Documenti: Parla Walt Disney!

Davide Balzano
Walt Disney – Il mago di Hollywood n. 10/2015
Documenti: Parla Walt Disney!

Pur avendo goduto di un incredibile successo nella sua incessante cavalcata verso la scoperta di nuove frontiere del divertimento e della fantasia, Walt Disney è stato un personaggio che ha fatto molto parlare di sé pur parlando poco, e del quale numerosi aspetti sono rimasti nascosti ad un pubblico più interessato alle creature che al creatore di quelle pellicole e invenzioni.

Questa raccolta di citazioni disneyane vuole dare voce al personaggio, mostrandone i lati meno noti: la sua idea di cartone, i ricordi dell’infanzia, le disavventure, i sacrifici, i problemi imprenditoriali, insieme ovviamente alla sua visione del mondo.

Molti dei testi inseriti in questa antologia sono reperibili solamente in lingua inglese, ma la tenacia e la creatività di questo eccezionale narratore di fiabe mantengono una forza e un’originalità che colpiscono al di là del linguaggio. Sono tutti tratti da volumi, eccetto quelli indicati con la dicitura Conversation with Walt Disney, reperibili all’indirizzo http://blog.iqmatrix.com/walt-disney e L’ultima intervista a Walt Disney, inserita nella settima sezione, disponibile in Rete all’indirizzo http://www.tuttodisneyland.com/forum/index.php?topic=1853.0;wap2.

 

D. B.

 

  1. Un narratore di fiabe

«Nei vent’anni spesi in questo lavoro ho affrontato molte tempeste. Non è stato facile salpare. Ha richiesto un’enorme quantità di lavoro ma anche sacrificio, determinazione, sicurezza, fede e, soprattutto, generosità. Forse la componente più importante è stata la nostra mancanza di egoismo. Ho sempre avuto una cieca e testarda fiducia nel mondo dei cartoni, ero determinato nel mostrare agli scettici che il cartone animato meritava un posto migliore: era più del semplice “riempitivo” di un programma o un gadget di scarso valore e avrebbe potuto essere uno dei più grandi mezzi della fantasia mai sviluppati. Fede, fiducia, determinazione e un atteggiamento generoso hanno fatto guadagnare ai cartoni il posto che occupano oggi nel mondo del divertimento.» (Michael Barrier, The Animated Man. A Life of Walt Disney, University of California Press, Berkeley 2008, p. 4)

«Coi cartoni animati non ho fatto che ripetere la lezione di Esopo e di La Fontaine.» (Ho speso miliardi per costruire il Lincoln che parla e si muove. Oriana Fallaci interroga Walt Disney, in «L’Europeo», giugno 1966)

«La mia ambizione era rendere la qualità dei cartoni pari a quella delle favole di Esopo.» (Michael Barrier, The Animated Man, cit., p. 67)

«Il punto era tradurre i cartoni animati in fiaba vivente, portare la fiaba all’estrema tangibilità, trasformare il sogno in qualcosa che non solo si vede ma anche si tocca. Oltre il cinema, oltre il teatro […]. Bisognava dunque trascinare la gente nello spettacolo, nell’illusione: renderla protagonista della fiaba insieme alla fiaba.» (Ho speso miliardi…, cit.)

«La fantasia non può essere cristallizzata e il sogno è movimento perenne.» (Ibidem)

«Se puoi sognarlo, allora puoi farlo. […] Non posso credere che ci siano vette cui un uomo non possa arrivare se è in grado di rendere reali i sogni. Il segreto, secondo me, può essere sintetizzato dalle quattro C: Curiosità, Confidenza, Coraggio e Costanza.» (Conversation with Walt Disney)

«Il primo dovere del cartoon non è descrivere o riprodurre il reale o le cose così come accadono nella realtà… ma di portare alla luce quei sogni e quelle fantasie che tutti abbiamo evocato nel corso della nostra vita.» (Mariuccia Ciotta, Walt Disney. Prima stella a sinistra, Bompiani, Milano 2005, p. 102)

«A me interessava cercare il bambino che è dentro ciascuno di noi. Come Disneyland, Mickey Mouse non fu mai concepito per una mente infantile: fu sempre un discorso a coloro che io chiamo gli onesti adulti, cioè quelli che non si vergognano ad essere sostanzialmente bambini. Perché a quale età si smette d’essere bambini? A sei anni, a diciotto, a trenta, a sessanta? Se si è onesti, a nessuna: la curiosità, l’entusiasmo, la voglia di piangere e ridere sono virtù dei bambini. Un adulto incapace d’essere bambino non può trarre piacere dalla vita. Ma guardi quei sofisticati, quei superintellettuali: che gusto hanno a vivere? Non si meravigliano di nulla, non si divertono con nulla, sono sempre annoiati, noiosi. La loro è una vita da vecchi, una vita che è una frangia della vita. A meno che non abbiano una doppia esistenza e, di nascosto, quando fanno pipì, non leggano Mickey Mouse.» (Ho speso miliardi…, cit.)

«Vedevo tutte queste celebrità arrivare e avevo una strana sensazione. Speravo di vederli andare un giorno o l’altro alla prima di un cartoon. Perché la gente sottovalutava il cartoon. Lo guardava dall’alto in basso.» (Mariuccia Ciotta, Walt Disney, cit., p. 97)

«Se sei curioso trovi un sacco di cose interessanti da fare […]. Continuiamo ad andare avanti, ad aprire nuove porte e a fare cose nuove perché siamo curiosi ed è la curiosità a portarci continuamente su nuovi sentieri.» (Conversation with Walt Disney)

 

  1. Sul politicamente corretto

«Non sono uno di quelli che dicono: le guerre finiranno nel mondo. Al contrario, sono convinto che, fino a quando il pianeta sarà popolato, le guerre esisteranno. Perché fanno parte della vita, sono esse stesse la vita. Bando alle utopie, cara mia. Ma come si può evitare le guerre con tutte queste ideologie, queste religioni, che non vanno e non possono andare d’accordo? Ciascuno la pensa diversamente, e chiunque la pensi in un certo modo vuol far trionfare il suo punto di vista: è normale ed anche giusto. Ma se, avendo un punto di vista, non vuoi essere conquistato da chi ha un altro punto di vista, come ti difendi, se non facendo la guerra? Quindi, che significa la pace? Deporre le armi per evitar guai? Rinunciare a difenderti se uno ti attacca, rinunciare a proteggerti, ad essere pronto? Dormire? Hitler non avrebbe mai conquistato l’Europa e ucciso milioni di creature innocenti se il mondo fosse stato sveglio coi fucili puntati. Ma il mondo aveva abbassato i fucili, dormiva sognando le utopie sulla pace, e il male venne, Hitler venne, si dovette fare la guerra per estirparlo. Se il gregge è lasciato senza pastore, mia cara, la volpe entra nel gregge e lo mangia; fare i pacifici è contro natura.» (Ho speso miliardi…, cit.)

«Ah, io non posso soffrire gli intellettuali […]. Io, tutte le volte che parlo con un intellettuale, sento il bisogno irresistibile di scaraventarlo in mezzo alla giungla […], perché veda com’è fatta la vita e si tolga dal capo le sue stupide ideologie, i suoi ipocriti discorsi sulla pace.» (Ibidem)

«Io ho fiducia nel futuro. E non mi spaventa per niente la polvere da sparo, usiamo la nitroglicerina, e la bomba e i missili, e tutto ciò che serve a muoverci, cambiare, andare dove ci riesce, dove ci portano i sogni, le illusioni, le fiabe! […] Certo che sono ottimista! Un ottimista abbastanza pratico da sapere che il progresso consiste in due passi avanti e un passo indietro: e quel passo indietro non nega che il progresso esista.» (Ibidem)

«C’è chi pensa che qui [agli Studios] si facciano distinzioni di classe. Ci si chiede perché a teatro alcuni prendano posti migliori di altri. Ci si chiede perché alcuni riescano a trovare posto nei parcheggi, mentre altri no. Ho sempre pensato e sempre penserò che le persone che maggiormente contribuiscono all’organizzazione dovrebbero, per una questione di puro rispetto, godere di qualche privilegio in più. Non c’è alcun “circolo esclusivo”. Gli individui che hanno lavorato al mio fianco, cercando di organizzare e far funzionare lo studio, mantenendolo a galla, non dovrebbero essere invidiati. In realtà, i miei collaboratori si guadagnano un sacco di seccature, e molti possono ritenersi fortunati a non avere molti contatti col sottoscritto.» (Michael Barrier, The Animated Man, cit., p. 6)

«L’industria cinematografica, in quanto industria, deve continuare a esistere secondo i principi americani della libera concorrenza o essere strozzata dalle restrizioni monopolistiche? Eppure il nostro governo ha riconosciuto l’importanza dei film americani, tanto economica quanto politica, nei rapporti con le altre nazioni.» (Marc Eliot, Il principe nero di Hollywood, Bompiani, Milano 1994, p. 200)

«Io sono per natura un democratico. Non voglio essere che uno dei tanti, e lo sono. Quando m’imbatto in qualcuno per i corridoi, voglio potergli parlare, e che lui parli a me, e salutarlo con un sorriso. Non me la sento di lavorare a nessun’altra condizione…» (Mariuccia Ciotta, Walt Disney, cit., p. 117)

 

  1. Creatura e creatore

«Quando lavoravo fino a notte fonda, i topi si davano appuntamento nel cestino della carta straccia […]. Ce n’era uno che era il mio preferito.» (Marc Eliot, Il principe nero di Hollywood, cit., p. 59)

«La mattina mi capitava di trovarli [i topi] nel cestino della spazzatura. Ne tenevo diversi in una gabbia sul mio tavolo da disegno e mi divertivo a guardare le cose buffe che facevano.» (Michael Barrier, The Animated Man, cit., p. 56)

«Sì, facevo il disegnatore di fumetti a Chicago… No, il personaggio del topo è una nuova creazione… L’ho chiamato Mickey Mouse… La voce è la mia… No, prima abbiamo registrato il sonoro, e poi abbiamo sincronizzato l’immagine al suono. Era stato proprio il sonoro che aveva reso possibile la magia. Quello che l’invenzione di Gutenberg aveva fatto per la parola scritta, il suono lo fece, nel ventesimo secolo, per la parola parlata.» (Frank Capra, Il nome sopra il titolo, Lucarini, Roma 1971, p. 135)

«La vita e le avventure di Topolino sono sempre state strettamente connesse alla mia vita personale e professionale. È comprensibile che debba provare dell’affetto per questo piccolo personaggio che ha giocato una parte tanto importante nella storia del mio Studio e che con tanta gioia è stato accettato come amico in qualunque parte del mondo siano stati proiettati i suoi film. È sempre la mia voce, così come io sono la sua.» (Marc Eliot, Il principe nero di Hollywood, cit., p. 98)

«Paperino è nato nel 1934 per dare corpo a una voce che aveva colpito la mia attenzione un paio di anni prima. Era un personaggio che semplicemente non potevamo trattenere, con le sue arrabbiature, la sua impotenza di fronte agli ostacoli, la sua ribellione di fronte a quelle che considerava ingiustizie.» (Ivi, p. 207)

 

  1. Istantanee di una vita

«Non avrei mai potuto trovare un lavoro, così mi sono buttato nel mondo degli affari.» (Michael Barrier, The Animated Man, cit., p. 40)

«È piuttosto divertente realizzare l’impossibile.» (Conversation with Walt Disney)

«Non mi maledico per aver lavorato come ho lavorato […]. Non ricordo nemmeno di essermene mai preoccupato. Voglio dire, non ho memoria di essere mai stato infelice in vita mia. Mi guardo indietro: ho sempre lavorato e sono sempre stato felice.» (Michael Barrier, The Animated Man, cit., p. 23)

«Io mi diverto meglio a pensarle, le cose; dopo averle tradotte in realtà mi angoscio e basta, nella preoccupazione che gli altri non si divertano. Come quando assisto alla prima di un film, per studiare le reazioni del pubblico […]. Oddio, perché non ridono, dico, perché non piangono? E se uno si alza per andare al gabinetto, lo seguo per controllare che vada davvero al gabinetto. E aspetto che esca dal gabinetto per accertarmi che rientri in sala. E di regola non presento mai un film la mattina, perché la mattina la gente va di più al gabinetto.» (Ho speso miliardi…, cit.)

«Lavoravo per Charlie Chaplin […]. Ascoltavo sempre i suoi consigli, perché era il mio idolo, il mio protettore, e Charlie diceva: ricordati, Walt, che bisogna guardare ai bambini come a possibili adulti, agli adulti come a possibili bambini, e far discorsi chiari per l’intelligenza di entrambi. Farli ridere, poi riposare. Piangere, poi riposare. I greci lo chiamavano pathos […]. Pensavo a Charlot, a quell’omino buffo, coraggioso, indifeso, quando disegnai Mickey Mouse. Come Charlot, Mickey Mouse non fa mai carognate e ti dona sempre speranza: le sue storie hanno un lieto fine. I sofisticati, i superintellettuali mi rimproverano il lieto fine. Non è realista, sghignazzano. No, non lo è. La realtà è sudicia, il più delle volte, e il sudicio è ovunque, basta cercarlo, anzi lo trovi anche senza cercarlo. Ma io non voglio cercare, non lo voglio nemmeno trovare. Voglio credere, e credo, che dopo una tempesta venga l’arcobaleno: che la tempesta sia il prezzo dell’arcobaleno. La gente ha bisogno dell’arcobaleno e ne ho bisogno anch’io, e perciò glielo do. Che sia o non sia una illusione.» (Ibidem)

«Volevo serbare la mia individualità. Avevo paura di rimanere invischiato nella politica delle major. Sapevo che, se comandava qualcun altro, avrei subito limitazioni e mi avrebbero imposto di produrre disegni animati a basso costo e di scarso valore.» (Marc Eliot, Il principe nero di Hollywood, cit., p. 77)

«Sto attualmente radunando un numero selezionato di persone del mio vecchio staff, e a breve riprenderemo regolarmente la produzione. È mia intenzione spartire lo spazio di lavoro con uno degli Studios, per studiare meglio i dettagli tecnici e le situazioni comiche, combinandole con i miei cartoni. » (Michael Barrier, The Animated Man, cit., p. 40)

«Ecco una domanda che mi viene fatta molto spesso, e sulla quale credo ci siano stati parecchi fraintendimenti… La domanda è: “Perché Walt non può più vedere nessuno dei suoi colleghi? Perché non possono esserci meno supervisori e più Walt?”.» (Ivi, p. 6)

«La gente non dà la giusta importanza al coordinamento di tutti i talenti che hanno a che fare con questo genere di cose [i cartoons dello studio Disney]. Il mio ruolo fondamentale è consistito nel coordinare questi talenti. E incoraggiarli… Ho creato un’organizzazione composta da veri specialisti. Non puoi farli incontrare in nessun modo, presi singolarmente, per quel che sanno fare. Vanno spinti a lavorare insieme.» (Ivi, p. 86)

 

  1. Disney e lo sciopero agli Studios

«Smith [H. A. Smith, investigatore della House Committee on Un-American Activities (HUAC)]: In questo momento, crede che nel suo Studio lavorino dei comunisti o dei fascisti?

Disney: No. In questo momento credo che tutti i miei dipendenti siano americani al cento per cento.

Smith: Secondo lei, nel suo Studio hanno mai lavorato dei comunisti?

Disney: Sì. In passato ci furono alcuni che credo con certezza fossero comunisti.

Smith: È vero che il suo Studio è stato colpito da uno sciopero?

Disney: Sì.

Smith: Lei ritiene che tale sciopero fosse organizzato da membri del partito comunista per raggiungere i loro obiettivi?

Disney: Questo divenne chiaro col passare del tempo. Credo con certezza si trattasse di un gruppo comunista che cercava di assumere il controllo dei miei dipendenti: e fu quello che fece.

Thomas [John Parnell Thomas, allora presidente della HUAC]: Lei ha detto che assunsero il controllo?

Disney: Ripeto, assunsero il controllo dei miei dipendenti.

Smith: Può spiegarlo al Comitato, per favore?

Disney: Lo capii quando una delegazione dei miei ragazzi – i miei animatori, intendo – venne a dirmi che Mr. Herbert Sorrell…

Smith: Intende Herbert K. Sorrell?

Disney: …Che Herbert K. Sorrell stava cercando di prendere il controllo su di loro. Spiegai loro che non era affar mio, che mi era stato proibito di avere alcun contatto con i miei ragazzi in materia sindacale. Mi dissero che non si trattava di sindacati: semplicemente non volevano stare con Sorrell, e avevano saputo che io stavo per firmare con lui. Nel qual caso, chiedevano elezioni per riprovare che Sorrell non era sostenuto dalla maggioranza. Risposi che questo era anche un mio diritto. Così, quando parlai con Sorrell, chiesi delle elezioni. Sorrell voleva che riconoscessi un mucchio di carte che, a suo dire, provavano che aveva con sé la maggioranza. Ma gli altri sostenevano il contrario. Dissi a Sorrell che l’unica via d’uscita era andare alle elezioni: e anche il Labor Board era d’accordo. Ma Sorrell mi rise in faccia e disse che si serviva del Labor Board quando gli faceva comodo, e che una volta era stato tanto stupido da andare al ballottaggio – non ricordo dove – e aveva perso per un voto. La sua arma, disse, era lo sciopero. “E ben affilata”, aggiunse. Secondo lui non ero in grado di affrontare il ridicolo e la cattiva pubblicità di uno sciopero. Gli dissi che per me si trattava di una questione di principio, che non potevo continuare a lavorare se i miei ragazzi pensavano che li avevo abbandonati. Sorrell mi disse che ero un ingenuo e mi minacciò: “Non potrà far nulla contro questo sciopero: farò a pezzi lei e il suo Studio”.

Smith: Disse proprio così?

Disney: Disse che, se voleva, avrebbe fatto a pezzi il mio Studio. Gli dissi che non potevo agire altrimenti, che poteva fare quello che voleva, ma io non avrei cambiato idea. La conseguenza fu che Sorrell dichiarò lo sciopero. Dopo tutto quello che avevo sentito sul suo conto e dopo aver visto il suo nome su un gran numero di pubblicazioni rosse, credevo che Mr. Sorrell fosse un comunista. Quando dichiarò lo sciopero, le prime ad attaccarmi furono tutte le organizzazioni comuniste. Non riesco a ricordarmele tutte, cambiano così spesso di nome: ma ricordo esattamente la League of Women Voters, il People’s World, il Daily Worker e la rivista PM [sic!] di New York. Si buttarono su di me, ma nessuno venne a verificare come stavano le cose. Fui vittima di un’analoga campagna di diffamazione in Sudamerica, tramite qualche periodico comunista locale; in tutto il mondo la mia persona e miei film furono vittime di un attacco organizzato da parte dei comunisti.

Thomas: Mi scusi un momento. Vorrei domandarle questo, Mr. Disney: dunque i comunisti la attaccarono perché lei non voleva cedere?

Disney: Non volevo accettare il loro modo di fare. Insistetti per chiedere la mediazione del Labor Board.

Smith: All’epoca dello sciopero in questione, nel suo studio erano in atto proteste o qualche altro genere di agitazioni?

Disney: No, l’unica vera protesta era quella dei ragazzi contro Sorrell; chiedevano delle elezioni regolari e non poterono mai averle.

Smith: Si ricorda di aver mai parlato di comunismo con Sorrell?

Disney: Sì.

Smith: Ricorda altri soggetti, attivi al tempo dello sciopero, che crede siano comunisti?

Disney: Ecco, c’era un disegnatore nel mio Studio, che era arrivato nel 1938. Non si era mai fatto notare, ma era la mente di queste agitazioni e credo sia un comunista. Si chiama Dave Hilberman.

Smith: Come si scrive?

Disney: H-I-L-B-E-R-M-A-N, credo. Guardai nel suo curriculum e vidi che non dichiarava alcuna religione e aveva passato un lungo periodo di studio al Teatro d’Arte di Mosca […]. Ciò che più mi irrita è la loro capacità di infiltrarsi nei sindacati, di assumerne il controllo e di sostenere davanti a tutti di avere in mano un gruppo di persone, come i miei dipendenti, che so essere buoni americani al cento per cento, e che non sosterrebbero mai le loro ideologie. Penso che sarebbe ora di smascherare questi comunisti per quello che sono, in modo tale che quanto c’è di buono e libero in questo Paese, la democrazia che sta a cuore agli americani, possa esprimersi senza la macchia del comunismo. In tutta sincerità, la penso così. Dobbiamo tenere puliti i sindacati americani. Dobbiamo combattere per loro.» (Marc Eliot, Il principe nero di Hollywood, cit., pp. 216-218)

«Desidero sia chiaro che tutti i miei dipendenti sono liberi di iscriversi al sindacato di loro preferenza. Siamo stati sempre disposti, né abbiamo smesso di esserlo e sempre lo saremo, a negoziare collettivamente con qualsiasi organo rappresentativo legale, eletto dalla maggioranza dei dipendenti in seguito a scrutinio segreto.» (Ivi, p. 168)

«Penso che tutto lo sciopero sia stato una catastrofe. Lo spirito che ha giocato una parte tanto importante nella crescita di questo mezzo espressivo è andato distrutto… Sono convinto che tutta questa confusione sia stata ispirata e orchestrata dai comunisti… Sono profondamente disgustato, e sarei lieto di lasciare il mio posto e trovarmi un altro impiego, se non fosse per i ragazzi leali che credono in me. Così, rimarrò, malgrado la mia sfiducia e il mio scoraggiamento.» (Ivi, p. 176)

 

  1. L’infanzia del padre di Topolino

«Ricordo perfettamente il giorno in cui arrivammo in treno. Mr. Coffman ci venne incontro e ci accompagnò nella nostra casa, appena oltre i confini della città. Credo venisse chiamata la Tenuta della Gru. La mia prima impressione fu che aveva un bellissimo giardino, con un sacco di salici piangenti […]. Vivevo in una piccola città del Missouri, in cui c’erano solo due automobili. Era il 1908.» (Michael Barrier, The Animated Man, cit., pp. 11-12)

«Sapeva esattamente [Elias Disney, padre di Walt] cosa voleva fare e si aspettava che anche gli altri lo sapessero… Avrei voluto dirgli: “Ma come faccio a leggerti nella mente?”. […] Avrebbe dato di matto… Mio padre era il tipo di persona in grado di raccogliere qualsiasi cosa attorno a lui […]. Aveva un modo particolare di parlare. Non avrei mai saputo spiegare alcune delle sue espressioni […]. Elias amava parlare alla gente. Credeva nelle persone. Era convinto che tutti fossero onesti come lui. Lo fregarono un sacco di volte per questo motivo […]. Incontrava spesso personaggi strani, con cui parlava di socialismo… Li avrebbe portati tutti a casa…! E anche chiunque sapesse suonare uno strumento… Erano vagabondi, sa? Non erano nemmeno puliti. Li avrebbe voluti portare perfino a tavola, per la cena, anche se poi mia madre non avrebbe mangiato niente. Lei li avrebbe sfamati fuori, sui gradini di casa.» (Ivi, pp. 14-15)

«Mio padre era malato e decise di vendere la fattoria. Così dovette inventariare e mettere all’asta tutto. Ricordo che l’inverno era gelido; io e Roy… andavamo in giro per diverse piccole città ad attaccare i manifesti dell’asta. E ricordo mia madre scaldare nel forno i mattoni che noi mettevamo sul fondo del calesse e, con una vestaglia addosso, andavamo in giro, in giro ad attaccare manifesti […]. A soli nove anni io e mio fratello Roy eravamo uomini d’affari. Consegnavamo i giornali… Li portavamo in un’area residenziale ogni mattina e ogni pomeriggio, con la pioggia, il sole o la neve. Ci svegliavamo alle quattro e mezza del mattino, lavoravamo finché non suonava la campanella a scuola e ricominciavamo dalle quattro del pomeriggio fino all’ora di cena. Spesso mi addormentavo sul banco; la pagella ne era la prova.» (Ivi, pp. 17-19)

«Ero tutto sommato un burlone… Amavo l’idea di disegnare, ma era comunque qualcosa destinato a finire. Se avessi messo su una recita, avrei potuto realizzare una mia scenografia… Facevo diversi spettacolini a scuola: ero sempre io a costruire la sceneggiatura, dirigere, recitare… Trovavo sempre qualcosa in comune con i ragazzini, che sono sempre pronti a ridere degli altri.» (Ivi, p. 21)

 

  1. Una vita di sacrifici

«Ho sempre guardato con ottimismo alla vita, pur essendo abbastanza realista da sapere che la vita stessa è qualcosa di complicato.» (Conversation with Walt Disney)

«Il più grande problema di tutta la mia vita è stato il denaro. Ci vogliono un sacco di soldi per realizzare tutti questi sogni! Fin dall’inizio è stato un problema trovare il denaro per aprire Disneyland. Riguardo ai diciassette milioni di dollari che abbiamo ottenuto… abbiamo dovuto ipotecare tutto, compresi i beni di famiglia. Siamo riusciti a farlo e, dopo dieci o undici anni, molti soldi sono rientrati. In altre parole, come farebbe un vecchio contadino, bisogna coltivare e far crescere quello che si ha, se si vogliono ottenere i frutti. Ecco la mia filosofia di vita.» (L’ultima intervista a Walt Disney)

«In questi ultimi vent’anni mi sono trovato completamente al verde due volte. Nel 1923, prima di venire a Hollywood, ero così povero che non ho mangiato per tre giorni e ho dormito tra vecchi stracci e cuscini di sedie in una topaia di studio di cui per mesi non avevo pagato l’affitto. Nel 1928 io e mio fratello Roy vedemmo ipotecato tutto ciò che era in nostro possesso. Non era molto, ma era tutto quel che avevamo. Le nostre macchine furono vendute per pagare gli stipendi. Spingemmo al limite le nostre assicurazioni personali per mantenere attivi gli affari… Solo un anno dopo il successo di Mickey Mouse ci siamo potuti permettere un’altra macchina: un furgone che usavamo per lavorare nei giorni della settimana e la domenica per rilassarci.» (Michael Barrier, The Animated Man, cit., p. 5)

«Ebbi un terribile crollo mentale. Caddi a pezzi… Più andavamo avanti e più mi aspettavo grandi cose dagli artisti; quando mi deludevano, mi angosciavo. Soldi, soldi, soldi! […] Divenni molto irritabile. Giunsi al punto di non poter più parlare al telefono: sarei scoppiato a piangere.» (Ivi, p. 84)

«Ho imparato come funziona questo gioco… È l’affare più dannatamente confuso di cui abbia mai sentito parlare… Richiede una mente scaltra e preparata, che sappia gestirlo in maniera appropriata. Sono così tante le sue dannatissime angolature che se non si ha esperienza si finisce sicuramente per perderne qualcuna. Fanno tutti parte di un gruppo di cospiratori e conoscono talmente tanti trucchetti da far uscire matto uno sprovveduto. Sono davvero felice di aver avuto qualcuno su cui poter contare, per avere dei consigli… Altrimenti sarei stato una pecora in mezzo ai lupi…» (Ivi, p. 64)

 

  1. L’uomo dietro agli affari

«Ero alla disperata ricerca di qualcosa che potesse prendere piede e affermarsi. Così pensai a un rovesciamento. I cartoni animati ideati da Max Fleischer avevano a che fare con uomini. Mi dissi: “Be’, forse si può provare a ribaltare tutto. Metterò l’umano dentro il cartone…”. I cartoni di Fleischer avrebbero potuto saltare fuori dalle tavole, correre in una stanza e lavorare con persone reali. Io, invece, presi le persone reali e le ficcai nei cartoni.» (Ivi, p. 36)

«Avevo deciso che se questa strada doveva portare da qualche parte, se doveva avere possibilità di crescita, ciò non sarebbe dovuto accadere per gli interessi di qualcuno… ovvero il profitto… Ho sempre creduto che la politica della qualità, temprata dalla ragionevolezza e dal valore artistico, potesse vincere ogni previsione.» (Ivi, p. 6)

«Una città al servizio della gente… In Epcot [Experimental Prototype Community of Tomorrow] non ci saranno slums perché non lasceremo che sorgano. Non ci saranno proprietari terrieri… la gente affitterà le case invece di comprarle e gli affitti saranno modesti. Non ci saranno pensionati. Tutti dovranno avere un’occupazione. Una delle nostre esigenze è che la gente dovrà dare una mano a tenerla viva… Non ho nulla contro l’automobile, ma credo che oggi abbia assunto un ruolo eccessivo nella nostra comunità… la gente deve anche poter andare a piedi.» (Mariuccia Ciotta, Walt Disney, cit., p. 217)

«I lavoratori faticano una vita intera per realizzarsi e mettere da parte dei soldi, e quando finalmente ci riescono, le loro condizioni fisiche sono tali che non possono goderne. La mia ambizione… è di organizzare la mia azienda in modo tale che tutti coloro che lavorano con me possano godere la vita mentre faticano e risparmiano per i momenti brutti.» (Marc Eliot, Il principe nero di Hollywood, cit., pp. 137-138)

«La cosa più difficile era fare in modo che le persone smettessero di perdere tempo lavorando individualmente ma cominciassero a pensare tutti insieme in gruppo alle immagini in azione. Quando si trovavano di fronte a un’immagine non potevano resistere e continuavano a improvvisare.» (Michael Barrier, The Animated Man, cit., p. 88)

«Il bighellonare di gente priva di esperienza è costato a questo studio milioni di dollari… La prima raccomandazione che do alla maggior parte di voi è questa: “Mettete in ordine anzitutto la vostra casa. Create ordine nella vostra mente… Non combinerete niente stando seduti ad aspettare che vi dicano cosa fare”. Troppe persone sono disposte a incolpare gli altri della propria stupidità.» (Ivi, p. 7)

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Nel calcio s’intrecciano oggi le linee di forza del nostro tempo; talvolta vi si palesano le sue fratture, i suoi non-detti. Ecco perché il quattordicesimo fascicolo di «Antarès» è dedicato [...]
Nicolas Winding Refn

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Inland n. 4/2017
Perché Nicolas Winding Refn? La risposta è semplice: perché, piaccia o no, è un autore che, più di altri, oggi ha qualcosa da dire. Sebbene sempre più distante dalle logiche [...]
Michele Soavi

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Inland n. 6/2018
Il nuovo corso di INLAND. Quaderni di cinema, inaugurato dal numero #5, dedicato a Sergio Martino, è contraddistinto da aperture al cinema italiano, al passato, a trattazioni che possano anche [...]

Ultimi post dal blog

In occasione del compleanno di Matthew MacFadyen (Great Yarmouth, 17 ottobre 1974), indimenticato Mr Darcy e Oblonsky rispettivamente in Orgoglio e pregiudizio e Anna Karenina di Joe Wright, vi proponiamo il montaggio dedicato alla cinematografia del regista britannico dalla co-curatrice di Bietti Heterotopia per promuovere il suo numero #30: "Joe Wright. La danza dell'immaginazione, da Jane Austen a Winston Churchill" di Elisa Torsiello, con prefazione del premio Oscar Dario Marianelli e postfazione del direttore della fotografia Seamus McGarvey. [embed]https://youtu.be/Ug5MtNLGAUs[/embed]    
11 Settembre 2001. Sembra quasi superfluo sottolineare come questa data, col suo carico di orrore e violenza, abbia sconvolto per sempre la società occidentale del XXI secolo. La morte di migliaia di persone, che tutti hanno potuto vedere in diretta televisiva, ha avuto un impatto psicologico di portata mondiale. Così come lo hanno avuto tutti gli eventi che ne sono seguiti: le guerre in Iraq e Afghanistan, la scoperta delle torture nel carcere di Abu Graib, la recrudescenza della xenofobia, la grande crisi economica. Una cicatrice che ancora oggi segna profondamente l’Occidente E il cinema, che si rapporta sempre alla società [...]