Mircea Eliade e Giovanni Papini, una “corrispondenza” spirituale

Liviu Bordas
Il paradosso romeno – Eliade, Cioran e la «giovane generazione» n. 7/2014
Mircea Eliade e Giovanni Papini, una “corrispondenza” spirituale

L’ammirazione e l’interesse di Mircea Eliade nei confronti di Giovanni Papini sono ben noti, a partire da quando, da giovane, voleva attribuirsi l’epiteto di “papiniano” – molto più legittimo di quello “gidiano”, conferitogli più tardi. Le pagine che consacrò allo studioso fiorentino (dai saggi alle traduzioni, dalle rassegne letterarie alle interviste e memorie) potrebbero costituire un libro piuttosto interessante, al quale andrebbero poi aggiunte le rispettive lettere e dediche.

Per comprendere al meglio i rapporti tra i due, occorre inserire il loro dibattito nel contesto di quello che fu il “papinismo” della Romania interbellica, corrente che ebbe altri rappresentanti (tra cui George Călinescu ed Eugène Ionesco), il cui interesse fu tuttavia di breve durata. Eliade non fu il primo né l’ultimo tra i romeni ad aver preso contatto con il maestro fiorentino, come attestato dall’abbondante corrispondenza contenuta nel suo archivio. La traduzione del libro autobiografico Un uomo finito, approntata da Călinescu nel 1923, rappresentò l’inizio del papinismo in Romania. La lettura di questo testo, scrisse Eliade, «cadde [su di me] come un fulmine»: il giovane romeno lo lesse più volte di seguito, dall’inizio alla fine, durante gli ultimi anni del liceo. Se Papini gli rivelò la propria anima, al contempo lo spinse a differenziarsi da lui. Non si tratta di un paradosso: sebbene Eliade avesse preso le distanze dall’intellettuale italiano, per non diventarne una mera copia, nondimeno Papini restò per lui un maestro, le cui opere cercava e divorava freneticamente. Pur scegliendo di non essere come Papini, insomma, Eliade lo seguì attentamente, per tentare quei voli che il «pilota cieco» non osò spiccare – sebbene avesse avuto la possibilità di farlo.

Papini giocò un ruolo importante nel destino di Eliade, non solo per aver incarnato un vero e proprio modello agli occhi del futuro intellettuale, ma anche per avergli dischiuso gli orizzonti della cultura italiana: Eliade imparò l’italiano per leggere le opere del maestro. Fu così che scoprì due di quelle che diventarono in seguito passioni durature: la filosofia del Rinascimento e la storia delle religioni1. Ma non si deve nemmeno sottovalutare l’influenza, forse meno nota, che ebbe Dante sui suoi scritti letterari del secondo dopoguerra.

Un altro aspetto poco conosciuto che accomunò i due fu l’attenzione giovanile per lo spiritualismo, l’occultismo e l’esoterismo. Il maestro del giovane Eliade cercò, a un certo punto della sua vita, «la verità attraverso la via mistica e occulta», praticando la magia e l’ascetismo, oppure assistendo a sedute spiritiche. Come accadde con Hasdeu, allorché il suo interesse per l’occultismo divenne più raffinato, Eliade prese le distanze da questo aspetto biografico di Papini. Più avanti parlerà di «una breve crisi di misticismo, contraddistinta da un teosofismo eclettico congiunto a un occultismo frettolosamente assorbito, tipico dei neofiti»2. In queste parole troviamo svariati riferimenti biografici, come d’altra parte in molte altre delle pagine dedicate a Papini.

L’aspetto che più influenzò lo studioso romeno fu il “pragmatismo magico” papiniano. La sua ammirazione per la volontà, la virilità e l’eroismo trovò infatti un modello nello scrittore italiano. Per il giovane Eliade, il fatto di esercitare la propria volontà giocò un ruolo più che virile, potremmo dire, tantrico – anticipando quelli che in seguito sarebbero stati i suoi interessi – e ascetico. Nel suo romanzo Gaudeamus affermò come unica verità il fatto che «se si possiede una volontà temprata, è possibile permettersi ogni esperienza, ogni vizio, voluttà e smarrimento… dopo essersi tuttavia realizzati interiormente, cioè dopo aver illuminato la propria coscienza virile»3. L’eroismo, la volontà, il “pragmatismo magico” papiniano, Rudolf Steiner, l’occultismo e lo yoga – tutti questi elementi verranno inseriti nelle sue Memorie sotto la stessa insegna4.

È a partire dall’autunno del 1926, allorché Eliade divenne redattore della rivista «Cuvântul», che appare sempre più nei suoi scritti l’opposizione tra razionalismo e intellettualismo da un lato e spiritualità e mistica dall’altro – con una netta preferenza per le ultime due. Tale dicotomia non si presenta solo nella definizione delle caratteristiche dell’esperienza religiosa e cristiana – oppure quando si tratta di definire i rapporti tra Oriente e Occidente o fra le religioni della salvezza personale e le religioni di Stato – ma anche nei ritratti eliadiani di Papini e Buonaiuti, nonché nell’analisi di taluni personaggi letterari come Jérôme Coignard, l’eroe di Anatole France.

Le prime tre lettere indirizzate a Papini, spedite agli inizi del 1927, testimoniano in maniera piuttosto eloquente l’ammirazione per il maestro italiano, nonché l’attesa febbrile di conoscerlo personalmente. Il loro incontro, avvenuto a Firenze il 24 aprile 1929, ruotò attorno al concetto di misticismo. Eliade confessò a Papini di sperare di vedere pubblicato il più rapidamente possibile il suo Uomo rinato (scritto nel 1923 ma apparso solo dopo la sua morte con il titolo de La seconda nascita), opera che considerava come «la soluzione a un problema che le élites avrebbero dovuto porsi, vale a dire la misura in cui l’esperienza mistica sia necessaria alla coscienza contemporanea». A questo proposito, vale la pena riprodurre la discussione in cui Papini gli chiese in che termini intendesse questa funzione dello spirito:

«– Cosa intende per misticismo?

– Una vita interiore ricca e una sua organizzazione al di fuori delle categorie delle facoltà razionali.

– Non è sufficiente. Anche Kant ebbe una vita interiore complessa e intensa, ma non per questo fu un mistico. Persino i teosofi e gli antropologi, che non sono dei mistici allo stato puro, sono dotati di una vita interiore organizzata al di fuori delle facoltà razionali.

– L’unione con la divinità, allora…

– Sì, è proprio questo. L’esperienza mistica è la trasformazione dell’uomo in Dio»5.

È in questo periodo che l’interesse di Eliade per magia e occultismo cede il passo a quello per la mistica. L’ultimo dei quattro articoli su Papini – che Eliade allegò alla sua prima lettera – insiste visibilmente sulla conversione e sul misticismo del maestro fiorentino6. Nella seconda missiva, Eliade si dichiara «un sincero mistico», addirittura «molto più mistico di Gian Falco» (pseudonimo giovanile utilizzato dal suo corrispondente). Tornato nel proprio Paese, Eliade gli scrisse ancora, in merito alla costituzione di un’«associazione di studi religiosi e mistici» a opera di un gruppo di studenti dell’Università di Bucarest. Meditò di scrivere una storia comparata della mistica7 e annunciò, nella serie di articoli Itinerario spirituale, il completamento di un Preludio a un’estetica mistica, pronto per essere pubblicato8. Eppure, contrariamente al suo maestro, Eliade non si lasciò coinvolgere drammaticamente nella magia né nella mistica. Si limitò a utilizzare le loro modalità di azione spirituale, integrandole all’interno del processo di costruzione della propria personalità.

Uno dei testi più significativi per comprendere la sua “ideologia” del tempo è Apologia della virilità (1928), del quale una delle fonti principali è lo scritto papiniano Maschilità, datato 1915. Prendendo le mosse dalla sintesi di dionisismo e cristianesimo, Eliade propone un nuovo tipo di virilità legato alla vita spirituale quale principale tratto di un’umanità rinnovata. L’idea di questo nuovo umanismo è legata alla “personalità”, intesa alla stregua di un organismo spirituale costituito tramite la concreta esperienza interiore, che trascende e sopravvive all’elemento fisiologico.

Non deve pertanto sorprenderci che l’interesse di Eliade per Papini continuò durante il suo soggiorno in India, a partire dalla fine del 1928. Fu lì che il giovane scoprì come la sua idea di “virilità” avesse un equivalente nel concetto di vajra proprio al buddhismo Mahâyâna, il quale indica una coscienza pura ma anche l’organo riproduttivo maschile9. Nel corso dei tre anni passati in India Eliade non dedicò alcun articolo a Papini. Tuttavia nel 1930 – quando conduceva una vita apparentemente tradizionale a casa del professor Dasgupta – inviò una fotografia a sua sorella, a Bucarest, firmandosi come «un papiniano»10 (e non è un caso che gli eroi del romanzo Maitreyi discutano di «virilità, Walt Whitman, Papini e gli altri»11). Verso la fine dell’anno, nel kutir di Svarga Ashram, tra i maestri himalayani, ordinò dall’Italia il Sant’Agostino del suo maestro fiorentino, da poco pubblicato12.

Dopo il ritorno da Rishikesh, Eliade iniziò un romanzo, Vittorie, palesemente influenzato da Un uomo finito. I due eroi principali, David Dragu (che rivela tratti evidenti dell’autore) e Pavel Anicet (che cela chiaramente la figura del suo amico Haig Acterian, che gli fece scoprire Papini), altro non sono che la trasfigurazione letteraria di Papini e Prezzolini. Un buon numero di pagine del romanzo, il cui progetto fu abbandonato, venne ripreso in Ritorno al paradiso (1934), nel quale – come certa critica ha giustamente sottolineato – permangono echi papiniani.

Sulla strada verso la Romania, nel dicembre del 1931, Eliade fece tappa a Venezia, dove acquistò gli ultimi libri di Papini, ricollegandosi così al proprio passato. Subito dopo esser tornato a Bucarest, scrisse un articolo su Gog. Successivamente, fino al 1940, dedicò a Papini uno o due articoli all’anno. Nel 1934, confessò di aver letto almeno tre volte i trenta volumi della sua opera, oltre a numerose biografie. Sebbene lo studioso romeno, ammiratore del “primo Papini”, si sentisse da lui diviso da «idee, temperamento e princìpi religiosi o morali»13, resta pur vero che continuò ad amarlo per tutto ciò che rappresentava. Ma fu un amore silente, poiché non gli scrisse più e nemmeno gli mandò quanto stava scrivendo su di lui.

Durante la guerra, Eliade non si occupò di Papini: iniziò a leggere nuovamente i suoi libri solo a partire dal 1947. Soltanto più tardi riallacciò i contatti epistolari. Dapprima gli scrisse una lettera “ufficiale” per invitarlo a diventare socio onorario del parigino Centre Roumain de Recherches, senza tuttavia – a quanto pare – ricevere risposta. Un anno dopo, Papini rispose positivamente all’invito a collaborare alla «Revue de culture européenne», pubblicata a Parigi da Ștefan Racoceanu (alias Sten Melry), un amico di Eliade cui questi aveva suggerito di invitare lo studioso fiorentino. Ben presto gli scrisse di nuovo, questa volta da Roma, per chiedergli un incontro e un’intervista. Nella sua risposta, Papini si rivolse a lui con queste parole: «Lei è, oggi, ciò che Frazer è stato per la generazione più vecchia». Si trattò di un grande riconoscimento per lo studioso romeno, che a sua volta considerava il suo corrispondente come un maestro della propria adolescenza.

Eppure, la lettera esprimeva un complesso di accettazione-repulsione, esattamente come era avvenuto col giovane Eliade nei confronti di Papini. Leggendo la lettera dello scrittore fiorentino contenente il riferimento a Frazer, Eliade dovette ricordarsi – dopo le svariate letture di Un uomo finito – di come il suo interlocutore avesse meditato di scrivere una storia religiosa dell’umanità a guisa di commentario anti-frazeriano della Bibbia.

L’incontro ebbe luogo il 17 maggio 195214. Pubblicata sulle colonne de «Les Nouvelles littéraires», l’intervista verteva su argomenti religiosi. Probabilmente non si trattava di una riproduzione esatta della conversazione, quanto piuttosto di una sua rielaborazione, giacchè Papini gli scrisse ch’essa «svolge alcuni temi che abbiamo soltanto toccati nel nostro colloquio». Uno degli argomenti trattati era la virtù posseduta dal cristianesimo di modificare la storia e la natura umana. Parlando del progetto dell’opus magnum papiniano, il Giudizio universale, Eliade notò come il suo «senso nascosto» risiedesse nella buona novella dell’apocatastasi, l’assoluzione finale degli uomini – anche se entrambi i dialoganti evitarono di riferirsi direttamente a Origene. Nella sua ultima lettera, composta dopo aver letto Il diavolo, Eliade confessò al fiorentino: «Lei lo sa, io sono origeniano per la mia tradizione (segreta!) ortodossa».

Sebbene, malauguratamente, non avesse scritto il progettato articolo su Papini e il diavolo – che avrebbe dovuto sviluppare le impressioni scaturite dalla lettura del libro papiniano – un decennio dopo, in merito allo stesso volume, dichiarò: «Il Diavolo reintroduce nella problematica della teologia contemporanea l’idea della riconciliazione universale, dell’apokatastasis elaborata dal geniale Origene (appena da poco scoperto dai teologi cattolici, ma discusso da Nae Ionescu nei suoi corsi di metafisica fin dal 1926)»15.

Dopo questo incontro, fu Papini a inviare un gran numero di lettere: sette in tutto, rispetto alle quattro scritte dal suo confratello romeno (due delle quali non rinvenute nell’archivio del corrispondente16). Tuttavia, per Eliade il senso di questo nuovo incontro fu rivelatore più del passato che del presente, come annotò nel suo Diario il 7 settembre 1959: «Mi rendo conto che per me Papini rappresenta anche qualcos’altro: la mia adolescenza, gli anni giovanili trascorsi in Italia, la vita nel mio Paese, il lavoro, la biblioteca lasciata laggiù. Ogni contatto con l’opera di Papini agita le acque sotterranee che mi legano al passato – e al mio Paese»17. Le ultime parole indirizzate da Eliade al suo maestro di gioventù esprimono la gioia di aver scoperto come il fiorentino avesse «superato la prova iniziatica», provando, ancora una volta, come il primato andasse allo spirituale: «In ogni circostanza, lo Spirito non disarma».

Due anni più tardi, precisamente l’8 giugno del 1956, l’uomo che avrebbe voluto diventare dio si spense, ormai cieco, muto e paralizzato. Nel settembre dello stesso anno, Eliade approdò nel Nuovo Mondo, dove trascorse il resto della vita. Quell’uomo che, fra le due guerre, aveva alimentato lo spirito di rivolta del capo della nuova generazione di Bucarest non ebbe modo di vedere l’emulazione suscitata a sua volta dal capo di dipartimento dell’Università di Chicago nelle nuove generazioni di ribelli dello spirito.

L’anno successivo, di ritorno a Firenze, Eliade trovò la città ancora più invecchiata, poiché priva del vecchio «uomo selvatico»18. Due anni dopo, sempre a Firenze, rilasciò un’intervista nella quale parlò anzitutto di Papini19. Accostò i dettagli della sua terribile fine alle prove di quegli yogin che si rinchiudono in bare di pietra: «Quest’agonia iniziatica è forse la parte più bella, più autentica e più esemplare della vita di Papini»20.

Che Eliade sia rimasto un papiniano è dimostrato tanto dagli articoli scritti sul maestro fiorentino quanto dalle lettere indirizzategli. Benché il loro scambio epistolare non si sia tradotto in un dibattito intellettuale diretto, nondimeno Eliade fu molto legato a lui. Parlando della propria abbondante corrispondenza, sia quella rimasta in Romania sia quella del dopoguerra, esordì sempre menzionando Papini21.

D’altronde, col passare degli anni, Papini divenne per Eliade una figura sempre più connessa al proprio passato. L’ultima volta che pubblica qualcosa su di lui è nel 1965, in un capitolo delle sue Memorie22, non prima di essersi riferito a quei «pochi papiniani che ancora sussistono, sparsi per il mondo»23. Le note diaristiche continuano, ma si tratta perlopiù di ricordi della sua “storia” con il fiorentino. Dopo il 1968, diventano sempre più rare e scarne. Se, pubblicando il primo volume dei Fragments d’un journal (1973), tralascia molte delle note riguardanti Papini scritte tra il 1960 e il 1968, è probabilmente perché tali annotazioni registrano la delusione provata nel rileggerne i libri, ripresi in mano anzitutto per tornare alla propria adolescenza e giovinezza.

Le annotazioni diaristiche insistono spesso sulla “sepoltura in vita” di Papini. Da ciò si può forse dedurre come, mentre il suo stesso corpo diventava una bara, Eliade si stesse riavvicinando al maestro della sua giovinezza, per imparare ancora una lezione: quella dell’ultimo volo.

 

  1. Cfr. M. Eliade, Amintiri despre Giovanni Papini, in «Perspective creştine» [Barcellona], a. II, n. 1, settembre 1956, p. 10.
  2. M. Eliade, Giovanni Papini. Preludii, in «Cuvântul» [Bucarest], a. II, n. 640, 18 dicembre 1926, pp. 1-2.
  3. M. Eliade, Romanul adolescentului miop, Minerva, Bucarest 1989, p. 323. Traduzione nostra.
  4. Cfr. M. Eliade, Le promesse dell’equinozio. Memorie 1 1907-1937, a cura di R. Scagno, Jaca Book, Milano 1995, pp. 120-121.
  5. M. Eliade, De vorbă cu Giovanni Papini, in «Universul literar» [Bucarest], a. III, n. 19, 7 maggio 1927, pp. 291-292.
  6. M. Eliade, Mistica lui Papini, in «Cuvântul» [Bucarest], a. III, n. 661, 16 gennaio 1927, pp. 1-2.
  7. Cfr. M. Eliade, Le promesse dell’equinozio, cit., p. 143.
  8. Cfr. M. Eliade, Itinerariu spiritual, VII. Insuficienţa literaturii, in «Cuvântul» [Bucarest], a. III, n. 889, 8 ottobre 1927, pp. 1-2.
  9. Cfr. M. Eliade, Le promesse dell’equinozio, cit., p. 146.
  10. La fotografia è riprodotta in M. Eliade, Opere, vol. I, Minerva, Bucarest 1994.
  11. M. Eliade, Maitreyi. Incontro Bengalese, Jaca Book, Milano 1989, p. 71.
  12. Lettera a Vittorio Macchioro del 25 novembre 1930, ora in M. Eliade, Europa, Asia, America… Corespondenţă, vol. II, Humanitas, Bucarest 2004, p. 167.
  13. M. Eliade, Una nuova biografia di Gianfalco, in L’isola di Euthanasius, Jaca Book, Milano 2000, pp. 300-303 (301).
  14. Eliade parla di questo incontro in un suo appunto diaristico datato 9 giugno 1952. Cfr. M. Eliade, Giornale, Bollati Boringhieri, Torino 1976, pp. 131-133.
  15. M. Eliade, Papini visto da un romeno, in Mircea Eliade e l’Italia, a cura di M. Mincu e R. Scagno, Jaca Book, Milano 1986, p. 377. L’articolo venne scritto nel 1964.
  16. Le risposte di Eliade alle lettere 10 e 11.
  17. M. Eliade, Giornale, cit., p. 222. La traduzione è stata corretta in base all’originale romeno.
  18. Lettera dell’8 settembre 1957 a Vintilă Horia, ora in M. Eliade, Europa, Asia, America…, cit., p. 478.
  19. Imparò l’italiano per leggere Papini, in «La Nazione» [Firenze], 3 settembre 1959.
  20. M. Eliade, Giornale, cit., p. 258.
  21. Cfr. M. Eliade, Europa, Asia, America…, cit., vol. II, p. 296; vol. III, p. 399 (lettere del 15 giugno 1972 e dell’8 dicembre 1975). Anche nel suo diario inedito è menzionato più volte, a partire dal 1961.
  22. Italia lui Papini, Buonaiuti, Macchioro, in «Cuvântul în exil» [Freising], a. III, n. 37-39, giugno-agosto 1965, p. 2. L’ultimo testo in assoluto è un resoconto delle opere complete di Papini pubblicate (in «The Journal of Religion», a. 46, n. 2, aprile 1966, pp. 333-334; continuazione del n. 3, luglio 1962, pp. 238-239), ma – come attesta il diario inedito – venne scritto nel marzo del 1964.
  23. M. Eliade, Papini visto da un romeno, cit., p. 379.

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