospiri […] è remissiva fino all’abiezione. Ha la sottomissione di chi ha smarrita la speranza. Mormora, ma solo se sogna. Sussurra, ma solo nell’ombra. Se gorgoglia, lo fa in luoghi solitari, deserti come lei è deserta, in città in rovina, quando il sole si ritira». Infesta i deliri notturni dei paria e degli schiavi, dei criminali chiusi nelle loro celle e dei reietti, «di chi si pente inutilmente e di chi non può non tornare a tombe remote che sono altari rasi al suolo di arcani e sanguinosi sacrifici, sui quali ogni olocausto è vano». Ma non solo: «Infesta anche uomini d’alto lignaggio; finanche nella gloriosa Inghilterra vi è chi, pur girando superbo a testa alta, reca in fronte il suo terribile marchio»5.
A chi credesse di aver conosciuto l’apice dell’orrore basterebbe leggere le pagine dedicate all’ultima sorella, la più giovane, che risponde al nome di Mater Tenebrarum. È talmente terrificante che lo stesso autore invita a pronunciarne il nome solo a bassa voce. Il suo dominio è molto più limitato («Ovvero, non vi sarebbe vita», ammonisce il Suspiria De Profundis), ma la terribile Madre vi esercita un potere assoluto. «Ha un capo circonfuso di torri, come quello di Cibele, che si staglia fino a perdita d’occhio. […] Madre di ogni follia, ama ispirare i suicidi. Le radici del suo dominio sono assai profonde, ma su pochi hanno effetto. D’altronde, Ella signoreggia solo su quanti abbiano una natura sfigurata da intime convulsioni, su coloro il cui cuore vacilla, il cui cervello soccombe, sotto il combinato disposto di tormente interiori ed esteriori»6.
Quelle appena evocate sono le Tre Madri che hanno ispirato la celebre trilogia di Dario Argento. Se, tuttavia, nelle pagine di De Quincey si presentano come figure disincarnate, spiriti che popolano l’immaginario archetipico delle miserie umane, nelle pellicole in questione sono donne in carne e ossa – molto longeve, invero – a cui vengono assegnate tre dimore, situate in altrettante città. Se a Mater Tenebrarum è dedicato Inferno, ambientato a New York, Mater Suspiriorum (Helena Markos, la sola il cui nome sia rivelato) risiede invece a Friburgo, nella mitica Accademia di Danza immortalata in Suspiria (1977). Il legame tra i due film è evidenziato dalle scelte cromatiche, che privilegiano tonalità accese e fantasmagoriche suggerendo l’ingresso in un’altra dimensione, sottratta alle prosaiche leggi del reale. La trilogia si chiude tre decenni dopo, nel 2007, nella Roma di Mater Lacrimarum: qui agiscono i personaggi di La Terza Madre7.
Le loro esistenze sono rivelate nello pseudobiblium presentatoci in Inferno, dal titolo The Three Mothers. L’autore è un inesistente Emilio Varelli, «architetto in Londra» (così, almeno, era conosciuto allora), che però è anzitutto un alchimista, il quale avrebbe redatto un diario in latino, forse legato alla sua misteriosa morte. Ne sopravvivono pochi passi, come quello citato in apertura al film, che ci introduce nelle atmosfere ermetiche di Inferno: «Non so quanto mi costerà rompere ciò che noi alchimisti abbiamo sempre chiamato Silentium. L’esperienza dei nostri confratelli ci ammonisce a non turbare le menti profane con la nostra sapienza». Quello evocato da Varelli è uno dei tre fondamentali precetti alchemici, insieme a Sol (agire sotto l’ispirazione divina) e Solitudo (lavorare appartati, lungi dalle cose del mondo)8, che vieta a chi abbia compiuto l’Opus Magnum, la Grande Opera, di farne parola ad altri, nell’eventualità che costoro possano servirsene per fini abbietti o siano travolti dai risultati dell’Ars Regia. Non è escluso che l’infausto destino di Varelli risieda proprio nella violazione di questo precetto, condensato in un antico codice ermetico di origine araba che consiglia di «non parlar troppo chiaro, perché allora i Pazzi saprebbero quanto i Saggi questa Scienza».9
Le Madri evocate dall’architetto alchimista sono simili a quelle del Faust goethiano, quando Mefistofele rivela allo scienziato: «Un tripode infuocato ti dirà finalmente che avrai toccato il fondo del più profondo abisso. Alla sua luce tu vedrai le Madri. Siedono alcune, altre stanno e si muovono come il caso comporta. […] Avvolte dalle immagini di tutte le creature non ti vedono. Vedono solo ombre» (Faust, I, 6283-6290). Ma sono anche e soprattutto manifestazioni del volto notturno proprio del femminile, ben noto a molte civiltà antiche: «Matrigne che non partoriscono la vita» si dice in Inferno, parafrasando il Suspiria De Profundis10, «Sorelle, signore degli orrori della nostra umanità». Se in origine tre sono le Sorelle, le Muse, le Parche, le Furie, quelle che dalle pagine di De Quincey raggiungono il grande schermo sono forze infere che reggono le sorti del mondo. Anche il fatto che lo facciano da sedi localizzate geograficamente risponde a un modello mitografico molto arcaico.
Antiche tradizioni parlano infatti di torri diaboliche da cui le forze antitradizionali irradierebbero la loro influenza disgregatrice. Sono le «torri sataniche» di cui René Guénon ha parlato in più occasioni, come ricostruito da Jean-Marc Allemand, il quale ha tracciato addirittura una mappa di tali torri, disposte secondo l’immagine dell’Orsa Maggiore. Si trovano rispettivamente in Sudan e Nigeria (legate alle attribuzioni oscure di Seth e a pratiche di cannibalismo, stregoneria e licantropia), in Siria e Iraq (la biblica Torre di Babele), in Turkestan, nella Siberia occidentale e su un’isola del Mar di Kara11. L’esistenza di questi centri oscuri è giunta sino alla contemporaneità, ispirando i romanzi avventurosi di Talbot Mundy e di John Buchan12, capolavori (che prima o poi qualcuno dovrebbe tradurre in italiano) come The Slayer of Souls di Robert Chambers – autore di The King in Yellow, canovaccio della prima stagione di True Detective dove domina “Carcosa” – ma anche, per rimanere in ambito cinematografico, The List of Seven e The Six Messiahs di Mark Frost, tra le altre cose studioso di teosofia e co-autore della serie tv I segreti di Twin Peaks.
Torniamo a Inferno. Le tre residenze furono costruite alla fine del XIX secolo. È il periodo in cui Palazzo Imbonati viene definitivamente raso al suolo, insieme ai suoi fantasmi, ed è lo stesso in cui Varelli si trova in Inghilterra, dove pochi decenni prima De Quincey ha pubblicato la sua “cronaca onirica” ispirata a un palazzo di cui costituisce una delle scarne testimonianze. Una trama di singolari circostanze, che chiudono un cerchio per riaprirlo di continuo, in un’assolata piazzetta milanese, tra spettri di un passato mai tramontato.

Note
1 Su questa classe di libri, per un primo approccio, cfr. De Turris Gianfranco, Fusco Sebastiano, Pseudobiblia, Bietti, Milano 2020.
2 Cfr. Furio Giovanna, I fantasmi di Milano, Newton Compton, Roma 2011, p. 68.
3 Cfr. Padovan Gianluca, Ferrario Ippolito Edmondo, Milano esoterica, Newton Compton, Roma 2015, pp. 274-275.
4 De Quincey Thomas, Suspiria De Profundis, Being a Sequel to the Confessions of an English Opium-Eater and Other Miscellaneous Writings, A. & C. Black, Edimburgo 1871, pp. 27-28.
5 Ivi, pp. 28-30.
6 Ivi, pp. 30-31.
7 Per la cronaca, il romanzo di De Quincey ha ispirato un altro film, mai doppiato in italiano. È Il gatto nero, che Luigi Cozzi ha diretto nel 1989 ed è noto anche come Suspiria de Profundis e Demons 6: Armagedon. In esso, il protagonista prova a mettere su pellicola il libro di cui stiamo parlando, risvegliando forze sovrannaturali che sarebbe meglio non disturbare.
8 Cfr. Wirth Oswald, Il simbolismo ermetico, traduzione di Del Ninno Giuseppe, Edizioni Mediterranee, Roma 1997.
9 Turba Philosophorum, in «Ur» 1928, Tilopa, Roma 1981, p. 251.
10 Cfr. De Quincey Thomas, op. cit., p. 25.
11 Cfr. Allemand Jean-Marc, René Guénon et les Sept Tours du Diable, Trédaniel, Parigi 1990.
12 Su questi temi e autori cfr. Bergier Jacques, Elogio del fantastico, a cura di Scarabelli Andrea, il Palindromo, Palermo 2018.

CAST & CREDITS
Regia: Dario Argento; soggetto: Dario Argento; sceneggiatura: Dario Argento; fotografia: Romano Albani; scenografia: Giuseppe Bassan; costumi: Massimo Lentini; montaggio: Franco Fraticelli; musiche: Keith Emerson; interpreti: Leigh McCloskey (Mark Elliot), Irene Miracle (Rose Elliot), Eleonora Giorgi (Sara), Daria Nicolodi (Elise Du Longvalle Adler), Sacha Pitoëff (Kazanian), Alida Valli (Carol), Veronica Lazar (Mater Tenebrarum), Gabriele Lavia (Carlo), Ania Pieroni (Mater Lacrimarum), Leopoldo Mastelloni (John); produzione: Claudio Argento per Produzioni Intersound; origine: Italia, 1980; durata: 106’; home video: Blu-ray Arrow Video (Gran Bretagna), dvd 20th Fox; colonna sonora: Cinevox Records.

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