John Ford e Clint Eastwood. I due sentieri del giuramento
Adriano Della StarzaA settant’anni dall’uscita di Sentieri selvaggi (1956), il capolavoro di John Ford continua a imporsi come paradigma narrativo, estetico e tematico con cui confrontarsi, soprattutto quando si ragiona su etica e morale, e sulle contraddizioni e i conflitti – con gli altri ma soprattutto con sé stessi – che ne derivano.
Ciò vale anche per Clint Eastwood (il quale, mentre scriviamo e a novantasei anni compiuti da poco – è nato il 31 maggio del 1930 – ha annunciato ufficialmente il ritiro dal set), che ha consegnato come ultimo contributo alla Storia
del cinema – alla quale ha partecipato pressoché ininterrottamente dal 1971 – Giurato numero 2. Il film del 2024 è infatti una summa densa e stratificata di temi e conflitti morali già presenti in altri suoi titoli forse meno noti e/o apprezzati, come Potere assoluto, Mezzanotte nel giardino del bene e del male, Fino a prova contraria o Sully.
E che si lega, con un richiamo sotterraneo più inatteso e spiazzante, proprio a Sentieri selvaggi. Lo ha rintracciato per noi l’autore di questo Fotogramma, e ha deciso di indagarlo, scavando tra le pieghe di questi due film segnati dai traumi, dalle ossessioni e dalle fragilità della coscienza umana.
