L’indagatore del sovrasensibile

Mario Farneti
Dylan Dog – Nostro orrore quotidiano n. 16/2020
L’indagatore del sovrasensibile

Da qualche giorno gli archeologi scavavano in quel sito, senza che ne venisse fuori niente. Il professor Dionigi li incitava a insistere, perché secondo i suoi calcoli proprio lì doveva nascondersi una necropoli del Terzo secolo avanti Cristo. Era una giornata assolata di fine luglio; su quella spianata riarsa dal sole il terreno scottava come la brace di un immenso camino. Giovanni, l’assistente di Dionigi, uscì dalla trincea e afferrò la borraccia dell’acqua, che tracannò a metà, benché fosse ormai tiepida. «Professore, qui non esce niente, neanche se raggiungiamo il centro della Terra» disse con aria sconsolata. Lui lo squadrò col suo faccione rubizzo e gli occhi a palla, poi abbozzò un sorrisetto di scherno. «Tu, Giova’, non hai voglia di fare nu cazzo. Altro che centro della Terra…! Pensavi che fare l’archeologo fosse un’ammuina? Eh, eh, non funziona accussì. Il risultato qui tocca vederlo sotto gli occhi; se non viene fuori niente, è inutile che fingi di faticare…».

Il giovane sbuffò e imprecò in silenzio; poi riprese in mano la Trowel, la singolare cazzuola romboidale che usano gli archeologi, e l’affondò con rabbia nel terreno. Toc! Un rumore sordo emerse dal sottosuolo.

«Cazzo, c’è qualcosa qui sotto!» gridò con la voce rotta dalla fatica.

Il professore piombò nella buca con insospettata agilità, vista la mole.

«Fa’ vedere, guagliò». Smosse con la mano la terra, da cui emerse un oggetto dalla superficie levigata di forma oblunga.

«Ma che cos’è…?» domandò Giovanni sconcertato.

«Mo’ vediamo…».

Gli tolse di mano la Trowel e cominciò a grattare il terreno intorno all’oggetto, finché emersero le orbite vuote di un teschio, poi il teschio intero; infine, aiutato dall’assistente, dopo un paio d’ore di lavoro certosino, l’intero scheletro.

«Eccoti qua la tomba… fine del Terzo, inizio del Secondo secolo avanti Cristo. E non ci credevi che ci fosse la necropoli. Tu pensavi che io fossi un visionario, eh? Di’ che non è vero! Accidenti a te, Giova’… Questo qui doveva essere un uomo robusto, guarda le ossa e le attaccature dei muscoli… non era un pappamolla come voi…» disse, rivolto agli altri archeologi che scavavano lì attorno. «Dev’essere morto a cinquant’anni o giù di lì. Una bella età per quell’epoca. Guarda che denti bianchi, tutti sani, non ne manca neanche uno».

Poi il suo sguardo si appuntò su una delle scapole, la destra. «C’è un foro, tondo come un proiettile di fionda, troppo grande per essere stato provocato da una punta di lancia o di freccia. Sembra più il morso di un animale. Intorno s’è formato un processo di calcificazione, durato anni, che non è riuscito a suturarlo per intero».

Il professore si armò di coraggio, poi compì un’azione che avrebbe fatto inorridire un archeologo dilettante: strappò dal terreno, senza riguardo, l’oggetto oblungo levigato che era emerso per primo e lo capovolse, dopodiché prese un pennello e cominciò a ripulire la parte rimasta a contatto con la terra. «Vediamo un po’… Cacchio, qui c’è un foro a sezione quadrata, come di un chiodo… intorno c’è scritto qualcosa».

«Ma no» intervenne Giovanni. «Sarà la superficie che col tempo s’è crepata».

«Crepata ’a capa tua!» rispose, senza neanche alzare gli occhi dall’oggetto. «SQ… A… NGUI… MAG…».

Si grattò la testa calva, poi prese la borraccia dell’assistente e gliela vuotò sopra.

«E adesso che bevo io?».

«E azzittate che l’acqua fa male…! Mo’ si legge meglio: SQUA… A… NGUIS… MAGNA… Adesso è chiaro: SQUAMA ANGUIS MAGNAE, squama del grande serpente! E c’è dell’altro… bisogna portarla nella mia tenda. Una squama di serpente… incredibile, doveva essere nu dinosauro; dammi il metro a stecca. Muoviti! Vediamo quanto misura… ecco, quarantadue centimetri di lunghezza, ventisei di larghezza. Accipicchia! Un vero mostro!».

«Non era un serpente ma, come avete detto voi, professore, un dinosauro vissuto milioni di anni fa: la scaglia è capitata lì per caso e la scritta è uno scherzo della natura» notò Giovanni.

Dionigi sollevò gli occhi dall’oggetto e lo guardò in cagnesco. «Ma che, stai pazziando? Guarda qui, sai leggere? L’hai fatto l’esame di epigrafia all’università, oppure quel giorno eri a letto con la rosolia?».

Giovanni prese in mano la squama e dovette dare ragione al professore: «Be’, sì, in effetti…».

«E allora, prima di dire coglionerie, rifletti, Giova’. A me spiace strapazzarti, ma certe volte il cervello ti si grippa… Sarà per il sole a piombo».

Era il momento del pranzo e gli archeologi si radunarono sotto una tettoia a mangiare pane e prosciutto, innaffiato con del vino cerasuolo fresco di cantina, un po’ acidulo e neanche troppo forte – un toccasana per la gola riarsa. Il professore, però, scese ancora una volta nella trincea.

Dopo aver mangiato e bevuto, Giovanni si distese tra l’erba e chiuse gli occhi. Ripensava a quella squama gigantesca e alla bestia altrettanto gigantesca cui era appartenuta. Poi si rammentò di un episodio della Prima guerra punica, il racconto del grande serpente che i legionari di Attilio Regolo dovettero affrontare in Tunisia sul fiume… come diamine si chiamava quel fiume? Era il ricordo sbiadito di una versione dal latino fatta al liceo… Vabbè, non era possibile, che cavolo c’entrava quella tomba con la Prima guerra punica e un fiume a più di duemila chilometri da lì!

 

«Giovà, corri!». La voce del professore proveniva dalla trincea scavata poco prima. «Corri, Giovà, che ci sta un altro scheletro a fianco del primo… e pure un lumino a olio di coccio, ha la forma di un serpente arrotolato. Dentro c’è ancora della resina, magari riusciamo ad accenderlo…» disse celiando.

Giovanni non credette ai suoi orecchi. «Questo qui appartiene a una donna, più giovane dell’uomo. Direi sulla trentina… Giace nello stesso impianto tombale, dev’essere una parente. Magari è la moglie». Poi si rivolse a Giovanni: «Hai tradotto la seconda parte della scritta sulla squama?».

«No professore, ho pranzato e ho ripreso fiato un attimo…».

«Aggio capito, tu batti la fiacca, Giovà. Muoviti, andiamo a esaminare meglio l’iscrizione».

Entrò con l’assistente nella tenda e prese in mano la scaglia.

«La seconda parte è più difficile da leggere».

Lavò ancora la superficie del reperto, ripulendola dalle incrostazioni: «C’è scritto… c’è scritto: Ne Erpo de Orco exsurgat… Ispala saga inscripsit et spiritum eius in lucerna vinxit. Hai capito? È una defixio contro il proprietario della squama, un certo Erpo… Chi ha scritto questa maledizione non voleva che Erpo ritornasse dall’Oltretomba e ha legato il suo spirito alla lucerna… Non ti venisse in mente di accenderla. Capito, Giovà?».

«Ho capito, professore, ma si tratta di evidenti superstizioni…».

«Magari hai ragione tu; anzi, hai certamente ragione, Giovà, però io sono di Napoli e per prudenza non vado a sfrucugliare le creature dell’Orco…».

Dionigi ripose la squama e la lucerna in un baule da viaggio; poi, seguito dall’assistente, uscì all’aperto.

Giovanni attese che il professore si allontanasse in direzione della chiesetta sul margine orientale dello scavo e tornò sui suoi passi. La lucerna lo aveva incuriosito, quasi ammaliato. Aprì il baule e la depose sul palmo della mano. Più la guardava, più sentiva un irrefrenabile desiderio di accenderla, come se quell’oggetto avesse una volontà propria. L’appoggiò sul tavolo da campo e, presa la scatola di svedesi che teneva in tasca, estrasse un fiammifero, lo sfregò sulla striscia di fosforo e l’accese, accostandolo al beccuccio della lanterna da cui sporgeva una minuscola porzione di resina.

Inizialmente non accadde nulla; poi, all’improvviso, la resina prese fuoco e una fiamma vivace si sollevò dal beccuccio. Una fiamma che crebbe fino a intaccare la stoffa della tenda, dopodiché un tuono fece tremare l’aria, seguito dal buio più completo…

Dall’oscurità emersero le enormi fauci di un essere mostruoso. Un serpente lungo più di trenta metri, che con la coda spazzò via le tende del campo. Gli archeologi, terrorizzati, si gettarono nelle trincee per evitare di essere fatti a pezzi da quell’essere immondo. Il corpo era protetto da grandi scaglie verdastre, che costituivano un’impenetrabile corazza; dalle fauci spiccavano enormi denti aguzzi, capaci di stritolare un uomo. Un miasma irrespirabile fuoriuscì dalla bocca del serpente, diffondendosi sulla spianata. Le persone che lo respirarono persero i sensi e caddero in un sonno profondo assai simile alla morte. La bestia raggiunse velocemente le acque del Fiume Metauro, che scorreva lì vicino, e vi s’immerse scomparendo.

 

Costanza accese sette candele bianche in senso antiorario sul tavolo rotondo a tre gambe al centro della sala; fece accomodare i sei ospiti, tre donne e tre uomini, ognuno di fronte a una candela.

Allargò le palme delle mani sulla superficie del tavolo, e lo stesso fecero tutti gli altri; in questo modo, toccando ognuno le dita dell’altro, formarono una “catena”. Costanza era una medium esperta, nonostante avesse compiuto da poco venticinque anni. Le prime manifestazioni delle sue capacità extrasensoriali risalivano infatti all’infanzia. Dopo una burrascosa vicenda sentimentale naufragata malamente, era entrata nelle grazie del Barone, che l’aveva ammessa nel Gruppo di Ur.

Julius Evola amava chiamarla noctua Minervae, per la lucentezza delle sue pupille ma anche per la capacità della civetta, noctua, di vedere nel buio là dove l’occhio umano nulla può. Costanza chiuse gli occhi e cadde subito in trance, poi li riaprì, fissando il vuoto. Il suo capo iniziò a roteare e si fermò.

«Ego… sum… Ispala… saga… Ispala Punica…» disse con un’intonazione della voce dapprima cavernosa, infine armoniosa e brillante. Il suo volto si trasfigurò in quello di una donna dai tratti nordafricani e la carnagione ambrata.

«Roma pervenii… cum legionibus… Vir meus Livius Cissonius Candidus… centurio… Marci Atilii Reguli…».

Julius fu il primo a interrogare lo spirito che si era appalesato tramite Costanza.

«Ascoltami, Ispala, ti è concesso di comprendere e parlare la nostra lingua?».

«Sic est… Sì, mi è concesso» rispose lo spirito.

«Perché ti sei incarnata in Costanza? Non ci aspettavamo d’incontrarti».

«Quell’uomo… ha interrotto il nostro sonno… Erpo… Erpo…».

Il volto della donna fu attraversato da una grande angoscia; le lacrime le colmarono gli occhi.

«Calmati, Ispala, non hai nulla da temere. Ma, dimmi, chi è Erpo?».

«Erpo… un essere malefico, un mostro… Striscia nell’acqua… poi… poi…».

Cessò di parlare, il respiro divenne affannoso.

«Uccidete Erpo, legionari, o lui vi sbranerà e diverrete cibo per la sua fame inestinguibile…!».

«Ispala, ascoltami» proseguì Julius. «Chi è Erpo, un uomo o che altro? Puoi rivelarmelo?».

«Erpo anguis magna est. Un serpente… lungo più di centoventi piedi… Ha portato la morte tra i legionari di Regolo, finché l’hanno ucciso… con grosse pietre… l’hanno schiacciato… ma numerosi ne ha trascinati con sé nell’Orco… Ha ferito anche Lucio, mio sposo, trapassandogli la spalla. I Romani hanno sconfitto la sua forma terrena, ma lui è un… un dèmone immortale».

«Mi ascolti, Ispala? Puoi rivelarci dove avvennero questi fatti?».

«Apud Bagrada flumen africanum».

«Era il tempo in cui le legioni di Marco Attilio Regolo sbarcarono in Africa nella prima guerra contro Cartagine?».

«Sic est! Contra Poenos legiones duxit Regulus…».

«Sermone Italico loquere!» la interruppe Julius con tono imperativo.

«Re… Regolo condusse le legioni contro i Cartaginesi… ma, accampatosi presso il Fiume Bagrada, tantae magnitudinis anguem fuisse, ut exercitum usu prohiberet…».

«È un’entità molto antica» disse Julius, rivolto ai partecipanti alla seduta evocativa. «Ha difficoltà a esprimersi in lingua volgare».

«Spiegami, Ispala» continuò, «chi ha interrotto il vostro sonno?».

«Uomini… scavano nel cimitero… dove sono le nostre tombe… le hanno profanate e… e…».

Lo spirito s’interruppe.

«E cos’altro?».

«…E anche la scaglia del serpente sulla quale io stessa defixionem inscripsi et spiritum eius in lucerna vinxi, ne Erpo daemon ad vivorum regnum rediisset… sed vir stultus lucernam incendit et catenas exsolvit…».

«Dove si trova la vostra tomba?».

«Apud Forum Sempronii… ubi vixi… post bellum… cum Lucio Cissonio Candido… sponso meo».

La voce della donna sfumò e Costanza riprese le proprie sembianze, uscendo dalla trance.

«Cosa… cosa è successo? Ho avuto una trance profondissima, lo spirito di una maga si è impossessato di me… Ma non ricordo altro».

Julius si rivolse con calma alla donna, tranquillizzandola: «La maga si è manifestata all’improvviso, ha detto di essere una donna di origine punica». E proseguì, rivelandole i dettagli dell’intera seduta. «Bisogna fare ricerche in una località, Forum Sempronii». Quindi, si rivolse agli altri partecipanti: «Qualcuno ne ha mai sentito parlare?».

«Forum Sempronii è l’attuale città di Fossombrone, nelle Marche!». A rispondere era stato Giovanni Colazza, noto nel Gruppo di Ur con lo pseudonimo di “Leo”. «Si trova lungo la Flaminia, dopo la Gola del Furlo. Ci sono passato più di una volta per andare in Romagna. Credo che il professor Dionigi, un archeologo della Sapienza, possa darti qualche informazione in proposito. So che in quella zona ha fatto alcune campagne di scavo. Presentati a mio nome, ti sarà utile di sicuro…».

 

Il giorno successivo, accompagnato da Costanza, Julius Evola si recò alla Facoltà di Archeologia della Sapienza, solo per apprendere da un’impiegata che il professor Dionigi non si trovava lì ma proprio nelle Marche, per una campagna di scavo. La località era San Martino del Piano, nei pressi di Fossombrone.

«Sento che dovremmo recarci lì, Costanza. Vieni con me?» disse Julius, sempre più incuriosito dalle informazioni emerse dalla seduta evocativa.

«È un viaggio scomodo, bisogna percorrere quasi tutta la Flaminia…» obiettò la ragazza.

«Non preoccuparti, conosco la strada, ho le carte aggiornate del Touring Club. Quelli del Touring non sbagliano mai…!».

 

All’alba, Evola si presentò davanti al cancello della villa di Costanza all’Aventino, a bordo di una smagliante Alfa Romeo RL Sport carrozzata Castagna, color panna, coi parafanghi rossi. Costanza apparteneva a una nobile famiglia romana che si diceva discendesse da Costantino Imperatore ma, per la riservatezza propria dei nobili, non voleva se ne parlasse.

«Questa notte ho fatto tingere di rosso i parafanghi, in onore del colore delle tue chiome…» celiò Julius con fare ammiccante, mentre apriva lo sportello destro e faceva accomodare la ragazza al suo fianco. Poiché era luglio inoltrato, aveva sollevato la capote.

«Dammi la cuffia di cuoio, ché all’arrivo non intendo passare due ore a districare i capelli dopo che il turbine li avrà aggrovigliati per bene».

Raccolse le lunghe chiome crespe e le fissò con un fermaglio d’oro, poi indossò la cuffia. «Metti in moto e partiamo».

 

A Villa Torlonia, intanto, il Duce saliva a bordo dell’Alfa Romeo di rappresentanza, diretta verso la Via Flaminia. Era scortata da dieci autovetture della Questura di Roma e quattro pattuglie motorizzate della Regia Polizia, mentre tutte le prefetture lungo la consolare erano state allertate, in previsione del suo passaggio. Mussolini avrebbe dovuto raggiungere la famiglia al Grand Hotel Lido di Riccione, sul litorale adriatico, per una breve vacanza, e aveva progettato una sosta alla Gola del Furlo, nella locanda di Candiracci. Il locale si trovava a meno di un chilometro dalla galleria sulla Via Flaminia fatta scavare nella roccia a colpi di scalpello diciannove secoli prima da Vespasiano Imperatore, un’opera ardita per gli architetti di allora, che misurava quasi quaranta metri di lunghezza e dopo tutto quel tempo svolgeva ancora il suo compito in maniera egregia.

 

Dopo un viaggio tutt’altro che comodo attraverso il Valico della Somma e il Passo di Scheggia, Julius e Costanza raggiunsero la Gola del Furlo con un’ora di anticipo rispetto al corteo del Duce. Accostarono l’autovettura e scesero, dirigendosi verso la locanda di Candiracci, ma notarono un’insolita animazione. Quattro Fiat 503 nere erano accostate sulla sinistra, poco prima dell’ingresso; intorno ad esse sostavano una mezza dozzina di individui che a prima vista altro non potevano essere se non questurini.

«Che ci fanno qui tutti ’sti poliziotti…?».

La risposta giunse appena superata la soglia della locanda.

«Prego signora, favorite i documenti!».

Un uomo in borghese con la falda del cappello abbassata sugli occhi le sbarrò il passo.

Presa alla sprovvista, Costanza frugò frettolosamente nella borsa a tracolla ed estrasse la carta d’identità.

Il poliziotto controllò il documento con meticolosità: «Mi spiace, signora, ma la carta d’identità è scaduta da un anno. Seguitemi in commissariato».

«No… ma quale commissariato… La signora è con me!». Julius estrasse la patente di guida e la mostrò all’agente.

«E voi chi siete?».

«Julius Evola… Mai sentito parlare di me?».

Il poliziotto rimase impassibile e non rispose, prese il documento e lo controllò con ostentata solennità.

«Qui leggo: Giulio Cesare Andrea Evola…».

«Esatto, agente, è il mio nome per esteso, ma tutti mi chiamano Julius Evola».

«La signora ha i documenti scaduti e voi avete dichiarato false generalità… Mi seguano entrambi in commissariato!».

Julius stava per replicare indignato, ma una voce alle sue spalle lo bloccò.

«Aspetta, Praticò… Lo conosco io il signore, più esattamente, il Barone…».

Julius si girò di scatto.

«Signor Barone… vi ricordate di me? Sono il commissario Apolloni…».

«Apolloni! Certo che mi ricordo di voi… Lucio Quinzio Cincinnato Apolloni, se non sbaglio. Facevate parte della scorta del Duce… Ci siamo conosciuti nell’autunno del ’25 a Villa Torlonia».

«Faccio tuttora parte della scorta. Ma voi, Barone, per quale motivo vi trovate da queste parti? Il Duce vi ha per caso convocato? Sarà qui a breve».

«No, si tratta solo di una coincidenza, mi trovo qui con la mia amica per delle ricerche… particolari».

Il commissario si tolse il panama color panna e baciò la mano a Costanza, lasciandosi sfuggire un francesismo poco affine al clima austero che lo circondava: «Enchanté, mademoiselle…!».

Poi, rivolto a Evola, riprese il filo del discorso: «Ricerche particolari… di che tipo?».

«Sarebbe lungo soffermarsi sui dettagli. Stiamo cercando un gruppo di archeologi impegnati in un antico sito nei pressi di Fossombrone, San Martino del Piano».

«San Martino del Piano… Sì, certo… Brigadiere Lojodice!» disse, rivolgendosi a un uomo tarchiato in abiti borghesi che parlottava con altri due all’ingresso della locanda.

«Comandi, Commissario» rispose l’agente, che si diresse verso Apolloni.

«Tu, che presti servizio alla Questura di Pesaro, hai mai sentito parlare di un posto chiamato San Martino del Piano?».

«Certo, si trova poco oltre Fossombrone, sulla Via Flaminia».

«Ma lì esiste un’area archeologica, che tu sappia?».

«Sì, ci sono i resti della città romana. I contadini talora, mentre arano, rinvengono monete e cocci antichi…».

 

Poi, all’improvviso, di fronte a tutti, lo sguardo di Costanza divenne assente e fissò il vuoto. La donna cadde in una trance repentina, quindi riaprì subito gli occhi… ma non erano i suoi. Erano occhi di fuoco, roventi come la brace.

«Sciocchi mortali… Presto trasformerò il vostro mondo nel mio… Ad Intercisam si compirà il destino di quello che si reputa vostro Dux» disse, ruggendo. «Dilanierò quell’essere insignificante, non diversamente da quanto feci con i legionari romani… Ma, prima di divorarlo, dovrà inginocchiarsi ai miei piedi… Io sono Erpo, il Regulus Serpentium, e invaderò il mondo con milioni di miei figli…».

Costanza riemerse spossata dalla trance. Stava per accasciarsi, ma Julius la sostenne e le porse un bicchiere d’acqua. Bevve avidamente.

«Si è manifestata in te una nuova presenza: il dèmone Erpo presto colpirà il Duce proprio qui Ad Intercisam, il nome della Gola del Furlo riportato sulla Tabula Peutingeriana. Commissario, allertate la scorta! Dobbiamo proteggerlo, non c’è tempo da perdere!».

Ormai libero dalla maledizione di Ispala, a causa del maldestro intervento dell’assistente del professor Dionigi, il gigantesco serpente Erpo stava risalendo verso la Gola del Furlo attraverso il Fiume Candigliano, affluente del Metauro. La sua sapienza arcana lo guidava in luoghi sconosciuti agli uomini; si muoveva rapido nelle acque ctonie, guidato dal suo intuito, che lo portava a leggere e a interferire nelle menti dei mortali.

 

Nel frattempo, il Duce raggiungeva con il suo seguito di auto e moto la Gola del Furlo. Sceso dalla vettura, stava per dirigersi alla locanda di Candiracci, ormai una tappa obbligata, dove veniva accolto con tutti gli onori. Il padrone di casa gli cucinava piatti caratteristici e gli aveva riservato una stanza da letto abbellita da mobili neorinascimentali, nella quale poteva riposare dopo il pasto.

Si fermò un attimo, prima di attraversare la strada, e rivolse lo sguardo in alto, nell’angusto strappo di cielo azzurro cobalto tagliato dai costoni spioventi delle due montagne, il Monte Pietralata e il Paganuccio, che delimitano il canalone roccioso in fondo a cui la Via Flaminia corre parallela al Fiume Candigliano, dalle acque verdi come giada. Era un paesaggio di una bellezza selvaggia e barbarica, nelle corde di un animo, a tratti tenebroso, come il suo.

Poi, all’improvviso, il cielo si rabbuiò e un turbine sovrastò la gola rocciosa. Un lampo e un tuono si susseguirono quasi nello stesso istante; un albero, a poca distanza, ne fu incenerito. Una folata di vento gelido spazzò la Flaminia, seguita da uno scroscio d’acqua mista a grandine. Il fiume si rigonfiò, minacciando di uscire dagli argini.

Un uomo della scorta si affrettò a raggiungere Mussolini, che si era fermato in mezzo alla strada, sbalordito dall’istantaneo quanto inatteso rovescio.

«Presto, Duce, venite al riparo nella locanda!» lo sollecitò l’agente, mentre con la sinistra tentava di sostenere un ombrello che presto il vento gli strappò di mano.

Dal cielo stava cadendo una sostanza viscida, che si posò sull’asfalto, rendendo difficile rimanere in piedi.

«Ma, che diamine…!» esclamò il poliziotto, barcollando e lasciando il braccio del Duce, anche lui in equilibrio instabile.

L’uomo cadde in mezzo alla biacca verdastra che si depositava, e stentò a rimettersi in piedi; infine, si risollevò e sostenne Mussolini proprio mentre stava per rovinare a terra.

Dalla sostanza viscida che aveva invaso il selciato emergevano decine di serpentelli, che trasformarono la strada in una lunga scia animata.

In quell’istante Costanza fu di nuovo posseduta dalla saga Ispala; lasciando tutti increduli e a bocca aperta, si sollevò da terra e, levitando, uscì dalla locanda, pronunciando formule magiche in una lingua sconosciuta. Infine, lanciò un’invocazione in latino: «Ego te voco, Luci!».

Presto i serpentelli persero vitalità, diventando friabili come la sabbia e dissolvendosi nella pioggia che aveva ripreso a cadere copiosa. Sembrava ormai tutto finito, quando la mostruosa testa di Erpo emerse rabbiosa dalle acque rigonfie del fiume Candigliano, e dalle fauci spalancate emise un ruggito orribile. Il mostro stava per abbrancare Mussolini che, immobile, fissava la grande bestia senza indietreggiare.

In quel momento, Julius ebbe una visione sconvolgente. Gli apparve la buia cavità del traforo del Furlo: dalle tenebre vide emergere la sagoma di un cavaliere in groppa a un cavallo nero.

«Il centurione Lucio è qui…» disse, fissando il vuoto.

«Che intendete dire, Barone?» chiese stupito Apolloni, distogliendo per un attimo gli occhi dalla scena che aveva davanti.

«Il centurione è risorto dalle tenebre… Ci sta raggiungendo con la lancia in pugno, in groppa al mitico cavallo Arione dalla nera criniera…».

Lucio Cissonio Candido era ancora lì, dopo ventidue secoli, evocato da Ispala la maga, sua sposa. Impugnava uno scudo ovale sagittato e una lunga lancia dalla cuspide rilucente. Si diresse al galoppo verso la locanda. Erpo ne percepì la presenza, desistette dall’abbrancare Mussolini e si volse minaccioso verso di lui.

I due si fronteggiarono, ma il centurione non indietreggiò; anzi, spronò il cavallo, incalzando il gigantesco serpente. Poi, con lo sguardo rivolto al cielo, pronunciò queste parole: «Mars Ultor, hasta mea tibi voveo ut beluam interficiat!».

Ciò detto, scagliò la lancia dalla cuspide rilucente contro la parete rocciosa che sovrastava Erpo. Appena la cuspide entrò in contato con la pietra, scatenò un enorme fulmine che, con un assordante boato, spezzettò la parete in centinaia di frammenti. La frana cadde su Erpo, seppellendolo quasi per intero. Il mostro tentò invano di risollevarsi, ma un macigno precipitato dall’alto gli fracassò il cranio, uccidendolo.

Il cavaliere spronò allora il cavallo e si diresse verso Costanza ancora in trance, porgendole la mano. Fu allora che il corpo di Ispala si separò da quello della ragazza e, afferrata la mano del centurione, lo raggiunse in groppa ad Arione, il cavallo di Eracle.

Costanza, come svuotata, svenne, mentre il destriero si dirigeva verso la cavità dalla quale era scaturito e scompariva. I due sposi si erano finalmente riuniti nei Campi Elisi. Il mostro, dissolto.

Il professor Dionigi e la sua squadra di archeologi furono ritrovati lo stesso giorno, privi di sensi, nel cantiere di scavo vicino a Fossombrone. Non ricordavano alcunché di quanto era avvenuto, a differenza di Giovanni, l’assistente, che da allora si guardò bene dall’infrangere le disposizioni impartite dal professore.

Nel frattempo, i resti dei due sposi erano misteriosamente scomparsi dalla tomba e non furono mai più ritrovati. Neanche della squama del serpente si seppe più nulla…

 

La straordinaria vicenda vissuta da Mussolini, tuttavia, non poteva finire nell’oblio, anche se custodita nel segreto più ermetico, dato che nessuna notizia raggiunse la stampa e i testimoni furono obbligati al silenzio per “segreto di Stato”.

Qualche tempo dopo, memore di quegli eventi incredibili, il Duce convocò a Villa Torlonia Julius Evola, insieme al commissario Lucio Quinzio Cincinnato Apolloni. Il Capo del Fascismo fu sbrigativo, come sempre, e non ammise repliche.

«È ormai evidente come la mia persona possa facilmente divenire bersaglio oltre che di oppositori politici e disfattisti, determinati a distruggermi, anche di presenze provenienti da dimensioni sconosciute, ma non per questo meno pericolose, e forse evocate da taluni esseri perversi che vivono tra noi. La mia mente razionale sarebbe propensa a respingere l’esistenza di certi inspiegabili fenomeni, ma il fatto di averli vissuti di persona m’induce a prenderli sul serio. Ho deciso pertanto di costituire una squadra segretissima il cui nome sarà Comitato Ultra, mettendone a capo voi, Apolloni, col grado di Prefetto e voi, Barone Julius Evola, che avete creato da poco il Gruppo di Ur e avete reputazione di essere un indagatore del sovrasensibile, con l’incarico di consulente. Indagherete nel mondo del metapsichico, dell’occulto, del non razionale e interverrete ogni volta che di lì giungerà un attacco alla mia persona e, con essa, alla Patria. La squadra avrà a disposizione uomini e mezzi e agirà nell’assoluto, ripeto assoluto, riserbo! Ho scelto come vostra sede Palazzetto Zuccari, poco distante dalla Trinità dei Monti. Ufficialmente ospita la Biblioteca Hertziana, ma accoglierà soprattutto il Comitato Ultra, una perfetta copertura».

«Venienti occurrite morbo» concluse Evola.

«Bella citazione, Barone» sentenziò Mussolini. «Sarà il vostro motto…».

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Jorge Luis Borges è un autore oceanico, un crocevia di esperienze, storie, civiltà e piani dell’essere, un caleido­scopio nel quale il passato si fa futuro e il futuro si rispecchia [...]
Antonio Bido

Antonio Bido

Inland n. 11/2019
Girata la boa del decimo numero, INLAND. Quaderni di cinema compie altri due significativi passi in avanti. Innanzitutto ottiene il passaporto. A rilasciarlo è stato il Paradies Film Festival di Jena [...]
Carlo & Enrico Vanzina

Carlo & Enrico Vanzina

Inland n. 7/2018
INLAND. Quaderni di cinema numero #7 nasce nell’ormai lontano dicembre 2017, in un bar di Milano dove, di fronte al sottoscritto, siede Rocco Moccagatta, firma di punta di tutto quel [...]
Lav Diaz

Lav Diaz

Inland n. 3/2017
È da tempo che noi di INLAND pensiamo a una monografia dedicata a Lav Diaz. Doveva essere il numero #1, l’avevamo poi annunciato come #2, l’abbiamo rimandato in entrambe le [...]
Lune d'Acciaio - I miti della fantascienza
Considerata da un punto di vista non solo letterario, la fantascienza può assumere oggi la funzione un tempo ricoperta dai miti. I viaggi nello spazio profondo, le avventure in galassie [...]
Rob Zombie

Rob Zombie

Inland n. 1/2015
Con la parola inland si intende letteralmente ciò che è all’interno. Nel suo capolavoro INLAND EMPIRE, David Lynch ha esteso la semantica terminologica a una dimensione più concettuale, espansa e [...]
Pupi Avati

Pupi Avati

Inland n. 10/2019
Numero #10. Stiamo diventando grandi. Era da tempo che pensavamo a come festeggiare adeguatamente questa ricorrenza tonda, questo traguardo tagliato in un crescendo di sperimentazioni editoriali, collaborazioni, pubblicazioni sempre più [...]
Sergio Martino

Sergio Martino

Inland n. 5/2017
Giunto al quinto numero, INLAND. Quaderni di cinema affronta uno snodo cruciale, fatto di significative ed emblematiche svolte che segnano uno scarto, un’apertura rispetto alla precedente linea editoriale. Innanzitutto la scelta del [...]
Carlo Verdone

Carlo Verdone

Inland n. 12/2019
"Vi ho chiesto di mettere la mia moto Honda Nighthawk in copertina perché su quella moto c'è passato il cinema italiano. Su quella moto io sono andato e tornato da [...]
Rob Zombie Reloaded

Rob Zombie Reloaded

Inland n. 8/2019
Giunto all’ottavo fascicolo, INLAND. Quaderni di cinema riavvolge per un attimo la pellicola della sua breve ma significativa storia, tornando a percorrere i passi compiuti nel 2015 quando aveva aperto [...]
America! America? - Sguardi sull'Impero antimoderno
L’impero statunitense ha sempre generato nella cultura italiana reazioni contrastanti, che spaziano da un’esaltazione semi-isterica a una condanna a priori, altrettanto paranoica. Sembra sia pressoché impossibile, per chi si confronta [...]
Walt Disney - Il mago di Hollywood
«Credo che dopo una tempesta venga l’arcobaleno: che la tempesta sia il prezzo dell’arcobaleno. La gente ha bisogno dell’arcobaleno e ne ho bisogno anch’io, e perciò glielo do». Solo un [...]
4-4-2 - Calciatori, tifosi, uomini
Nel calcio s’intrecciano oggi le linee di forza del nostro tempo; talvolta vi si palesano le sue fratture, i suoi non-detti. Ecco perché il quattordicesimo fascicolo di «Antarès» è dedicato [...]
Nicolas Winding Refn

Nicolas Winding Refn

Inland n. 4/2017
Perché Nicolas Winding Refn? La risposta è semplice: perché, piaccia o no, è un autore che, più di altri, oggi ha qualcosa da dire. Sebbene sempre più distante dalle logiche [...]
Michele Soavi

Michele Soavi

Inland n. 6/2018
Il nuovo corso di INLAND. Quaderni di cinema, inaugurato dal numero #5, dedicato a Sergio Martino, è contraddistinto da aperture al cinema italiano, al passato, a trattazioni che possano anche [...]

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Per anni paragonata (al ribasso) con i "rivali" della Pixar, la DreamWorks Animation SKG ha segnato in modo significativo la storia del cinema d'animazione, sotto l'egida dei fondatori Steven Spielberg, Jeffrey Katzenberg e David Geffen. Con film e saghe di forte impatto e straordinario successo di pubblico quali Shrek, Kung Fu Panda e Madagascar, solo per citare i titoli più celebri, ha creato un modello e un immaginario visivo e narrativo di forte riconoscibilità. Questo a dispetto dei già citati (e inutili) confronti con la concorrenza, che come conseguenza hanno prodotto una sottovalutazione dei film in questione e una scarsità assoluta di studi e pubblicazioni, almeno in [...]