Il regista venuto dal futuro. Intervista a NWR

Marco Cacioppo
Nicolas Winding Refn n. 4/2017

L’intervista che segue è stata realizzata il 9 maggio del 2016, poco più di una settimana prima della presentazione ufficiale di The Neon Demon (2016) alla 69° edizione del Festival di Cannes. Fresco della visione del film, avvenuta quella stessa mattina in una sala di doppiaggio di Milano, ho aspettato che Nicolas Winding Refn mi telefonasse, in base agli accordi presi con l’ufficio stampa. Si tratta di un’intervista quantomeno inusuale, nel senso che con Nicolas ci si conosce dal 2009, da quando cioè Valhalla Rising. Regno di sangue (2009) fu presentato in sordina a Venezia. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, e soprattutto si è passati per Drive (2011), un film che, piaccia o meno, ha fatto storia, segnando, per il regista in particolare, uno spartiacque. Questo per dire che, seppur le frequentazioni tra di noi si siano diradate, una volta abbattuta l’ufficialità del contesto la confidenza di una volta è tornata a prevalere, trasformando l’intervista telefonica, della durata complessiva di quasi due ore, in un amichevole confronto dall’andamento sempre più colloquiale, impostato su un gradevole e schietto scambio di opinioni. Confronto che si è svolto, manco a farlo apposta, in tre atti, anche se nel caso di Refn la più classica delle strutture narrative risulta fuori luogo. Ciò che più interessa, in questa lunga riflessione a due voci sul suo cinema, è come il regista danese, probabilmente stimolato dalle domande, attraverso l’esperienza di The Neon Demon e l’inconsapevolezza, in quel momento, del tipo di reazione che avrebbe suscitato tanto nel pubblico esigente della Croisette che in quello della sala tradizionale, abbia finito per elaborare una lucida e azzeccatissima disamina dei suoi primi vent’anni di carriera.

ORE 15:00 – PRIMO ATTO

MC: Pronto?

NWR: Ciao, sono Nicolas! Come stai?

Bene, stavo aspettando la tua chiamata. Tu come stai?

Ok, sai, mi sto preparando per Cannes.

Elettrizzato?

Come sempre. Il fatto è che non ho mai avuto esperienze negative. La prima volta tutti hanno cercato di amarmi, la seconda volta tutti hanno cercato di controllarmi, senza riuscirci, per cui adesso non ho nessuna aspettativa.

Nessuna?

Il punto è che nessuno sa cosa aspettarsi.

Ma tu? Cosa ti aspetti e come pensi che verrà accolto The Neon Demon sia dal pubblico di Cannes che dagli spettatori normali?

Di essere sulla bocca di tutti.

Te lo chiedo perché ho la sensazione che, mentre con Drive gli spettatori che magari non conoscevano i tuoi film precedenti sono impazziti per te e invece i tuoi estimatori della prima ora hanno pensato ti fossi venduto al cinema commerciale, con Solo Dio perdona. Only God Forgives (2013) i primi sono rimasti delusi perché era così diverso da Drive e i secondi hanno pensato con sollievo che stessi tornando alle origini.

È un’analisi interessante…

E la condividi?

Penso di non aver mai fatto un film che non fosse esattamente come avevo deciso che dovesse essere, ma penso anche che quello che ho fatto tutte le volte è stato trarre vantaggio da ciò che avevo davanti a me in un determinato momento. E aggiungo anche che uno dei motivi per cui Drive è stato amato così tanto… è che non sia poi così diverso da Valhalla Rising. Si tratta dello stesso personaggio, dopotutto.

Sì, ma in termini di racconto è abbastanza differente…

Oh, sì, assolutamente, è importante fare le cose in modo sempre diverso. Molto di quello che è successo è derivato dal fatto che Drive è stato presentato a Cannes nel concorso ufficiale, cosa che con i miei film precedenti non era mai successa. Al massimo avevo ottenuto qualche riconoscimento in contesti all’insegna della controcultura. Quando io e te ci siamo conosciuti la prima volta eravamo a Venezia e Valhalla Rising era stato proiettato nella sezione di mezzanotte con cinque persone in sala. Ma era giusto così, perché è un film notturno. Penso anche che una delle cose che ho sempre voluto è non essere tenuto sotto controllo. Quindi, quando per esempio ho fatto la trilogia di Pusher e poi sono passato a Bronson (2008) molti commenti sono stati del tipo: cos’è sta roba? Perché? Dopodiché ho proseguito con Valhalla Rising che, insomma… Poi mi sono detto: «Come posso fare un film completamente agli antipodi di Valhalla Rising?», e sono finito a raccontare una storia d’amore a Hollywood. Poi, ancora: «Come faccio adesso a cambiare radicalmente la mia direzione registica dopo Drive?», e ho girato un film di fantascienza a Bangkok. A quel punto la domanda di rito è stata: «E ora?». Ho deciso che volevo realizzare un film horror per teenager con protagonista una giovane ragazza. Per cui non è che sia programmato, semplicemente amo mettermi in situazioni che mi costringono a osservare le cose da un punto di vista differente. Ha senso?

Senz’altro.

Tu mi conosci molto bene, per cui sai di cosa sto parlando.

Sì certo, e infatti, se me lo permetti, vorrei essere sincero con te.

Devi!

In base a quello che mi hai appena detto, è un dato di fatto che dopo Drive sei diventato una celebrità. Hollywood ha cercato di coinvolgerti in molti altri progetti, ma per un motivo o per un altro non si sono mai concretizzati…

Ah, ma ti spiego molto schiettamente il perché. Ed è molto specifico: non valeva la pena stare dietro a tutte quelle contrattazioni. Non ho rimpianti, perché come ben sai sui miei progetti esigo un controllo del 100%. Perciò ho deciso di abbandonare progetti come Logan’s Run, The Equalizer, perfino Barbarella, erano tutti progetti molto seducenti sulla carta, ma puntualmente venivano cambiati troppo… Sai, ho sempre vissuto facendo a modo mio. E ora non è certo il momento di iniziare a fare l’opposto. Anzi, questo è ciò che mi rende… è ciò che mi procura più felicità in quel che faccio.

E lo rispetto totalmente. Però, lasciamela mettere in questi termini: guardando i tuoi film si ha l’impressione che, dopo Drive, sia emersa una specie di ansia da prestazione. Come se avessi paura di non riuscire a offrire ai due pubblici che ti amano, quello di Drive e l’altro, ciò che si aspettano. Questo fenomeno ha coinciso con l’inizio della tua attività in campo pubblicitario, dove hai perfezionato il tuo stile visivo ed estetico. Quindi, e arrivo al nocciolo della questione, mi sembra che The Neon Demon, film sulla ricerca del successo, sulla vanità, sulla fama, metaforicamente parlando sia anche un film che riflette la tua condizione e la tua esperienza personale. Considerato che tu stesso hai affrontato un esordio di successo, il fallimento e la bancarotta con Fear X (2003), il ritorno di fiamma con Bronson e Valhalla Rising, la celebrità dopo Drive.

È un’analisi interessante, dovrei pagarti per diventare il mio psicologo. Certamente non posso dissentire. Il fatto è che, con Bronson, ho iniziato a fare film focalizzati e basati solo sull’istinto. Per cui la preoccupazione riguardo a come il mio lavoro venga percepito e cosa la gente pensi dei miei tentativi di fare ciò che è considerato, correttamente o non correttamente, cinema è finita in secondo piano. Ho realizzato Pusher II. Sangue sulle mie mani (2004) e Pusher 3. L’angelo della morte (2005) per pagare i miei debiti, il che mi ha fatto provare una strana sensazione di circolarità: poiché ho provato sulla mia pelle la bancarotta, poiché ho prosciugato il mio conto da un milione di dollari, poiché ero diventato un totale fallimento commerciale e creativo, un miserabile che si sentiva un segaiolo, poiché sono passato attraverso tutto questo, sono stato costretto ad andare a combattere sul ring, come un pugile. Sono dovuto tornare sul ring, ripartendo dall’inizio, dal gradino più basso. Praticamente ho ricominciato da zero. È stata un’esperienza umiliante, che mi ha fatto andare in depressione. Ma è stato anche come se Dio mi avesse dato una seconda possibilità, perché da quel momento in poi mi sono sentito meglio, più forte, più saggio, con tutto ciò che ne consegue. Per cui, anche se ho fatto questi film con il solo, prosaico obiettivo di ripianare il bilancio, ho anche realizzato due film di gran lunga migliori di Pusher. L’inizio (1996). Almeno mi sembra…

Sono d’accordo.

In un certo senso è come se la mia carriera fosse cominciata davvero solo con Pusher II e 3. I tre film, precedenti, Pusher, Bleeder (1999) e Fear X, erano un po’ come l’essenza del rock ’n’ roll. Non avevano secondi fini se non essere rock ’n’ roll allo stato puro. Non so se mi spiego.

Sì.

E per questo sono finito nel peggiore dei modi, un po’ come succede alla maggior parte delle rock band. Quello che mi è riuscito di fare in seguito in gran parte lo devo al fatto di essere diventato un padre di famiglia. Ho dovuto farmi carico delle mie naturali responsabilità. Sono dovuto tornare nello studio di registrazione, o sul ring per restare nella metafora, e ricominciare daccapo. Questo nuovo inizio mi ha portato a fare ciò che faccio ora, e non so nemmeno io il perché. Durante questo percorso personale mi sono accorto che non mi interessano più il risultato o la ricezione. L’aspetto che mi sta più a cuore, adesso, è il processo, il processo creativo. In un certo senso è come se fossi diventato un vero artista, che non fa film per il gusto di farli, ma che ha scelto il cinema come strumento espressivo. Dopo aver compreso questo ho scritto Bronson. Bronson è un film molto autobiografico. Non lo nego. Nel senso che, anche se è un film su Charlie Bronson, è chiaramente anche un film sulla rinascita di Nic Refn. È un film che parla della creazione di un alter ego, della creazione di qualcuno che potresti essere e che improvvisamente prende vita, incarnando la tua persona pubblica, i tuoi desideri inconfessabili. E io ce l’ho questa cosa, ho un alter ego molto forte. Bronson è un film che parla di un uomo che si crea un alter ego e finisce per diventarne ostaggio. Voglio dire, quando ero un bambino volevo diventare famoso. Anzi, famoso non è niente, a venticinque anni volevo diventare una leggenda, una figura mitologica. Per cui è come se con Bronson fossi andato a confessarmi dopo il mio primo viaggio. Poi è arrivato Valhalla Rising. E poi mi è capitata questa opportunità incredibile che è diventata Drive, no? Mai e poi mai avrei immaginato che mi avrebbe portato fin dove mi ha portato. Ha cambiato la mia vita, non tanto a livello personale o di ciò che faccio da un punto di vista creativo. Ha cambiato la mia vita in termini economici, commerciali e di celebrità, e anche da un punto di vista percettivo. Una volta che hai ottenuto tutto questo, però, cosa fai? Di certo non lo distruggi. E invece sì che devo distruggerlo! Perché se non lo faccio so che si trasformerà in una trappola. Ecco perché il documentario di Liv (My Life Directed by Nicolas Winding Refn, Liv Corfixen, 2014), che non è mica su Solo Dio perdona, è su di lei, su di noi, sulla nostra relazione… C’è una scena dove sembro del tutto consapevole delle possibili conseguenze, perché sapevo da dove stavo arrivando e… volevo tornarci a modo mio. Un po’ come quando sono passato da Bronson a Valhalla Rising, che sono due film molto, molto diversi, in tutti i sensi. Non so, è come se dopo aver fatto Drive avessi iniziato a desiderare di andare oltre. Quando ci penso… è come se, sotto sotto, avessi sempre saputo di dover fare The Neon Demon, ma che per poterci riuscire sarei dovuto prima passare attraverso Solo Dio perdona. E… ora devo vedere il dentista, ma sarò fuori tra una quindicina di minuti e poi continuiamo. [ride]

45 MINUTI DOPO – SECONDO ATTO

NWR: Eccomi. Scusami.

MC: No, nessun problema, è solo che l’ufficio stampa italiano sta facendo pressioni, dicono che hai un’agenda da rispettare…

Non ti preoccupare. Allora, dimmi un po’, che te ne pare del film?

Prima dell’interruzione stavamo per parlare di The Neon Demon. Da quel che so, tutto ha avuto inizio con il progetto I Walk with the Dead. Poi cos’è successo?

In pratica ho deciso di fare un altro film. Mi sono sentito più attratto da qualcos’altro.

Per qualche ragione precisa?

No, semplicemente era un tipo di film molto diverso. Continuo a pensare che I Walk with the Dead sia un grande titolo, per cui ho pensato: facciamo qualcos’altro, visto che ho voglia di fare qualcosa di diverso. E questo “qualcosa” sarebbe diventato The Neon Demon, che è un film con una missione completamente diversa, con un’altra identità.

Quanto ha influito la tua esperienza in campo pubblicitario, e in particolare la tua specializzazione in brand di lusso, sulla storia di The Neon Demon e il suo contesto, il suo stile visivo ed estetico?

Mi piace fare quel tipo di pubblicità, mi diverte molto. Uno degli aspetti più interessanti è che la bellezza è intossicante. Questo, a livello inconscio, mi ha fatto venire il desiderio di ambientare un film dentro quel tipo di mondo, che può essere al contempo drammatico, spaventoso, divertente, esagerato, e molto eccitante. Poi è arrivata l’idea di raccontare la storia di una ragazzina di sedici anni. Ma, per tornare al discorso di prima e concluderlo, il fatto di passare da Drive a Solo Dio perdona è stato un po’ come quando Lou Reed è passato da Transformer (1972) a Metal Machine Music (1975). Non so se mi spiego. Solo così sono potuto resuscitare e tornare a essere libero, senza che nessuno potesse controllarmi. C’è questa malsana tendenza, quando le cose hanno successo, a duplicarle, a ripetere la stessa formula solo perché la formula ha funzionato una volta. Ma questo era esattamente quello che volevo evitare, perché una formula può anche essere una trappola. Non dal punto di vista economico, ma creativo. È incredibile come Metal Machine Music sia diventato uno dei più grandi dischi rock di tutti i tempi, nonostante sia un album pieno di distorsioni. Arrivato a quel punto, dove puoi spingerti ancora? È come intraprendere un viaggio nello spazio dove nessuno si è mai avventurato prima di te. Con Drive ho cercato di raggiungere il punto più alto della ferocia maschile, della violenza maschile. Così, con Solo Dio perdona ho potuto spostarmi agli antipodi e realizzare un film tutto incentrato su un personaggio demascolinizzato, che regredisce fino a tornare nel ventre di sua madre. Esattamente l’opposto. Mentre il protagonista, che è il tenente e possiede lo stesso dna di Driver e One Eye, è una sorta di entità divina. Una volta raccontato anche questo terzo personaggio maschile, e dopo tre film, si è spento il mio interesse a spingermi oltre. In maniera velata, però, Julian è un personaggio in cui mi identifico molto, come un alter ego – di nuovo. Per svariate ragioni personali siamo molto simili. È stato però il suo strisciare alla ricerca del ventre di sua madre il vero punto di partenza per il mio salto verso un altro contesto, verso un film su qualcosa intorno a cui ho sempre fantasticato: immedesimarsi in una bella ragazza. Così sono nati la protagonista di The Neon Demon, Jesse, e un film incentrato su una ragazza bellissima. Perché, sai, io non sono nato bello. Ho una moglie che è nata molto bella, ho due bambine che sono molto belle, ma io non sono nato bello. Per cui posso solo fantasticarci su. È proprio questo il potere della creatività, che funge da tuo specchio inconscio. Il mio è un film sull’ossessione della bellezza, che non fa altro che aumentare mentre la sua durata si riduce progressivamente. Quanto può resistere, visto che è sempre più breve? In più c’è l’ansia della giovinezza. In pratica volevo fare un film per i teenager che parlasse di cosa succede quando queste tre considerazioni si influenzano o si rimpallano a vicenda. È così che ho trovato l’ispirazione per The Neon Demon.

Per tutto questo tempo si è speculato molto sul fatto che The Neon Demon potesse essere una rivisitazione in chiave moderna della storia della contessa Erzsebét Báthory, il che in un certo senso è vero, anche se al posto del vampirismo ti sei concentrato sul cannibalismo…

Certo, perché ha a che fare con il consumo. Una cosa è la bellezza del vampiro eternamente giovane, la vita eterna. Io, invece, trovo molto più interessante l’idea della vita che si consuma. Mi fa più paura. Perché, alla fine, non è molto sessuale. Uno dei nostri peggiori incubi è di essere consumati, che è tutto fuorché erotico. E questo era importante perché crea un contrasto, in un film che, allo stesso tempo, ha una sensualità molto spiccata. Tratta di donne bellissime che emanano sex appeal. Mentre quello che non è per niente erotico è ovviamente l’idea del consumo.

Una volta dicevi che l’arte è un atto di violenza e che la violenza è una forma d’arte. Ora, invece, guardando The Neon Demon viene da chiedersi: cos’è il sesso per te?

Ora è la volgarità del consumo che viene sessualizzata, perché è tutto così bello da guardare.

Parlando di consumo, dimmi qualcosa del personaggio di Jena Malone. È una make-up artist circondata dalla bellezza, ma non riesce a essere soddisfatta dalla bellezza delle ragazze con cui lavora, tanto che alla fine l’unico modo per sentirsi sessualmente e sensualmente appagata è compiere un atto di necrofilia.

C’è qualcosa di molto simile alla bellezza nella morte, e per me quando la bellezza diventa artificiale equivale a morte. Il personaggio di Jena Malone, che è la vera protagonista o l’antagonista di Jesse, dipende da come la si vuole guardare, è una strega, è pazza. Quando nel finale arriva la luna piena lei ha le mestruazioni. È quello che succederebbe a una strega. Il ciclo rappresenta il significato più nascosto del suo consumo di bellezza, che è qualcosa che non può avere e va consumato. La necrofilia ha a che fare con la paura del rifiuto, essenzialmente. E lei viene rifiutata da qualcosa che considera bello. Questo è molto umano e in un certo senso la rende più vulnerabile, più intrigante, la sua soddisfazione di bellezza è la morte. C’è qualcosa di molto pericoloso nella bellezza.

Lavorando sull’aspetto visivo con Natasha Braier e il tuo scenografo ti sei servito o sei stato influenzato dallo stile cromatico di Suspiria (1977) e Inferno (1980)?

Amo moltissimo Suspiria e per varie ragioni, la principale è che è il film incocainato per eccellenza. È malatissimo e questo lo rende molto interessante.

Anche la struttura narrativa, con Jesse che arriva da un altro mondo e si ritrova…

Sì, certo. L’idea della vergine che entra in un mondo di peccato è la più classica delle strutture fiabesche.

A un certo punto si dice che Jesse possiede una “cosa”, in termini di bellezza, che la rende così potente. Che cos’è questa “cosa”, che hai trovato in Elle Fanning?

Elle Fanning ha un modo di recitare che la rende unica come attrice. Proprio come Ryan Gosling. È qualcosa di indefinito. Come se fossero stati toccati da Dio e questo gli avesse trasmesso loro questo quid impossibile da definire.

Da dove arriva la citazione pronunciata da Alessandro Nivola nella scena del ristorante?

[Ride] In realtà sono io che improvviso un dialogo [continua a ridere]. Rappresenta tutto ciò che c’è di “politicamente scorretto”. Quello che la maggior parte della gente non oserebbe dire, ma tutti capiscono.

In questo universo dominato dalle donne è come se i pochi personaggi maschili presenti incarnassero ciascuno una parte di te. C’è Desmond Herrington, il fotografo, che rappresenta la tua natura di regista. Karl Glusman invece è l’amante appassionato, un po’ naïf. Proprio come Jesse appena sbarcata a Hollywood, prima che capisca le regole del gioco e diventi consapevole delle false promesse che la circondano.

Corretto al 100%.

Articola un po’ di più.

Non serve perché sono d’accordo su tutto [ride]. Credo tu l’abbia colto soprattutto perché ci conosciamo bene, però hai ragione.

Ho notato la ricorrenza con cui nei tuoi film fai morire certi personaggi squarciando loro il petto. Da Valhalla Rising Solo Dio perdona e adesso anche The Neon Demon

Non so se ci sia un significato recondito, certo è che lo stomaco si presta a numerose interpretazioni, fisicamente. È una parte molto sensibile dell’anatomia umana e in qualche modo tiene tutto insieme.

Che mi dici della scena totalmente inaspettata del puma nella stanza di Jesse?

Qualcuno potrebbe dire che sia una citazione dal Il bacio della pantera del mio amico Paul Schrader (1982), altri che rappresenti uno dei pilastri su cui si regge Los Angeles, cioè l’ignoto…

So che, nonostante la collaborazione di due sceneggiatrici in fase di scrittura, alla fine hai lavorato praticamente senza copione durante le riprese.

Come sempre.

Ma rispetto ad altri film che hai fatto? Perché a livello di scansione narrativa pare un po’ più lineare.

Sì, penso di aver creato una forma di racconto molto più lineare. Un po’ come in Il mago di Oz (1939). Tutto avviene perché Jesse deve incontrare il suo “mago”. La semplificazione è diventata la forza del film.

Ai tempi di Drive mi dicesti che non eri così addentro alla scena musicale, tanto che ti lasciasti ispirare dalla tracklist dell’iPod di Matthew Newman. Ora invece, grazie alla tua collaborazione con Cliff Martinez, la componente musicale è diventata importantissima. E in The Neon Demon la colonna sonora è incredibile. Mi racconti qualcosa del sodalizio con Martinez?

Fino a Drive non avevo mai fatto un film con un vero e proprio compositore di colonne sonore. Peter Peter, con cui ho lavorato fino a Valhalla Rising, è piuttosto un sound designer. Drive, di cui ho scelto cinque canzoni, è il mio primo film con una vera e propria soundtrack. Amo la musica elettronica e uso sempre i Kraftwerk come fonte di ispirazione per la costruzione dei miei film. Li ascolto dall’inizio alla fine, dalla preparazione alle riprese. Il mio incontro con Cliff ha dato origine a un linguaggio comune tutto nostro, che da Drive in avanti è diventato la componente strumentale dei miei film. Sia per Solo Dio perdona che per The Neon Demon gli ho fatto leggere la sceneggiatura prima che fosse finita, gli ho raccontato l’idea prima di averla messa per iscritto. Oggi mi fido molto di lui, a molti livelli creativi.

Perché hai scelto Natasha Braier per la fotografia?

Un po’ perché ero rimasto sbalordito dal suo lavoro per Swimmer (2012), un corto di Lynne Ramsay – ragione per me già sufficiente – un po’ perché non avevo molti soldi. Inoltre, è una donna e istintivamente ho pensato che fosse l’ideale per il mio film, come infatti si è rivelata. Senti, ora devo assolutamente fare una cosa. Lascia che ti richiami, così finiamo la chiacchierata.

QUATTRO ORE DOPO – TERZO E ULTIMO ATTO

MC: Ho notato che, benché The Neon Demon insceni un mondo quasi tutto al femminile, in qualche modo è l’uomo, raffigurato in molti modi, ad avere il potere su tutte queste donne. Non so se sei d’accordo, è come se…

NWR: Non credo si possa parlare di potere.

Ma gli uomini hanno il potere di dominarle. Le modelle sono soggiogate dal potere e dall’influenza del fotografo e del fashion designer. Alla fine, anche il giovane fotografo fa una bella figura quando decide di lasciare Elle Fanning.

Sì, però non lo sanno. Il punto è che non dominano, per il semplice fatto che le donne stanno lottando per qualcosa che va oltre l’uomo. Capisci? Puoi dominare solo se lo fai per una ragione che consiste nel soddisfare il fattore dominante. Questi uomini non dominano le donne in alcun modo. Si muovono in mezzo a loro, ma non hanno alcun controllo su di loro.

Magari non le controllano, ma è come se fossero dei deus ex machina.

Sì e no perché il loro potere è direttamente proporzionale a quello che le donne concedono loro. C’è una differenza sostanziale. Essere dominanti significa che qualcuno ha il pieno controllo su qualcun altro, in tutti gli aspetti. E questo non è il caso. Le donne permettono un certo potere su di loro, ma solo sotto il loro controllo perché sono esse stesse a definire, essenzialmente, gli standard di quello che stanno cercando.

Come la mettiamo col personaggio di Keanu Reeves?

È un predatore, nella sua essenza più pura, eppure nonostante questo non domina. È diverso. Un predatore non è mosso dall’istinto di dominare. Il suo movimento ha a che fare semmai con la paura di essere essenzialmente violentati, di essere sopraffatti con la forza.

Però, ora della fine, nessuno di questi uomini è…

Nessuno di loro è vittima perché il film non è su di loro. Fondamentalmente sono insignificanti ai fini della storia, perché il problema su cui riflette il film va oltre la sfera maschile. Non ha niente a che vedere con gli uomini. Ecco perché nessuno di loro domina alcunché. È conferito loro un certo potere, ma non lo controllano.

Ok, mi hai convinto. Prima abbiamo parlato di Cliff Martinez, ora, invece, vorrei affrontare la tua collaborazione con Matthew Newman e il significato che ha per te circondarti di persone di fiducia. Cosa, per esempio, li rende unici e cosa, nel loro lavoro, si sposa così bene con le tue esigenze creative?

Questa è una domanda a cui mi è un po’ difficile rispondere. Matt Newman è una componente molto integrata del processo. È l’unico che segue attentamente ogni fase dall’inizio alla fine. Poi c’è Cliff, ma Matt è al mio fianco per tutto il tempo fino a che il film non è mixato. Per cui è un elemento inscindibile del processo. Sia professionalmente che personalmente.

E Lene Børglum, la tua produttrice nonché socia in affari, con la quale hai fondato Space Rocket Nation?

Quello che è fantastico del rapporto con Lene è che so di essere in mani sicure, nel senso che tutto è in ordine con lei, e che io posso davvero manovrare e confrontarmi con le varie situazioni creative ed economiche con la certezza che tutto è sotto controllo da un punto di vista pratico. È una fortuna perché quando non è così, in un attimo tutto può colare a picco. C’è bisogno di molta praticità quando si fa un film.

Capita mai che vi troviate in disaccordo tra le tue necessità creative e le sue esigenze di budget?

Il problema non sussiste perché sono io a stabilire il budget. Per esempio dico: «Ok, questo film dovrà costare tot milioni di dollari. Come li troviamo? Qual è il modo migliore per metterli insieme?». So come si realizza un film e non perdo tempo dietro a persone che mi dicono quanto dovrebbe costare. Mi piace capire che tipo di film voglio fare, sapendo quello che posso ottenere facilmente. Ciò detto, ci sono tanti altri aspetti produttivi che devono funzionare alla perfezione ed è allora che Lene entra in gioco. È una partner importantissima, un pezzo del puzzle. Il pezzo fondamentale del puzzle: è lei che fa sì che tutto stia insieme.

L’ultima domanda che vorrei farti riguarda i progetti che esulano dal fare cinema: il libro che hai scritto, la collana discografica di colonne sonore che segui negli Stati Uniti, per non parlare della supervisione al restauro di vecchi film cult.

Diciamo che quando non lavoro mi piace inventarmi degli pseudo-lavori [ride]. Per esempio fare The Act of Seeing (2015), il libro sui poster, mi è piaciuto tantissimo, tanto che sto lavorando a un altro paio di progetti editoriali interessanti.

Hanno sempre a che fare con i poster?

Tutt’altro. Sto producendo il libro di Manlio Gomarasca su Joe D’Amato. Poi mi piace curare la mia collana discografica, e altri progetti simili, perché non c’è pressione nel farli e in più è rilassante. Richiedono meno tempo, per cui riesci a divertirti sempre.

Bene, per me abbiamo finito.

Ottimo. Ma ora dimmi, come ti è sembrato il film?

Mi è piaciuto molto, anche perché non avevo proprio idea che cosa aspettarmi. Sono rimasto piacevolmente sbalordito. Però, non appena è finito e sono uscito dalla sala, mi son detto: «Ok, adesso ho bisogno di tempo per capire quello che ho visto». Dopodiché ho pensato che sia fosse un’opera molto “estetica”. All’inizio avrebbe potuto essere anche una critica, ma poi ho cercato di inquadrarlo all’interno della tua filmografia e mi sono reso conto di quanto tu stia progredendo in termini artistici e creativi. Detto questo, permettimi di dirti che il tuo film migliore, a oggi, rimane Valhalla Rising.

[Ride] Sì, è un grande film. La questione, riguardo The Neon Demon e tutto il resto, è che non ci sono film paragonabili.

Sì, è vero, è un film unico nel suo genere.

Proprio così, e secondo me questa è la sola cosa che bisogna riconoscere. Che poi piaccia o no è assolutamente irrilevante, perché non c’è niente di simile.

Sono d’accordo. Ho molto apprezzato il modo in cui ti sei addentrato nel mondo femminile, come hai gestito tutti i riferimenti alla sessualità, la tensione erotica che si crea lentamente tra i personaggi, una cosa non scontata specie in film diretti da uomini. È abbastanza sbalorditivo come sei riuscito a lavorare con queste donne. Mi è piaciuto molto il finale. Forse, ecco, un po’ più di azione nella parte centrale non avrebbe guastato…

Cosa intendi per azione? Scene di lotta?

No, intendo, banalmente, cose che succedono a livello narrativo…

Sì, ma non ti dimenticare che tutto deve essere costruito in vista di una climax. Quindi è tutta una questione di trattenere, o, se vuoi, trasmettere un altro tipo di azione. Per esempio, il momento della sfilata di moda è pieno di azione, anche se si tratta di una forma diversa di azione. Tutto, nel film, diventa metafisico fino a che non esplode. Ecco perché la sua semplicità intrinseca è anche la sua forza, perché è ciò che fa sì che uno non possa dare nulla per scontato. La questione della creatività ha a che fare con le aspettative che derivano dal modo in cui è fatta la maggior parte dei film, e il modo in cui la gente interpreta questi film. Se vai contro queste cose ti senti automaticamente fuori posto. Ma il fatto di essere fuori posto è ciò che fa funzionare il tutto. Per cui il tuo punto di vista ha senso, ma qui la questione si fa più complicata.

Non fraintendermi, se ti parlo così è solo perché provo a mettermi nei panni di uno spettatore qualsiasi. Mi sembra che, per certi versi, The Neon Demon possa accostarsi a un film come Drive, ma allo stesso tempo prenda le distanze e sia più imprevedibile, come lo erano Solo Dio perdona o Valhalla Rising. Per cui la mia perplessità ha a che fare con l’impossibilità di prevedere quale potrà essere la reazione da parte del pubblico.

È proprio questo che rende tutto così interessante. Della maggior parte dei film si può dire facilmente: «Sì, questo piacerà», oppure «No, questo non piacerà». Ma questo è un film completamente soggettivo. Quello che penso è che più giovani saranno gli spettatori e più forte per loro sarà l’esperienza. Che è un po’ la stessa cosa che accadde con Drive. Più erano giovani gli spettatori e più entrava a far parte della loro identità. In fondo, non è altro che un film horror per teenager ed è su questo che ha deciso di fare leva la distribuzione.

Però, non puoi negarlo anche perché il documentario di tua moglie Liv è lì a testimoniarlo, sei rimasto molto scottato dopo la proiezione di Solo Dio perdona.

Non ero scottato, semmai perplesso. C’è una bella differenza. Poi ovvio che sia rimasto deluso, ma per non aver vinto la Palma d’Oro! Perché, diciamolo, molti degli altri film erano imbarazzanti.

Ma al di là del premio, voglio dire…

Io dico che se quel premio volesse davvero rappresentare il futuro, allora sarebbe dovuto andare a Solo Dio perdona. È un film di cui si parla ancora, mentre molti altri lavori passati ai festival, tra cui Cannes, vengono dimenticati velocemente. In secondo luogo non ci sono rimasto male, ma certe reazioni estreme, il fatto che la gente potesse reagire in maniera così negativa nei miei riguardi mi hanno colpito. Ricordo che ero seduto in barca con Cliff Martinez, a Cannes, due giorni dopo la proiezione, e parlavamo proprio di questa ferocia. Lui mi ha detto: «È così che va, ora sei come i Sex Pistols, perché da una parte sei tutto ciò che vogliono, dall’altra rappresenti anche tutto quello di cui hanno paura». Sono andato contro le aspettative di coloro che avrebbero voluto da me un altro Drive, e questa era l’ultimissima cosa che avrei dovuto fare. Non sarebbe stato giusto. «E ora?» avrei detto. Però parlare in termini di delusione presupporrebbe che abbia fatto qualcosa di sbagliato, il che non è vero. Sì, ero perplesso, all’inizio, perché allo stesso tempo mi aspettavo la Palma d’Oro, mi aspettavo che più gente si genuflettesse ai miei piedi e mi dicesse: «Grazie, Dio, e poi?». Adesso, invece, mi rendo conto che la maggior parte delle persone: A) non erano pronte; B) non erano al corrente dei film che avevo fatto prima; C) volevano altro; D) essenzialmente, la maggior parte di chi scrive vuole storie convenzionali. In fondo non ci sono molti critici o sceneggiatori come te, con gusti sofisticati e la capacità di comprendere certe opere. Le persone vogliono fondamentalmente qualcosa che sia normale, pulito, carino e accessibile così che possano mettere velocemente quattro, tre, cinque stelline, senza il bisogno di dovere andare oltre.

Ma infatti il problema è il pubblico, che si aspettava qualcosa, non tu. O meglio, quel particolare tipo di pubblico che aveva amato Drive e, forse, te, per la prima volta.

Esatto, volevano altro. Il dato interessante è che chi ha apprezzato Solo Dio perdona lo ha amato alla follia, quasi con venerazione. Chi invece l’ha detestato l’ha detestato all’estremo. In fin dei conti, però, la cosa ha poca rilevanza, perché ciò che conta è che il film abbia incassato. Secondo me bisognerebbe continuare a sfidare il linguaggio cinematografico e il pubblico, su cui non esercitiamo alcuna funzione. Ecco perché trovo ironico il fatto che si sia soliti definire l’arte bella o brutta, come si potrebbe fare con un piatto di pasta: «Com’è la tua pasta? Bella o brutta? Scotta o al dente?». Se l’arte sia bella o brutta è irrilevante, l’importante è che lasci il segno. Questo è ciò che importa, a me.

Sono d’accordo. Tuttavia, dopo la lezione di Solo Dio perdona, con The Neon Demon non lasciarti condizionare dai commenti, negativi o positivi che siano, perché con questo film sei tornato a essere te stesso prima di Drive. Drive lo considero un film perfetto, in quanto rappresenta il perfetto equilibrio tra il tuo stile personale, sia visivo che narrativo, e le esigenze di una commissione. È un ottimo compendio di questi due aspetti. E con questo ho perso il filo del discorso… [NWR ride] Se devo muovere una critica a Solo Dio perdona, secondo me Ryan Gosling era fuori parte, non si prestava in quel contesto.

Non sono d’accordo, secondo me ci stava benissimo: se avessi usato un attore sconosciuto sarebbe stato come dire «Ok, va bene», ma avere un attore come Ryan Gosling e vederlo sottostare a tutto quello che gli succede… La percezione generale era di un film difficile da vendere, tutti pensavano che sarebbe stato un nuovo Driver, mentre era un personaggio completamente diverso. Il fatto che ci fosse lui, invece… Questo è un aspetto che riguarda me, in quanto regista, che giro un film di questo tipo con un attore della sua levatura. È una cosa senza precedenti. Non c’è in circolazione un altro film come Solo Dio perdona, con una star di quel calibro. Quello che succederà adesso con The Neon Demon, chi lo sa. Certo è che nessuno ha la più pallida idea di quello che vedrà a Cannes. Pensano di saperlo, speculano su quello che pensano di sapere, ma, in fondo, penso che nessuno sappia veramente quello che andrà a vedere. Per molte persone sarà un film che fa paura, per altri sarà eccitante, ma, dal punto di vista della forma artistica, è esattamente ciò che dovrebbe essere, secondo me.

Non c’è ombra di dubbio che sia un’opera artistica.

Io e Sean Penn verremo proiettati lo stesso giorno. Il film di Penn il 20 maggio alle 19, il mio alle 22. Abbiamo ottenuto perfino lo slot migliore. Con Sean sai già cosa aspettarti, potresti scrivere la recensione senza neanche averlo visto. Non dico mica che sia un brutto film, non l’ho nemmeno visto, dico solo che sai cosa aspettarti. E dal mio punto di vista questo non è abbastanza. È un film facile per i critici e il pubblico medio, perché manca l’incertezza. Non devi per forza avere un’opinione al riguardo, puoi riassumerlo rapidamente. Non devi prendere una posizione, non devi andarci contro. Però, la gente si è dimenticata che anche Drive non è stato accolto favorevolmente all’unanimità. Negli Stati Uniti è stato recensito mediocremente, dal «New York Times», dall’«L.A. Times», alcuni dei più influenti opinionisti hanno espresso la loro voce contro il film dicendo che era lento, che sembrava un film europeo, che non gradivano la musica, che non c’erano storia, dialoghi e bla-bla-bla. Tutta la generazione della controcultura invece si è fatta portavoce del film. Per cui, per forza di cose quando è arrivato Solo Dio perdona la gente che aveva accolto Drive così così non poteva che odiarlo, era facile farlo. Quello che, però, hanno mancato o non hanno voluto cogliere è che non si poteva criticare il film in quanto aveva una sua identità. Per quanto l’abbiano boicottato e abbiano cercato di seppellirlo, scrivendo pessime recensioni e trattandolo come un disastro, continua a saltar fuori. E ora, ironia della sorte, nessuno dei generalisti del mondo giornalistico, chiaramente, ha la benché minima idea di cosa lo aspetta. Si divideranno, o almeno lo spero, perché altrimenti [ride] «Cosa diavolo sta succedendo?».

Sì, anche con The Neon Demon ci sarà questa divisione di opinioni sul film. Penso sia inevitabile.

Dev’essere così.

E visto che deve essere così, vuol dire che sarà in ogni caso un successo perché significa che avrai ottenuto quello che stai cercando. Anche se forse, da un punto di vista puramente commerciale, sarebbe meglio se tutti ne parlassero con toni positivi…

Assolutamente.

Ma dal punto di vista del tuo essere un regista capace di provocare, di toccare certe corde emotive e avvicinare o allontanare un certo tipo di spettatore è comunque buona cosa.

Dal punto di vista della provocazione The Neon Demon ha tante frecce al suo arco, a cominciare dal personaggio di Nivola quando dice: «Se non sei nata bella, non lo sarai mai». È una frase che ho concepito mentre stavo improvvisando sui dialoghi che avevo scritto. Intendevo sottolineare questa terribile, terribile situazione con cui siamo sempre costretti a confrontarci, dal momento che, con la rivoluzione digitale, tutto è diventato bello, e raggiungibile nella sua bellezza. Stiamo parlando tra di noi, ma sarebbe interessante vedere quanto le persone finirebbero col sentirsi provocate, come reagirebbero a questa provocazione. Si arrabbierebbero? Ne sarebbero contente? Scioccate, forse? E come dici tu ci saranno molte opinioni diverse. Certo è che più la gente sarà positiva nei riguardi del film più si formerà un pubblico intorno a esso. È quello che mi preme, anche se, allo stesso tempo, ormai ho un seguito abbastanza fedele in giro per il mondo, il che vuol dire che, economicamente parlando, andrà bene in ogni caso. Ma mi è concesso andare oltre le aspettative?

Sì, ma andare oltre queste aspettative è…

Un po’ come è successo con Drive. Se Drive non fosse andato a Cannes, ma fosse semplicemente uscito nelle sale – conosco gli Stati Uniti e non sono come sembrano – adesso non sarei dove sono. Ci sono molti fattori diversi che hanno giocato a mio favore. Sto semplicemente cercando di trarne vantaggio.

Ma se vuoi fare un altro film come Drive, se questa è la tua ambizione…

No, perché non sarebbe possibile fare un altro film come Drive, sarebbe come imprigionare la luce in una bottiglia. Non mi sogno neanche di provare a ripeterlo.

Dipende da quanto vuoi costruire la tua carriera personale di regista unico in quello che fa oppure puoi accettare di essere controbilanciato da altri agenti parte del processo.

Non sono il tipo che si lascia controbilanciare.

Lo so, lo so.

Io faccio solo i film che voglio fare.

 Ed è uno dei motivi per cui ti ammiro. In ogni caso, penso che, se anche a qualcuno non dovessero piacere i tuoi film, tanto di cappello, perché in questo modo hai la possibilità di essere più provocatorio. Un po’ come Lars von Trier, anche se so che il paragone, nel tuo caso, non è molto calzante.

Al di là di tutto, sarà molto interessante vedere cosa succederà, perché il mio film è più rivolto ai giovani. Penso di rivolgermi meglio alle generazioni giovani.

 Giovani generazioni che siano di larghe vedute, però. Certamente, non tutti i film che uno fa riescono bene allo stesso modo. Ma allo stesso tempo ritengo che tu stia portando avanti un processo artistico veramente interessante. Di recente ho visto il tuo ultimo lavoro per Hennessy X. O e l’ho trovato straordinario.

Oh grazie, quello è stato un bell’azzardo per una pubblicità. Ma il merito è anche di Hennessy che mi ha dato carta bianca. Mi è andata proprio bene in quel caso.

 Nicolas, non mi rimane che salutarti e augurarti in bocca al lupo per Cannes. Grazie per la disponibilità.

Ciao Marco, a presto.

 

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