Lo stile interiore di Lucian Blaga

Emil Cioran
Il paradosso romeno – Eliade, Cioran e la «giovane generazione» n. 7/2014
Lo stile interiore di Lucian Blaga

Una volta un filosofo ungherese definì la vita un’anarchia del chiaroscuro. Si riferiva, naturalmente, a quella proiezione confusa di ombre e luci, a quel gioco inconsistente, eccessivo fino al dramma, che ostacola la dissociazione e l’autonomia, per amalgamare gli elementi distinti della natura in una strana confusione.

Chissà perché mi ritorna in mente questa inquieta definizione della vita quando penso a Lucian Blaga, considerato nella compiutezza della sua opera? Forse perché in lui l’anarchia degli strati profondi dell’esistenza ha trovato un’espressione corrispondente oppure perché questo sconvolgimento è riuscito a rischiararsi? A destarci è l’immagine di una frenesia di ombre e luci o, al contrario, un chiarore nella tempesta? Questa oscillazione, questo continuo dondolìo, che fa della luce e dell’ombra limiti reciproci, appartiene al carattere della vita. Viviamo nel chiaroscuro, cioè nella condizione naturale della tragedia. Possiamo trasfigurarci sia intensificando al grado più alto la tensione organica intrinseca al chiaroscuro, sfruttando fino alla follia le potenzialità drammatiche di questo dualismo, sia rasserenandoci, assumendo forma nella confusione, placando la tempesta attraverso un’autolimitazione. Tutte le altre soluzioni appartengono alla mediocrità.

Lo stile interiore di Lucian Blaga è caratterizzato da una serenità nel chiaroscuro. Questa è la chiave di lettura dell’uomo e dell’opera. Con essa apriamo le porte segrete dell’animo e scopriamo sotto il silenzio la paura, sotto la forma l’infinito, sotto la limpidezza il mistero. Non si creda che il silenzio, la forma e la limpidezza siano in Blaga semplici apparenze. La verità è che queste “apparenze” fanno parte del suo stile interiore, lo individualizzano e configurano in modo specifico. Ci sono uomini che hanno un certo timore a entrare in contatto con i propri abissi, poiché sentono il bisogno di rivestire e proteggere i tormenti spirituali, senza per questo mascherarli. Blaga fa parte di questa categoria. Il silenzio, la forma e la limpidezza non sono voluti, né cercati intenzionalmente, ma sorgono dalla logica di un certo modo d’essere. Queste “apparenze” sono costitutive. Da qui deriva un’inclinazione molto importante per comprendere Blaga: la conversione del musicale in plastico o, in altre parole, dell’infinito in forma. Tutto quel che è fluidità inosservabile, scorrimento illimitato, propensione verso la decadenza e richiamo dell’abisso, tutto ciò che è svolazzante e irresistibile assume una forma definita, cristallizzandosi in piani e limiti. Ciò che vi è di musicale in noi è la nostra grande tentazione, poiché la musica ci rende irresponsabili: da qui la sua essenza demoniaca. La conversione della dimensione musicale in plasticità chiarisce perché alla prima lettura dell’opera di Blaga si abbia la sensazione di una maniera indiretta di sentire e pensare: ciò suggerisce l’immagine di un contatto mediato col reale. In realtà, il processo di elaborazione è maggiore e la reazione più controllata, a differenza dei comportamenti di un animo musicale, che vibra immediatamente e in maniera dirompente per le provocazioni esterne. Un animo musicale coglie la realtà in una vibrazione diretta: l’estasi degli animi musicali è pura. Ciò che non è “musicale” nell’animo di Blaga spiega perché egli abbia raggiunto un’estasi solo intellettuale; spiega il razionalismo della sua visione statica, come pure il modo deduttivo di considerare il mistero. Detto questo, non vogliamo contestare il fatto che l’intera filosofia del mistero sia originata da un’esperienza intima del mistero stesso.

Cogliere l’infinito nella forma – ecco un modo di essere non-romantico di un pensatore legato ai temi del romanticismo: nella sua visione, il mondo delle forme svolge un ruolo molto più importante di quanto possa sembrare. L’elemento costruttivo semplifica l’impeto, scarnisce la passione irresistibile e conquistatrice e prende in prestito un’ammirevole andatura ascetica dinanzi ai problemi ultimi.

Lucian Blaga non sarebbe mai giunto al problema della conoscenza estatica se non avesse avuto esperienza intima del mistero. L’intensità dell’estasi cresce con l’ampiezza del mistero. L’impossibilità di renderlo riducibile e di convertirlo in non-mistero è un aspetto centrale di questa filosofia, che rivela il mondo nell’ottica di quanto non può essere rivelato. Alla forza devitalizzante dello spirito e all’attività devastante dell’intelletto – così come espressi dal vitalismo di Klages, che sostiene in maniera estrema il dualismo vita-spirito, mantenendo questi due termini nella più categorica irriducibilità – Blaga oppone l’incapacità dell’intelletto di convertire il mistero in non-mistero. Tale obiezione è piuttosto interessante, poiché combatte il vitalismo sul suo stesso piano e con elementi mutuati dalla sua prospettiva. L’intelletto è sconfitto dalla propria incapacità di deflorazione metafisica. La presenza del mistero nel mondo limita l’azione distruttiva dell’intelletto, smascherando le illusioni del logocentrismo.

Il vitalismo scopre il mistero nell’essenza stessa della vita. La struttura del vitale e il suo divenire irrazionale dispongono di una zona inaccessibile alla nostra comprensione. Tutto il demonismo della nascita e della distruzione determina un complesso di fenomeni la cui pulsazione possiamo cogliere e immaginare soltanto nel ritmo nascosto della nostra interiorità. Il vitalismo implica necessariamente l’irrazionalismo e l’esperienza dionisiaca del mondo. Per Blaga, il mistero non risiede nell’essenza della vita in quanto tale, bensì proviene da più lontano, da quell’esistenza che comprende la vita solo come un momento della propria dialettica. In una critica severa dei filosofi vitalisti, Heinrich Rickert dimostra che il vitalismo realizza un’ingiustificata assolutizzazione di un singolo aspetto dell’essere, che i problemi ultimi trascendono il campo entro cui si manifesta la vita, cosicché una metafisica della vita non sarebbe che una tappa. Considerate nel proprio aspetto analitico ed esteriore, tali osservazioni sono sicuramente valide. Ma in questa regione di contiguità col mistero, l’avvicinamento all’assoluto ci viene offerto da affinità e vibrazioni di natura totalmente irrazionale. La rivelazione della vita quale assoluto, come dato originario e irriducibile, avviene in modo così diretto e intimo da rendere irrilevante qualsiasi obiezione razionale. Se anche la vita fosse soltanto un momento della dialettica dell’esistenza, non perderebbe comunque il proprio tratto misterioso. Nella materia si nasconde un mistero limitato e degradato, mentre nello spirito, prodotto derivato e tardivo della vita, il mistero ne è un riflesso lontano.

Lucian Blaga non ha affinità dirette con la problematica della filosofia della vita. Tuttavia, nella sua opera sopravvive qualcosa della sua atmosfera, che riguarda una determinata visione degli aspetti originari e finali. In particolare, la sua poesia presenta una tale solidarietà con le forme primarie della vita e una strana complicità con quelle crepuscolari, che è dalla loro fusione a risultare quella persistente sensazione di serenità nel chiaroscuro. «Nel sonno il mio sangue come un’onda si ritira da me e torna verso gli antenati». «Sulle mie orme mature la morte posa il bacio giallo – e nemmeno un canto mi sprona a essere ancora una volta». «Il mondo: straniero sorridente, incantato, avvolto da lui vi cresco tutto stupefatto».

Blaga non è propriamente un tradizionalista, poiché del divenire di una nazione non ha il sentimento storico ma piuttosto una visione tellurica, relativa cioè alle sue componenti originarie, alle sue “fonti” ancestrali. Così come la filosofia della vita parte da una mistica delle fonti vitali, allo stesso modo l’antistoricismo di Blaga deriva da una mistica degli elementi tellurici e sub-storici. Parlando della «rivolta del nostro fondo non latino», ha precisato le premesse di un’autobiografia. Se in Eminescu è esploso l’elemento slavo dell’animo moldavo, in Lucian Blaga si è reso altrettanto evidente l’elemento germanico nella psicologia della Transilvania. Pensiamo non tanto a un’affinità di sangue, quanto a quell’imponderabile che spinge una coscienza a gravitare verso l’essenza di una nazione o di una stirpe. Chi non si è sorpreso, leggendo le opere di Blaga, a vagabondare per qualche vecchia città tedesca in notti serene, sotto stelle fredde e immobili, perso in viuzze strette e fuori dal tempo, nell’incanto di una malinconia trattenuta e un sognare concentrato – ebbene, costui non ha una rappresentazione adeguata, né possiede lo schema di fondo necessario a una sua comprensione più profonda.

Di Lucian Blaga amo il contatto vivo con realtà morte. Credo di non sbagliare affermando come egli non veda le cose, ma le ascolti. Dalla sua poesia si sprigiona il sentimento di una presenza del tutto in misura tale da indurre a chiederci se le cose non parlino. La risonanza intima dell’essere si acuisce in una vibrazione universale. Nella sua opera filosofica, le prime reazioni di fronte al mondo hanno incontrato una trasformazione essenziale, uno spostamento e una deviazione, così che l’impressione paradossale di un mondo resistente si è interposta tra la rivelazione estatica del mistero e la sua elaborazione derivata, intellettualizzata. L’inesprimibile delle grandi intuizioni è rivestito dal mondo delle forme per via di un timore di soggettivismo, di esaltazione, per una specie di paura d’isolarsi nella propria visione. Se Lucian Blaga avesse sofferto molto, sicuramente la sua metafisica sarebbe divenuta una mistica pura.

Ciò che è transilvanico in Lucian Blaga si manifesta nella riservatezza e nello slancio contenuto, che si sprigionano tanto dall’uomo quanto dall’opera. Il romeno è in genere scettico, pieno di slancio e ironico. Il fascino di Lucian Blaga deriva dall’ingenuità, dono ammirevole che incontriamo negli intellettuali di altri Paesi ma che manca a quelli romeni, disillusi senza problematiche, scettici senza inquietudine, ironici senza tragicità, galvanizzati da un’eccitabilità non vulcanica.

Lucian Blaga è il primo transilvano a essersi posto dei problemi che trascendono l’ambito pratico e “militante” della storia nazionale. Prima di lui, i transilvani erano tutti combattenti. Il suo modo di pensare e la sua particolare sensibilità mostrano con quale spirito la Transilvania potrebbe distinguersi in Romania. Lo stile interiore di Blaga è un’importante smentita del supposto pragmatismo e positivismo transilvanici – aspetti che non significano molto di più di quanto la passione per la tecnica costruttiva rappresenta per la psicologia tedesca. Lucian Blaga è la personalità più completa della Romania, poiché si è elevato allo stesso livello negli ambiti in cui si è realizzato.

Ancora una volta, nell’anarchia del chiaroscuro vedo una distensione tra luci e ombre, nonché una coscienza che sotto la quiete sperimenta il timore, sotto la forma l’infinito e sotto la chiarezza il mistero.

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