Letteratura: caratteri primari e secondari

Luca Salvador
Charles Bukowski – Tutti dicevano che era un bastardo n. 11/2016
Letteratura: caratteri primari e secondari

C’è un fenomeno, nell’Occidente contemporaneo, che ha cambiato qualitativamente il significato della scrittura e che richiede, per essere inteso efficacemente, un approccio darwiniano: sto parlando del numero, in crescita esponenziale, degli artefatti letterari pubblicati. Tenendo conto che il numero dei lettori, di converso, è invece stazionario o in diminuzione, è facile comprendere la natura del fenomeno: solo pochi di questi artefatti raggiungono lo scopo per cui sono stati creati. Poiché nella lotta per la conquista del lettore occorre che quest’ultimo percepisca quel determinato artefatto come appetibile, sarà giocoforza che si sviluppino dei caratteri secondari proprio allo scopo di influenzare la sua scelta. Tali caratteri, così come quelli sessuali nei pavoni o nelle alci, presentano la caratteristica dell’eccesso, sono estremamente vistosi ed ingombranti, anche a discapito di una effettiva funzionalità vitale. Ad ogni modo, ciò non costituirebbe di per sé alcun problema se non fosse che, esasperando l’importanza della scelta del lettore, questi rischia di trovarsi vittima delle proprie euristiche valutative. Per dirla in altre parole, gli artefatti non avranno altra qualità se non quella di risultare particolarmente attrattivi. Credo che la predominanza di questo aspetto “seduttivo” si imponga a grave discapito di quello che potremmo chiamare il contenuto sostanziale, perché arriva a sostituirsi ad esso anche nella struttura essenziale, fino ad imporre nuovi parametri di giudizio, basati sul mi piace (per quanto variamente articolati possano essere). Ma la letteratura, come la medicina della fata Turchina, per fare bene dev’essere amara; deve tentare di scardinare il compiacimento di chi si rispecchia nelle proprie letture all’unico scopo di produrre e consumare artefatti concepiti apposta per celebrare il trionfo della vanità intellettuale. Non so se Il parto dei preti di Nick Bollettini potrà mettere in atto questo scardinamento. In primo luogo poiché quello di cui stiamo parlando è un sistema resiliente, capace di assorbire qualunque perturbazione e piegarla ai propri meccanismi. In secondo luogo perché, nella sua ellitticità, si pone ambizioni troppo grandi per essere veramente trasparente. Possiede una sua mostruosità, che consiste nel voler strabordare oltre i confini della letteratura, della scienza, della filosofia, del teatro e del cinema, che non si può che rimanerne sconcertati, quasi infastiditi. Cosa vuol dire perdere il proprio corpo e vederselo sostituito con protesi estranee e di un altro sesso? Come nasce il nostro rapporto con la tecnica e fino a che punto è incistato in noi, al di fuori di qualsiasi prospettiva escatologica neo-ecologista e vegana? Alle domande, assolutamente abissali, da cui parte Bollettini non viene cercata alcuna risposta. Ogni tentativo di risposta sarebbe pornografico, infatti, perché assolutamente ingenuo nella sua pretesa di mostrare la verità delle cose, per come accadono. La narrazione e la riflessione teorica, pur presenti, sono messe completamente ai margini, fuori scena, invisibili, quasi estirpate con giovanile acribia. Quel che rimane nelle pagine è sostanzialmente lo scarto, il caput mortuum, perché nel momento in cui qualcosa viene scritto cessa di essere vero, cessa di essere vivo. Togliendolo dalla pagina, si cerca quindi di salvaguardare quanto c’è di essenziale, tenendolo inespresso perché inesprimibile, lasciandolo agire come indizio per i pochi che saranno in grado di seguirlo e resuscitarlo. Nick Bollettini, Il parto dei preti, Edizioni Bietti, Milano 2016, pp. 120, € 12,00.

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