Quando la cultura ufficiale si confronta con scrittori la cui produzione include qualcosa di più rispetto alla mera letteratura non è raro ch’essa cada in fraintendimenti. Ciò vale, in particolare, nel caso di romanzieri “occulti”, i quali, stando a certi accademici, avrebbero trattato tematiche esoteriche solo per dileggiarle. Emblematico il caso di Gustav Meyrink: alle tesi “riduzioniste” di certi germanisti si sono tuttavia opposte letture che ne hanno evidenziato la dimensione metafisica. Ai vari Alberto Spaini (autore nel 1932 di un articolo significativamente intitolato Meyrink, una favola), Claudio Magris (che lo definì un «ciarlatano mistico») e Margherita Cottone si sono opposti intellettuali come Julius Evola, Elémire Zolla, Massimo Scaligero e Gianfranco de Turris (in compagnia all’estero di giganti, quali Jung e Scholem). Due scuole equivalenti? Per nulla. Il 18 ottobre 1931 apparve sull’«Hannoverscher Anzeiger» una singolare intervista, firmata da un misterioso Francis (Meyrink stesso?). Meyrink parla della sua vita, dei suoi esercizi di Yoga, delle sue incursioni nello spiritismo (ben presto abbandonato) e della società teosofica, concludendo: «Giacché i miei racconti e i miei romanzi scaturiscono da tali visioni, essi non hanno niente a che fare con la cosiddetta costruzione letteraria o con la suspence artistica». Altro che boutade letterarie! Queste parole sono inserite nella nuova edizione del Golem, curata da Anna M. Baiocco, contenente le illustrazioni di Hugo Steiner-Prag e un apparato di note dedicato ai suoi retroscena esoterici. La vicenda mitica del Golem, ripercorsa nel suo lungo viaggio dal Sefer Yetzirah alle sue varie esegesi, sino alla letteratura moderna e contemporanea, si confonde con una Praga nera, desolata e malvagia: «La città degli strambi e dei visionari, questo cuore inquieto della Mitteleuropa» del poeta Oskar Wiener. Centrale nel romanzo (caso non raro nelle opere meyrinkiane) è la dottrina del Risveglio: chi non lo sperimenta non è né vivo né morto, è solo un’ombra che si muove sonnambulica tra ombre. Si fa necessario un passaggio di livello, per quanto doloroso possa essere: «Anche uno specchio d’argento – rivela l’archivista Schemajah Hillel ad Athanasius Pernath, fantasmatico protagonista del romanzo – se potesse provare delle sensazioni, soffrirebbe durante la pulitura, ma una volta liscio e lucido rispecchierà tutte le immagini che vi si rifletteranno». Per poi aggiungere, sommessamente: «Sia lodato colui di cui si può dire: costui è stato levigato». Una dimensione null’affatto astratta ma intimamente realizzativa e soteriologica: «La lotta per acquisire l’immortalità è la lotta per l’acquisizione dello scettro contro quei suoni e fantasmi che ci dimorano dentro, e l’attesa affinché il proprio io diventi Re è l’attesa del Messia […]. E quando costui riceverà la corona, allora si spezzerà in due quella fune che per mezzo dei sensi e di quella ciminiera che è l’intelletto la tiene legata al mondo». L’iniziazione del protagonista si conclude solo nella Goldmachergasse, «là dove gli alchimisti del Medio Evo calcinavano la pietra filosofale e avvelenavano i raggi della luna», nella quale ha la visione del Muro all’ultima lanterna, cui è precluso l’accesso a chi non è naturalmente vocato all’iniziazione. Quella casa in cui Pernath andrà a vivere assieme a Mirjam, «convolando a nozze» (quelle chimiche, di Christian Rosenkreutz) e realizzando il rebis (res bina), l’androgine alchemico, e in cui si stabilirà lo stesso Meyrink, dato che sceglierà proprio questo nome per la sua residenza sulle rive del lago di Starnberg, a concludere un’esistenza votata al Risveglio. Gustav Meyrink, Il Golem, a cura di Anna M. Baiocco, Tre Editori, Roma 2015, pp. 364, € 21,00.