Il MAUSS e l’economia del dono

Stefano di Ludovico
L’altra faccia della moneta – Per una filosofia della sovranità politica e finanziaria n. 4/2013
Il MAUSS e l’economia del dono

Nel 1980 nasce in Francia, per iniziativa di un gruppo di economisti e sociologi tra cui spiccano i nomi di Alain Caillé e Serge Latouche, il MAUSS, Movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali, scuola di pensiero che, come suggerito esplicitamente anche dal nome adottato e dal relativo acronimo, intende richiamarsi, nei suoi propositi di rinnovamento dell’indagine socio-economica, al fondamentale insegnamento del grande antropologo Marcel Mauss, la cui opera, in particolare il celebre Saggio sul dono (1924-25), ha segnato una svolta nello studio delle società cosiddette primitive e nella ricerca antropologica in genere. In quel testo lo studioso francese evidenziava come l’atto del “dono”, articolato nel triplice obbligo di dare, ricevere e ricambiare, rappresenti il fondamento del legame sociale delle società arcaiche, dove esigenze ed intenti di natura essenzialmente relazionale e simbolica appaiono prioritari rispetto a finalità esclusivamente materiali ed economiche, pur in rapporto a contesti che in ogni caso assolvono pienamente la funzione di garantire il soddisfacimento dei bisogni primari della collettività (1).

L’obiettivo che il Movimento anti-utilitarista si è innanzi tutto prefissato è quello di valorizzare – riattualizzandola – la lezione di Mauss, a partire dalla carica innovatrice e per molti aspetti rivoluzionaria che presenta non solo in campo teorico, relativamente allo studio delle realtà “primitive” come della società in genere, ma anche in merito ai possibili risvolti nell’ambito della prassi e quindi alla possibilità di incidere operativamente sulla contemporaneità stessa. Non a caso uno dei fondatori, Serge Latouche, è anche il principale animatore del movimento della “decrescita”, uno dei più interessanti ed originali movimenti di critica al modello di sviluppo occidentale sorto negli ultimi anni e che, per molti versi, può essere visto come la trasposizione a livello di proposta “politica” di ciò che il MAUSS è andato elaborando sul piano più strettamente teorico (2).

Secondo il Movimento anti-utilitarista, il carattere dirompente dell’opera di Mauss non sempre è stato colto ed evidenziato dalla stessa tradizione di studi antropologici che pur di essa si dichiara erede, tradizione che il più delle volte non ha saputo liberarsi del peso se non del vero e proprio pregiudizio della mentalità moderna, quello di leggere ed interpretare il passato con le lenti del presente, attribuendo a contesti e civiltà “altre” i modi di pensare e di vedere tipici del tempo attuale. In base a quest’ottica anche il dono altro non rappresenterebbe che una delle tante modalità o varianti in cui lo scambio economico, il “mercato”, si è andato configurando nel corso della storia e che gli uomini hanno istituito per garantirsi il possesso dei beni materiali, in base a quella visione economicista ed utilitarista che per gli apologeti della modernità caratterizzerebbe e regolerebbe universalmente i rapporti umani.

È proprio il superamento di tale pregiudizio, che ha finito per distorcere e minimizzare anche il significato innovatore dell’opera di Mauss, a rappresentare il manifesto stesso del Movimento anti-utilitarista: restituendo alla lezione del grande antropologo francese la sua autentica valenza, è possibile mettere in discussione, nella loro complessità, i parametri sui quali continuano a fondarsi attualmente le scienze sociali – quelli secondo cui, in ultima analisi, sono sempre e soltanto gli interessi economici a muovere ed indirizzare le azioni umane – per un’intrapresa che, lungi dall’interessare le sole diatribe accademiche di pochi addetti ai lavori, va a sovvertire la comune Weltanschauung oggi dominante ed i modelli stessi di socialità che regolano l’odierno consorzio umano.

È dal pregiudizio economicistico tipico della modernità che quindi l’immaginario collettivo deve essere liberato, da quel “martello economico” che ci batte in testa – per usare una celebre espressione di Latouche – e non ci consente di vedere e valorizzare altra dimensione dell’esistenza umana che non sia quella relativa al soddisfacimento delle necessità e degli interessi materiali. Più che limitarsi a proporre un semplice modello economico alternativo a quello imperante da due secoli a questa parte, il MAUSS intende evidenziare come i consessi umani, sulla base di quanto dimostrato dallo studio delle società primitive fondate sul dono, possano basarsi su presupposti “altri”, non necessariamente economici ed utilitaristici, senza per questo eludere la necessità di soddisfare anche i bisogni primari dell’uomo; necessità che di fronte all’attuale crisi del modello di sviluppo occidentale, incapace di mantenere le sue stesse promesse di benessere illimitato, si dimostrano sempre più impellenti.

La riflessione del MAUSS muove dalla critica al cosiddetto “primo paradigma” delle scienze sociali, definito anche “individualismo metodologico”, che guida gran parte degli studi e delle analisi contemporanee: in base a tale criterio, erede della tradizione classica liberale e giustanuralista, la società è vista come una semplice giustapposizione di singoli individui, ciascuno volto al perseguimento del proprio interesse materiale, e l’uomo come mero homo oeconomicus, il cui agire è mosso esclusivamente dalla ricerca del massimo profitto secondo una logica di costi-benefici a partire dalla generale precarietà delle risorse disponibili. Ed è, questa, una visione considerata valida per ogni tempo e luogo, sorta di “archetipo” universale che rende intelligibile qualsivoglia contesto storico-sociale, sia la moderna economia di mercato siano le economie arcaiche e premoderne, dove lo stesso meccanismo del dono viene ricompreso all’interno della logica dell’interesse e dello scambio volto al perseguimento di un utile materiale. E poiché ad ogni teoria che si rispetti si affianca sempre una prassi conseguente, il paradigma “individualistico” da semplice parametro di ricerca diventa criterio stesso per l’azione, norma di riferimento delle condotte umane e sociali, prescrivendo ed esaltando politiche volte a valorizzare la competizione e il perseguimento dell’utile personale, da cui, grazie al prodigioso quanto ineffabile intervento della “mano invisibile”, scaturiranno poi l’utile ed il benessere collettivi. Se l’homo oeconomicus spiega l’intera realtà storica e sociale, a tale modello è bene che ciascun soggetto si ispiri e si adegui per il buon funzionamento e la prosperità dell’intera società. Ed è per questo che, come detto, la riflessione del MAUSS, mettendo in discussione i parametri teorici delle odierne scienze sociali, è indirizzata altresì a delineare nuovi modelli di interazione umana e di azione politica che si presentino come alternativi a quelli oggi dominanti, in nome di una diversa visione dell’uomo e della società.

Tale persuasione trova il suo fondamento in un nuovo paradigma, quello del dono, che come può offrire nuovi e più adeguati parametri di lettura del fatto sociale, così può stimolare altre forme di prassi stessa. Imperniata com’è sul reciproco obbligo di dare, ricevere e ricambiare, questa dinamica inserisce gli individui in una rete di relazioni stabile e vincolante che prescinde da interessi e vantaggi materiali, quanto meno diretti ed immediati. È la stessa antropologia economicista sottesa all’individualismo ad essere messa in crisi: come già le analisi di Mauss avevano evidenziato in relazione alle società primitive – e il discorso potrebbe estendersi alle economie dell’India antica come del feudalesimo europeo, anch’esse assimilabili a tale sistema – attraverso il dono i membri di una data comunità non si scambiano propriamente beni materiali, bensì, innanzi tutto, “beni simbolici”; ovvero non sono mossi dalla ricerca della mera utilità economica, ma dalla volontà di fissare relazioni, il cui mantenimento dà sostanza concreta a quei valori etici, politici e religiosi che reggono quella data comunità e di cui lo scambio di beni materiali rappresenta soltanto lo strumento.

Quello che la sociologia radicata all’immagine dell’homo oeconomicus non riesce a vedere è proprio questo: nel dono il primus, ovvero il fine dell’agire sociale, è la relazione – e con essa i valori simbolici che questa vivifica – costituendo il bene materiale oggetto dello scambio solo un mezzo, un medium per il legame sociale. In considerazione di ciò, il dono è sì un meccanismo che garantisce il soddisfacimento di bisogni materiali, instaurando quindi un legame di tipo economico, ma all’interno di un contesto che è innanzi tutto relazionale e si presenta come sovraordinato a quello.

Allo stesso tempo, se è innegabile che dietro il desiderio di donare vi sia un “interesse”, in questo caso si tratta però dell’intenzione di stabilire o rinsaldare un legame, una relazione, e non ad ottenere un’utilità o un vantaggio economico come vuole la logica mercantilistica. Ed essendo la relazione un bisogno connaturato all’uomo, attraverso il dono questa viene sentita come un qualcosa di “buono” in sé, di “disinteressato”, e non quale strumento utile al conseguimento di qualcos’altro, ovvero il bene o il guadagno materiale, come pretende il paradigma individualistico. Con tutta evidenza, l’equivoco in cui esso cade nel collocare anche il dono all’interno dell’ottica utilitaristica dipende in ultima istanza dalla “ragione strumentale” che guida le analisi dei suoi esponenti, espressione di quella “logica dell’avere” tipica della modernità che altra dimensione dell’agire umano non sa concepire se non quella di natura pragmatica. In alternativa, il MAUSS intende recuperare invece “la logica dell’essere” e della “ragione finalistica”, secondo cui a caratterizzare l’essere umano è anche e soprattutto l’agire fine a se stesso, motivato da valori riconosciuti come beni in sé, indipendentemente da ogni secondo fine o interesse.

Parlare di azioni fini a se stesse o di atti disinteressati non ci deve però far cadere nell’equivoco opposto, ovvero di considerare quella del MAUSS come una prospettiva di tipo moralistico o caritatevole, da contrapporre alla presunta “immoralità” della logica di mercato, quasi che il dono si risolvesse in un gesto altruistico da far valere contro l’“egoismo” del sistema liberistico. Cadere in questo equivoco significherebbe avere una visione del dono alquanto astratta ed irenistica, improponibile sia in ambito di ricerca sia in prospettiva politica, fino a confonderlo con quella che più propriamente sarebbe opportuno chiamare “donazione”, ovvero l’atto di amore gratuito ed incondizionato che nulla attende in cambio. In tal caso però ci troveremmo appunto in ambito puramente etico se non addirittura religioso, mentre l’orizzonte socio-politico nel quale il MAUSS intende collocarsi vede nel dono un atto che presuppone di per sé la reciprocità, quindi l’aspettativa di accettazione e di contraccambio, sempre che questa, come sottolineato, sia intesa nella sua valenza sociale e simbolica e non meramente economica e materiale.

Ciò che quindi agli esponenti del MAUSS preme soprattutto sottolineare è che solo ad una visione riduttiva e superficiale il meccanismo del dono può apparire come una variante dello scambio utilitaristico o, per contro, una sorta di pratica di beneficenza – in ogni caso, un mero sistema di distribuzione economica più o meno alternativo a quello di mercato. Il dono instaura in realtà una relazione di cui la dimensione economica è solo uno degli aspetti conseguenti, per ciò stesso subordinati e vincolati a quelli di altra natura, in tal modo capovolgendo ciò che avviene nella moderna società di mercato, dove al contrario sono i rapporti economici a fondare quelli umani. In una società incentrata sul dono sono le relazioni tra le persone ad essere privilegiate rispetto a quelle tra le persone e le cose, secondo quanto aveva già evidenziato un altro eminente antropologo francese “controcorrente”, allievo diretto di Marcel Mauss, Louis Dumont, in merito alla contrapposizione tra società tradizionale e società moderna, in cui l’economia, resasi progressivamente autonoma da ogni ordinamento sociale, politico e religioso, ha finito per fagocitare questi ultimi mercificando ogni aspetto della vita (3).

In tal senso la riflessione del MAUSS ci riporta alla lezione del grande economista “eretico” e in parte ancor oggi misconosciuto Karl Polanyi, il quale nelle sue opere aveva non a caso collocato le economie premoderne fondate sul dono tra quelle in cui la sfera economica era embedded, vale a dire “inserita” nella società, ovvero nelle sue istituzioni come nel suo immaginario “simbolico”, fino a confondersi con essa ed a rendersi quasi irriconoscibile, anziché incorporare in sé tutte le altre istituzioni come accade con l’economia di mercato propria del mondo moderno (4). Polanyi spiegava così un fenomeno a prima vista incomprensibile agli occhi dell’uomo contemporaneo, intriso del pregiudizio economicistico: non solo le società premoderne hanno sempre collocato l’economia all’ultimo posto della loro scala di valori, ma, essendo questa intrecciata e confusa con le altre dimensioni dell’esistenza, risultava impossibile per quelle società concepirla come una disciplina autonoma; per cui, se per altri rami del sapere le civiltà del passato ci hanno lasciato grandiose testimonianze del loro genio, per la nascita della “scienza economica” come oggi la intendiamo dobbiamo aspettare Adam Smith, ovvero l’Inghilterra del Settecento (5), dove l’economia di mercato ha conosciuto il suo primo trionfo!

La rivoluzionaria logica del dono permette altresì di superare le incongruenze ed i limiti insiti nell’altro modello spesso adottato dalle scienze sociali contemporanee in alternativa a quello individualistico dominante, il cosiddetto paradigma “olistico” o “secondo paradigma”, che invece di erigere il singolo e la sua utilità a strumenti euristici del fatto sociale, pone l’accento, secondo una logica opposta ma per molti versi speculare alla prima, sull’organismo, sul tutto anziché sulle parti, essendo il primo a determinare e condizionare l’azione e l’immaginario delle seconde. È una prospettiva, questa, che trova il suo risvolto “politico” negli orientamenti statalisti e dirigisti di scuola socialista, che svalorizzano la libera iniziativa del singolo a favore di un più decisivo intervento pubblico, in opposizione alla prassi liberista che, come sottolineato, trova invece il suo riferimento ideologico nel paradigma individualistico. E come quest’ultimo arriva a ricomprendere anche il dono all’interno della logica utilitarista, quello olistico – non sfuggendo da par suo alla tendenza “totalizzante” propria della modernità di leggere qualsiasi fenomeno tramite le sue particolari lenti – vede in esso null’altro che il riprodursi a livello dei singoli di meccanismi redistributivi decisi e dettati dall’alto, negando così agli atti del dare, ricevere e ricambiare ogni valenza autonoma e considerandolo alla stregua di semplici comportamenti rituali e consuetudinari, ai quali del resto per una simile prospettiva qualsivoglia azione individuale si ritrova ad essere ridotta.

Il MAUSS, al contrario, intende sottolineare proprio il carattere libero e spontaneo del dono, quale espressione dell’autonoma e consapevole determinazione dei diversi soggetti coinvolti nello scambio: il legame sociale che esso va ad instaurare vincola sì gli individui, ma non in base a modelli e sistemi preordinati, bensì a schemi e forme di interazione dove le preferenze, le scelte di ciascuno, nonché l’imprevisto e l’insolito, svolgono gioco forza un ruolo essenziale e decisivo. Pur consapevoli del peso importante che la consuetudine, e quindi il contesto oggettivo, rivestono nell’ambito delle società tradizionali, gli esponenti del MAUSS tendono ad evidenziare le potenzialità libertarie del donare, senza che queste vadano però a confondersi con l’individualismo proprio alla logica di mercato, esaltando parallelamente la sua chiara dimensione comunitaria.

Il dono, paradossalmente, può essere considerato al tempo stesso obbligato e libero: obbligato, perché sono pur sempre i valori ed i principi che regolano quella data comunità a fissare il significato che esso assume per i suoi membri; libero, perché non vi è alcuna garanzia certa in merito all’aspettativa che in esso si ripone, se non la scommessa sulla fiducia e la lealtà della controparte, da conquistare e rinnovare continuamente.

Esaltando la sua peculiarità sia rispetto al modello individualistico sia a quello olistico, il MAUSS ha buon gioco così nel definire il dono come “terzo paradigma”, il quale, più che presentarsi come alternativo ai primi due, li supera dialetticamente, valorizzando la libertà del singolo e la coesione sociale, secondo una logica di “rete”che, basandosi sugli obblighi reciproci che i singoli liberamente assumono, supera le istanze unilaterali – l’esasperato individualismo, il rigido dirigismo – proprie degli altri due.

Partendo da tali presupposti questo modus vivendi può offrire tutta una serie di risposte anche politiche agli urgenti problemi dei nostri tempi, di fronte alla crisi in cui i tradizionali approcci sia liberisti sia assistenzialisti sembrano fatalmente versare. E che il dono riporti per sua stessa natura ad una logica eminentemente politica lo dimostra proprio la dimensione “comunitaria” che esso instaura attraverso la mediazione tra singolo e collettività che si viene a realizzare. Per usare le celebri metafore schmittiane, esso, basandosi sulla fiducia e quindi sull’“alleanza” che ciascuno ha deciso di contrarre con l’altro, permette di discriminare tra “amico” e “nemico”, riportandoci all’essenza stessa del “politico”. In altre parole, segna il passaggio dallo “stato di natura” – da una situazione “a-politica” – allo “stato civile”, quindi alla condizione specificatamente politica; passaggio che, nel suo essere medium sociale per eccellenza, esso riesce ad esplicare coerentemente di fronte alla miopia del “contrattualismo” di tradizione liberale, che pretende di fondare il fatto sociale su di un atto di semplice natura economica.

In tal senso la logica del dono si presenta altresì come espressamente “democratica”, se per democrazia si voglia intendere l’effettiva “partecipazione” della comunità dei cittadini al governo della cosa pubblica e quindi identificarla con il concetto originario stesso di “politica” quale politeía. Così, se il paradigma individualistico trova la forma corrispondente nella democrazia “rappresentativa”, dove governanti e governati sono legati da un rapporto puramente contrattuale come riflesso delle relazioni antagonistiche di tipo soltanto economico che vigono nella società, il dono favorisce forme di democrazia “partecipativa”, ovvero di comunità dove “tutti si danno a tutti”, dove ognuno “dona” se stesso agli altri, superando quella frattura tra “società politica” e “società civile” che oggi viene denunciata da più parti come uno dei mali principali degli Stati liberali, sempre più distanti dalle reali necessità dei cittadini ed incapaci di interpretarne adeguatamente gli effettivi bisogni di socialità e partecipazione.

D’altronde, pur in riferimento agli attuali contesti istituzionali, il modello partecipativo trova il suo naturale terreno di adozione proprio nell’ambito della società civile, nel mondo del cosiddetto “terzo settore”, ovvero dell’associazionismo e delle società no-profit che, come noto, di fronte alle difficoltà sempre maggiori che in merito incontrano sia il mercato sia l’intervento pubblico, assolvono oggi decisivi compiti di tutela dei diritti dei cittadini relativamente alla sfera materiale ma anche a quella sociale in genere. E la logica che ispira tale settore è proprio quella del dono, fondata com’è sulla mediazione tra le libere scelte dei suoi associati e l’interesse collettivo che essa va a soddisfare, superando così la prospettiva unilaterale e del mercato, che ha di vista solo la libertà individuale tramite la ricerca dell’utile personale, e dello Stato, che ha di mira solo l’interesse generale tramite la costrizione pubblica. Una società che voglia ispirarsi alla logica del dono è quindi una società che sa lasciarsi alle spalle la tradizionale querelle tra libero mercato o intervento pubblico e che di fronte alle sfide che il mondo oggi ci pone sa offrire nuove alternative, di natura appunto “associazionistica”, che invece di esaltare il “privato” o il “pubblico” li ricomprende entrambi in una visione di tipo “comunitarista”.

Così, scendendo nel campo della proposta politica più mirata, sono diverse le battaglie che da decenni ormai vedono impegnato il MAUSS come il movimento della “decrescita” e che, sempre sulla base di quell’ottica partecipativa e comunitaria che le ispira, riguardano in generale la messa in discussione delle politiche globaliste perseguite dalle istituzioni economiche internazionali (FMI, Banca Mondiale, WTO) a favore del ripristino di forme locali e decentrate di produzione e scambio, per arrivare nel particolare a proposte quali la riduzione dell’orario di lavoro o l’introduzione di un reddito minimo di cittadinanza (6). Sono battaglie che, al di là degli specifici ambiti e settori a cui si riferiscono, sono da ricollocarsi sempre all’interno dell’obiettivo di fondo, ben più ambizioso e decisivo, che il pensiero anti-utilitarista in ultima analisi persegue, ovvero quello di “decolonizzare l’immaginario” economicista dell’uomo moderno e di andare oltre l’“economia” stessa, perché l’uomo si riappropri della sua vera natura e – sempre per usare celebri “parole d’ordine” della “decrescita” – sappia pensare “altri mondi, altre menti, altrimenti” (7).

 

(1) Cfr. M. Mauss, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, Einaudi, Torino 1965.

(2) Per un’introduzione generale al pensiero del MAUSS, vedi soprattutto A. Caillé, Critica della ragione utilitaria, Bollati Boringhieri, Torino 1991 e S. Latouche, L’invenzione dell’economia, Bollati Boringhieri, Torino 2010; in relazione al movimento della “decrescita”, S. Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli, Milano 2007 e Breve trattato sulla decrescita, Bollati Boringhieri, Torino 2008. Sullo specifico tema del dono, vedi in particolare A. Caillé, Il terzo paradigma. Antropologia filosofica del dono, Bollati Boringhieri, Torino 1998.

(3) Di Luis Dumont (1911-1998) vedi soprattutto le due fondamentali opere Homo hierarchicus. Il sistema delle caste e le sue implicazioni, Adelphi, Milano 1991 e Homo Aequalis. Genesi e trionfo dell’ideologia economica, Adelphi, Milano 1984.

(4) Di Karl Polanyi (1886-1964) vedi in particolare La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974, La sussistenza dell’uomo: il ruolo dell’economia nelle società antiche, Einaudi, Torino 1977 e Economie primitive, arcaiche e moderne, Einaudi, Torino 1980.

(5) È in tal senso che Serge Latouche arriva a definire l’economia un’“invenzione” moderna, da cui il titolo della sua nota opera sopra richiamata L’invenzione dell’economia. Ovviamente ciò che era assente nelle civiltà premoderne era la concettualizzazione dell’economia, non certo l’economia stessa.

(6) Sulle concrete proposte politiche del MAUSS e del movimento della “decrescita”, oltre alle già citate opere, vedi anche S. Latouche, Come sopravvivere allo sviluppo. Dalla decolonizzazione dell’immaginario economico alla costruzione di una società alternativa, Bollati Boringhieri, Torino 2005 e Come si esce dalla società dei consumi, Bollati Boringhieri, Torino 2011.

(7) Queste “parole d’ordine” danno anche il titolo a due opere di Serge Latouche, per l’appunto Decolonizzare l’immaginario. Il pensiero creativo oltre l’economia dell’assurdo, EMI, Bologna 2004 e Altri mondi, altre menti, altrimenti. Oikonomia vernacolare e società conviviale, Rubbettino, Sovera Mannelli 2004.

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