Gustav Meyrink, «Il Domenicano bianco»
Gianpiero Mattanza
Una silenziosa città mitteleuropea avvolta dalla nebbia e simbolicamente cinta da un fiume, è il luogo deputato dall’austriaco Gustav Meyrink per l’ambientazione de Il Domenicano bianco, romanzo esoterico edito in lingua originale nel 1921. Le Edizioni Bietti propongono al lettore la prima traduzione italiana, firmata nel 1944 da Julius Evola per l’editore torinese Bocca, con una precisa volontà editoriale: restituire il dovuto merito all’editio princeps italiana, volutamente trascurata quando non rivoluzionata in negativo dai successivi editori, poco inclini ad ascoltare una voce autorevolissima benché – o perché – discorde rispetto allo sterile caos (che vorrebbe essere fine melodia) progressista. Lo scritto si inserisce nella particolare temperie degli altri quattro romanzi esoterici dell’autore (Il golem, La faccia verde, La Notte di Valpurga e L’Angelo della finestra d’Occidente) che, attraverso diverse dinamiche narratologiche, vogliono incidere nella coscienza del lettore lo stesso, eterno messaggio: “Noi viviamo immersi nella materia, in uno stato di sonno spirituale […] e dobbiamo tendere al Risveglio” (p. 11). Il trovatello Cristoforo Colombaia viene adottato da un anziano nobile, che diviene suo magister animae. La piccola cittadina in cui vivono i protagonisti assume ora i tratti del borgo medievale, ora quelli della classica città disabitata fatta di rovine e presagi, disposti a parlare solo agli spiriti eletti. Il punto focale della vicenda è proprio l’iniziazione spirituale, vista come retaggio destinato da un’antichissima stirpe ai suoi discendenti, a cui Cristoforo (nomen omen) scopre di appartenere. La cristallina, quasi ingenua personalità del protagonista, identificazione perfetta dell’iniziando desideroso di guida perché spiritualmente predisposto alla realizzazione interiore, si sviluppa con il procedere della narrazione, essenziale quanto a vicende esteriori ma ricchissima di spunti tratti dalle dottrine tradizionali, Taoismo in primis. La figura misteriosa del Domenicano richiama infatti, più che il classico appartenente all’ordine dei frati a cui il lettore occidentale può essere abituato, il monaco buddhista seguace della corrente mahayâna. Il Domenicano bianco è un fine meccanismo ideato per l’esposizione di particolari aspetti della principale dottrina esoterica dell’antica Cina, quella via taoista padroneggiata con competenza dall’autore insieme a diversi altri aspetti della cultura estremo-orientale. La ricca appendice chiarisce, a questo proposito, alcuni punti lasciati nell’ombra dall’autore: gli scritti del traduttore e curatore, assieme a quelli di Massimo Scaligero, Serge Hutin, Jean-Pierre Bayard e di Gérard Heym fanno luce su aspetti realmente oscuri del testo, che aggiungono un’ulteriore patina di entusiasmante mistero ad un volume già fuori dal comune per qualità e contenuti. Si sviscerano le ricerche esoteriche condotte da Meyrink durante la propria tormentata esistenza; i collegamenti con varie società segrete quali quella rosicruciana; le diverse reazioni dei critici, sempre e solo in termini di veridicità dei contenuti e non di qualità letteraria, da tutti ritenuta indubbia. All’accusa di arbitrarietà nei confronti della tradizione esoterica e, addirittura, di volontaria denigrazione umoristica del sapere tradizionale risponde Gianfranco de Turris, curatore e prefatore della nuova edizione dell’opera, affermando che Il Domenicano bianco è, prima di tutto, “una messa in guardia ancora oggi validissima contro la pseudo-spiritualità, che i soliti soloni hanno incredibilmente scambiato per una accusa contro la spiritualità in assoluto” (p. 14). Oltre a questo, siamo di fronte ad un libro senz’altro fondamentale per comprendere il cammino fra le vie del sapere esoterico di uno dei maggiori autori in lingua tedesca del Novecento. Gustav Meyrink, Il Domenicano bianco. Dal diario di un invisibile, a cura di G. de Turris, Edizioni Bietti, Milano 2012, pp. 290, € 19,00.